Gabriel Delta Band: “Hobo” (Ultra Sound Records 2017) – di Magar

Sono certo che pochi di voi (purtroppo oserei dire) conoscano Gabriel Delta e la sua concezione musicale, frutto di un percorso che coniuga l’impegno sociale e la preziosa lezione appresa alla scuola di Freddie, Albert e B.B. KingGabriel è da sempre un artista vero, genuino e rigorosamente situato “on the other side of the street”, dove ci stanno gli sfigati, i deboli, gli ultimi della fila insomma. In questo fitto sottobosco l’eclettico cantante chitarrista italo-argentino trova l’humus che alimenta la sua vena, fatta di rhythm’n’blues, funky e tradizione sudamericana. Il suo ultimo lavoro, “Hobo”, è in questo senso emblematico, al di là del semplice significato di questa parola (vagabondo). Gabriel ci conduce in un vero e proprio viaggio  tra le influenze dell’Africa e dell’America Latina che arriva a poi a lambire l’Europa, prima di avventurarsi nel resto del mondo. Come se il lussureggiante delta del Mississippi venisse rigenerato da una serie di contaminazioni culturali e musicali fondamentali per il proprio futuro. Costruito su una live session eseguita in studio, “Hobo” è una vera e propria porta attraverso la quale accedere a un sentiero affascinante e variegato, lungo il quale si fanno incontri inaspettati e insperati. Grazie al fondamentale apporto della chitarra di Gianni Gotta, unito a quello del basso di Daniele Mignone e della batteria di Carlo Bellotti, Gabriel da vita ad un excursus musicale istintivo e frizzante, che ha il pregio di risvegliare i sensi anche dell’ascoltatore meno probabile. Seguire la Band lungo questo percorso significa rendersi disponibili a partecipare ad un sontuoso banchetto che risulta perfetto pur essendo del tutto privo di qualsiasi tipo di programmazione. Anche quando i musicisti sono alle prese con la cover (il disco ne contiene tre) di un classico come Soul Shine di Warren Hines, la sensazione resta quella di un ensemble che fa musica in modo viscerale ed estremamente personale, immedesimandosi con ogni singola nota; ne abbiamo la riprova con la splendida versione di Queen Bee, gioiellino cesellato dalla penna del grande Taj Mahal: anche in questo caso la personalissima versione del Gruppo ne fa un piccolo capolavoro di stile. Le composizioni autoctone, poi, sono la vera forza del disco, sorrette da una vitalità contagiosa e coinvolgente. La chitarra di Gabriel spazia dalla più classica delle tradizioni sudamericane (nell’accattivante opeining track Ne Wen) al rock ruvido e sporco di Hobo, per poi farsi sognante in brani come Skyless Angela o nella conclusiva Newen. C’è spazio anche per una sontuosa versione del classico Little Red Rooster di Willie Dixon, suonato con il fiero cipiglio del bluesman di razzaUn grande viaggio insomma, che mi sento di consigliare a tutti: per cui, novelli Sal Paradise, mettetevi On The Road con Gabriel Delta e fate tesoro della sua esperienza.

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