Gaetano Spagnolo/Rocco Galdieri: “Rundinella” (1918) – di Marina Marino

A svegliarla forse era stato lo scroscio di pioggia dura che batteva contro il vetro della finestra, un sogno d’angoscia lontana che le impastoiava i capelli, o il consueto dolore, ignoto e familiare. Aghi di ghiaccio sotto la pelle, un coltello nei reni, un pugno di ferro nella vagina. Prima di prendere coscienza Edda avvertiva ogni mattina la mancanza. Prima di pensare si fondeva con il respiro, il primo della giornata. Vuoto, assenza, una sorta di grido ingolato. Era la pelle a dirglielo, a volte sardonica, altre compassionevole, non sapeva quale facesse più male, quale fosse più dolente al tatto, al non tatto. Luca non c’era. Da quanto? Edda stava smarrendo, perdita tra le altre, la cognizione del tempo. E ne aveva paura. Il ricordo la spaventava, viscido e gelido come un animale onirico, un suadente fantasma. Edda che consolava le lacrime di Luca accarezzandogli i capelli, lui che andava via con l’amica sua più cara, ironico definirla la migliore, ora. Tutto già visto e vissuto da altri mille e mille volte, ora sulla giostra c’erano loro, ma lui scendeva, contrito e piangente, ma scendeva e andava via.
E lei lo aveva confortato, non sopportava di vederlo piangere, era così da sempre. Chiuse gli occhi fino a strizzare le palpebre, fino a vedere rosso, poi nero, fino a sentire tutti i suoi nervi gridare in silenzio “Torna, ti prego, torna“. In amore non esisteva orgoglio, tattica, strategia, per lei. La mancanza era qualcosa di fisico, le doleva il corpo, un tempo avrebbe scritto “ogni singolo punto di ogni ferita”. Lui le mancava più dell’utero che le avevano estirpato, più dei capelli che le cadevano a ciocche, più dei giorni in cui rideva. Credetemi, Edda rideva spesso e sapeva far ridere. Cercò di alzarsi, le gambe le vennero meno, i medici lo chiamano “effetto burattino”, la mancanza di potassio. C’era sempre una mancanza, palese al sole o chiusa in un anfratto buio. C’è sempre, per ciascuno di noi. “Torna“, si accorse di mormorare. Piano, non voleva che il fetore di quell’assenza sfiorasse Alice. Solo la sera precedente aveva notato che la figlia si era lavata i capelli avvolgendosi prima le maniche del pullover, la prima volta dalla partenza del padre. Edda andò in bagno, si guardò senza indulgenza, non poteva rincorrere quello che era stata, quello che lui aveva creduto di vedere.
Tu mi manchi, ma non voglio morire. Edda aprì la finestra, aria gelida e una gelida, trepida neve fioccava come piume di fenicotteri bianchi, di sogni persi e trovati, di vecchie canzoni che non ascoltava da tempo, di strade che non percorreva da tempo, persino di abiti che non indossava da tempo. Dal tempo di Luca. “Torna, mi manchi“, pensò, sorprendendosi del profumo di caffè che, come avrebbe detto sua madre, si spandeva per tutta la casa. Alice. I suoi passi, diciassette anni di fragilità e forza, gli occhi gonfi e un braccio sulla spalla, odore di shampoo e di alba, la sua voce “La neve, mamma! Guarda che bella!”. Torna, mi manchi. Dopo tre mesi e con uno sforzo di titanio, che le stracciava i muscoli, Edda guardò la neve, vide sua figlia e sorrise. Un sorriso, il primo. Io la vidi e persi un battito. Almeno è quello che rammento.

Tutte ll’amice mieje sanno ca tuorne / Ca si’ partuta e no ca mm’ha lassato
Só’ giá tre ghiuorne / Nisciuno ‘nfin’a mo s’è ‘mmagginato
Ca tu, crisciuta ‘ncopp”o core mio / Mm’ha ditto: addio!
Vulanno pe’ cittá nove e stramane / Tu no, nun puó sapé che te ne vène
Ogge o dimane / E si nun truove maje chi te vò’ bene
Quanto te ne vogl’io / Ll’amice ‘o ssanno / Che faje vulanno?
E torna rundinella / Torna a stu nido mo ch’è primmavera
I’ lasso ‘a porta aperta quanno è ‘a sera / Speranno ‘e te truvá
Vicino a me / Torna! Ll’amice mieje sanno ca tuorne
Tutte se só’ ‘nfurmate e a tutte dico: / “Dint’a sti juorne!”
Uno sultanto, era ‘o cchiù buono amico / Nun ll’aggio visto e nun c’è cchiù venuto
Fosse partuto? / E torna rundinella / Torna a stu nido mo ch’è primmavera
I’ lasso ‘a porta aperta quanno è ‘a sera / Speranno ‘e te truvá / Vicino a me
E turna rundinella / Torna a stu nido mo ch’è primmavera
L’lasso ‘a porta aperta quanno è ‘a sera / Speranno ‘e te truvà
Vicino a me.

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