Gabriele Peritore: “L’isola confine” (2014) – di Lucia Gargano

“Non ci dovrebbero essere confini. La terra è terra dappertutto. La luce e l’aria non si possono confinare. Esseri umani si ergono a difensori di territori e a guardiani dell’orto, per chissà quale paura del diverso, quale ignoranza o quale patriottico campanilismo”. Un libro “L’isola confine” che, come dice l’autore stesso, “ha più livelli di lettura: reale, magico e poetico”C’è un’isola con il suo mare. Una piccola isola dispersa nel mediterraneo: calda, luminosa, assolata; investita, da un lato, dal flusso crescente e incontrollato degli immigrati clandestini e, dall’altro, dal naufragio interiore dei personaggi. Sull’isola c’è un medico, Claudio, con sua moglie e suo figlio, e ci sono i naufraghi del centro di accoglienza in cui lavora. La sua vita personale si intreccia con il dramma degli immigrati. Le periodiche tragedie dei profughi che sbarcano sull’isola e le condizioni sempre più disperate in cui sono costretti a vivere, fanno naufragare la sua stessa esistenza: “Non è più il suo mare. E forse non è più la sua vita. “[…] il suo lavoro doveva assomigliare alla sua vita, solo che poi la vita ha finito per assomigliare al suo lavoro. Claudio “[…] ha perso l’illusione di potere prestare il suo aiuto”. Su tutto fa da sfondo il mare. Il mare che immerge, sommerge e da cui riemerge il modo emotivo dei personaggi in balìa della vorticosa alternanza di odio e amore, desiderio e disperazione. La narrazione stessa sembra seguire il ritmo delle onde, il respiro delle maree che inondano e trascinano via; al dramma dei naufraghi, infatti, si alterna la tenerezza di una storia d’amore che emerge come dono inatteso del mare. Così è la vita: immensa nei suoi giorni, apparentemente sempre uguali, e all’improvviso imprevedibile. Ci travolge, nel bene e nel male, trasformandoci continuamente. Il racconto del naufragio, allora, non è più solo quello reale dei clandestini, ma rappresenta una metafora esistenziale. L’isola non è soltanto un luogo fisico, forse è quell’approdo sicuro a cui l’anima tende dopo la crisi, il tormento, il dolore… come “una nave alla deriva”. Con le nostre crisi interiori, siamo tutti naufraghi alla ricerca di un approdo che sia salvezza e redenzione. La crisi è un momento difficile e destabilizzante, ma è anche un’opportunità. Costringe a trovare un nuovo equilibrio. Apre a nuove possibilità esistenziali. Nella disperazione più estrema si trova un punto di risalita,  una possibilità di rinascita… I protagonisti della storia attraverseranno lo loro personale tempesta interiore. Ognuno la vivrà a modo suo, trovando la forza necessaria per emergere e accogliere il nuovo che viene incontro. 

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