Gabriele Coen, Francesco Mascio e Luca Caponi al C.S.O.A. Strike di Roma- di Francesca Spaccatini

Se si potesse descrivere il mondo musicale di Gabriele CoenFrancesco Mascio e Luca Caponi attraverso un libro illustrato sceglierei “L’onda” di Suzy Lee. Un libro senza parole in cui le prime pagine in bianco e nero raccontano il rapporto tra una bambina e il mare. La bambina sembra essere intrappolata nella sua parte di spazio, la pagina a sinistra, divisa dal limite fisico della costa del libro, da quella distesa curiosa marittima, rilegata nella pagina destra. Quando finalmente la bambina decide di varcare quel confine o quel limite, il suo mondo si riempie di colore perché invaso dall’onda del mare. Diciamo che Gabriele Coen, Francesco Mascio e Luca Caponi, sono riusciti a varcare quel confine dando spazio e suono all’interculturalità della musica. Un risultato che parte da un attento e ricco lavoro di ricerca di Gabriele e Francesco circa i punti di contatto tra il Jazz e la musica etnica. I tre si sono esibiti sul palco del C.S.O.A. Strike a Roma il 28 marzo 2018. Gabriele Coen (sassofono soprano e clarinetto), Francesco Mascio (chitarra) e Luca Caponi (batteria), decidono di esibirsi insieme, presentando i brani che hanno caratterizzato le loro carriere. Uniscono così le loro mappe geografiche sonore concedendoci la possibilità e il piacere di viaggiare per il mondo in compagnia di ebrei, musulmani, sinti e induisti. Gabriele Coen è affascinato dalle innumerevoli contaminazioni del Jazz, riuscendo ad immortalare l’esatto momento storico in cui i diversi popoli sono entrati in contatto tra loro. Con l’esecuzione di Jewish five, tratta dal suo disco “Yiddish Melodies in Jazz”, pubblicato per l’etichetta newyorkese Tzadik nel 2013, dà fiato al Jazz moderno americano ed europeo che negli ultimi trent’anni hanno riscoperto la musicalità klezmer, l’antica musica delle comunità ebraiche dell’Europa orientale insieme alla cultura yiddish. I tre pezzi successivi ci conducono nella penisola iberica: Duende, richiama le storie popolari dell’Andalusia trasmesse di generazione in generazione, e sta ad indicare uno “spiritello” o comunque qualcosa di difficile da spiegare, che tiene vivo il fuoco artistico, a cui gli si attribuisce la scintilla dell’ispirazione. Al-Andalus, nome che i musulmani diedero alla parte della penisola iberica al sud della Gallia da essi controllata nell’VIII secolo grazie all’aiuto della popolazione ebraica, saccheggia le sonorità arabeggianti trasportandoci dinnanzi ai monumenti di Siviglia, Cordoba e Granada. Con Alhambra si conclude il nostro viaggio storico per le terre andaluse, e ci si sposta in India grazie alla composizione di Francesco Mascio, presente nell’album “Ganga’s Spirit”. Earthquake in the desert of Thar, parte caotica, la batteria e la chitarra generano instabilità, s’arresta tutto per qualche secondo, e riparte calma, malinconica e misteriosa. Il concerto procede all’insegna del multiculturalismo, rovesciano la medaglia, e arriva il pezzo Scontro di civiltà composto da Gabriele Coen per il film “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” in cui la chitarra di Francesco sembra essere uscita dal Dead Man di Neil Young. I tre sembrano essere in procinto di darci la buonanotte sulle note di Chords for Gino che, rilassante, richiama momenti di protezione e sicurezza di un abbraccio paterno, l’attimo in cui si è in pace con sé stessi perché forse Gino, il maestro di Francesco, lo ha aiutato e guidato a trovare un angolo di mondo adatto al suo essere. Mentre siamo trasportati in questo sogno ad occhi aperti, sorprendono e ci destano bruscamente con Awakening: immaginatevi al risveglio, una mattina qualunque, prendete un cucchiaio di miscela arabica, scioglietela in una tazza Klezmer, accendete lo stereo e bevetene… sentirete l’energia impossessarsi di voi, potrete iniziare la vostra giornata col piede giusto. Effetti indesiderati: iperattività. In ultimo Gabriele e Luca sostengono Francesco nella promozione del suo ultimo disco, “Jaggae”, con Guinea Ska, fresca e spensierata che me la immagino lì a nuotare in fondo al mare come la Sirenetta. Ciò che più colpisce è la sintonia dei tre musicisti. Sul palco si lanciano occhiate, sguardi e cenni d’intesa per concedersi spazio a vicenda. Hanno dato vita ad un vero e proprio viaggio di scoperta senza passaporto né biglietto, ricordandoci di lasciare aperte le frontiere per dar vita ad un mondo nuovo che sia sonoro o culturale pieno di colore, proprio come ne “L’onda” di Suzy Lee.

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