Gabriele Dodero interpreta Jackson C. Frank – di Capitan Delirio

Jackson sta studiando musica quando scoppia l’incendio nella sua scuola per un guasto alla caldaia. Lui ha undici anni nel 1954 e già deve fare i conti con la crudeltà della vita. Metà del suo corpo rimane ustionata e, come se non bastasse, nel rogo incontrollabile muoiono tanti altri bambini tra cui la sua innamorata Marlene. Per tanto tempo non vorrà sentire parlare di musica, ma sembra che a un certo punto la Musica voglia pareggiare i conti con la Vita. La notizia fa il giro del mondo e uno dei personaggi più celebri di quel momento lo invita a passare una giornata nella sua abitazione. Così Jackson conosce uno dei suoi idoli assoluti: Elvis Presley. Riceve in dono una chitarra e per suonarla, a causa dei dolori artritici derivanti dai postumi delle ustioni, inventa un modo tutto particolare nell’impugnatura che lo rende unico nel suono prodotto con lo strumento. Uno stile personale e riconoscibile. Diventa una vera passione, una dolorosa passione. Al termine degli studi, per mantenersi, scrive su un giornale e, nel frattempo frequenta i locali underground del Greenwich Village. Registra anche brani non pubblicati che verranno recuperati soltanto molto più tardi. Dopo dieci anni l’assicurazione lo ricopre di soldi per quel tragico evento dell’incendio. La ricchezza improvvisa lo illude di una vita facile ma niente è facile per chi è costretto a vivere come uno storpio. Si trasferisce a Londra dove sembra che gli artisti americani riescano a trovare nuovi stimoli e si facciano grandi affari con le macchine. Lì conosce Paul Simon che apprezza il suo modo di cantare e suonare, tanto che decide di produrre un album di pezzi inediti di Jackson. Ha poca esperienza sull’esibizione in pubblico, Jackson è talmente timido che in sala d’incisione vuole stare completamente solo per non essere visto da nessuno. Uno dei primi brani che incide è Marlene, in cui rivive il dramma dell’incendio alla scuola che lo ha lasciato sfigurato e gli ha rubato la fiducia nella vita. Forse per esorcizzare i suoi complessi di diversità e inferiorità dedica un anelito di leggerezza al suo primo amore. “Avremmo potuto danzare come fiocchi di neve”, invece il fuoco ha sciolto tutto, tranne le preghiere. Chi resta sulla terra rimane solo e non gli rimane che chiedere a Dio di accogliere chi vola in cielo. Il brano non viene inserito nel disco. Verrà pubblicato molti anni dopo in una ristampa. Il disco contiene altri brani storici come Blues Run The Game, My Name Is CarnivalDialogue (I Want To Be Alone), o ancora You Never Wanted Me. Dieci brani storici, creati da un artista dotato di una personalità non indifferente, la voce dolente e profonda, il tocco fluido e deciso negli arpeggi. Un disco che ha influenzato artisti di varie generazioni come Simon & Gerfunkel, Nick Drake, Sandy Denny, o Marianne Faithfull e poi Laura Marling, solo per citarne alcuni. “Jackson C. Frank” (Columbia 1965), l’album che porta il suo nome, è un disco fondamentale nella Storia della Musica Mondiale che ha la sfortuna di uscire nel 1965, quando il Folk e il Blues legati alla tradizione non hanno più presa su un pubblico attratto dalle nuove frontiere musicali di quel periodo storico. Si rivela un totale fallimento commerciale. La fortuna quando può, come nel suo caso, volta sempre le spalle e per lui non è mai tornata indietro. La bilancia pende sempre sul lato negativo. Trattenuta, a malapena, nello sprofondare, soltanto dalle illusioni, fin quando non finiscono anche i soldi incassati. Torna nella sua terra d’origine, si sposa e comincia nuovamente a lavorare come giornalista, in una vita che potrebbe sembrare anche troppo tranquilla, fin quando il figlioletto di pochi anni non viene strappato alla vita da una fibrosi cistica. Il dolore distrugge il suo matrimonio e la sua psiche fin troppo provata dai complessi. Uno storpio è sempre un diverso. Iniziano anni di vagabondaggio tra cliniche psichiatriche di riabilitazione e panchine pubbliche con il cielo come tetto. Poi un giorno scompare. Perso nei meandri della sua follia si convince che deve raggiungere Paul Simon a New York per una seconda possibilità. Ovviamente il progetto fallisce e lui vagherà per la “Grande Mela” come un barbone senza dimora, alla totale deriva esistenziale, nonostante nel 1978 esca una prima ristampa del suo unico disco. Di lui si perdono le tracce per quasi vent’anni. Fin quando Jim Abbott, un collezionista fan di Jackson, decide di capire che fine abbia fatto il suo idolo. Dopo lunghe ricerche, lo ritrova, quasi irriconoscibile, ingrassato di parecchie taglie e senza un occhio. Bambini con un fucile ad aria compressa si sono divertiti a sparare addosso a quel povero barbone facendogli saltare l’occhio sinistro. Gli ultimi anni della sua vita sono da considerarsi quasi normali sotto l’ala protettrice di Jim Abbott che ne cura la salute, le ristampe dei dischi e scrive un libro su di lui. Grazie al suo generoso fan nel 1997 tornano a risuonare le note di un artista tanto geniale quanto sfortunato a cui la Vita non ha risparmiato quasi niente. D’altronde lui stesso cantava: “Vivere è un azzardo, baby / Amare è più o meno lo stesso / Ovunque io abbia giocato (suonato) / Ovunque io abbia lanciato i dadi / Ovunque io abbia giocato / I Blues (le tristezze) hanno gestito il gioco”.

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