Funkadelic: il funk incontra la psichedelia – di Maurizio Fierro

Chissà se quando lavorava alla Ford per 85 dollari alla settimana Berry Gordy Jr. avrebbe mai pensato di affiancare alle “Big Three” della sua città (Ford, General Motors e Chrysler), una “Big Four”. Invece il 12 gennaio 1959 l’ex cantante part time crea la Motown Record Corporation, e da quel momento Detroit potrà dire di avere la prima casa discografica in America di proprietà e gestione nera. Ha subito successo, Gordy. Mette sotto contratto diversi artisti e Shop Around dei Miracles raggiunge subito il milione di vendite, un successo che certifica ufficialmente la nascita dell’era Motown. La formula è semplice: molta disciplina e fedeltà alla linea musicale, che deve essere lineare, con tracce molto orecchiabili e con poco spazio all’improvvisazione e alla spontaneità. Insomma, una sorta di soul annacquato per il mercato pop. Le Supremes rappresentano in quegli anni il perfetto paradigma Motown: hit a ripetizione, come in una catena di montaggio. Sapete com’è, no? Siamo pur sempre a Detroit. La Motown ha i suoi autori (Eddie Holland, Lemont Dozier e Brian Holland), le sue coreografie e i suoi produttori (Martha Reeves e Mickey Stevenson su tutti), e i suoi strumentisti, anche se i nomi dei vari James Jamerson ed Earl Van Dyke non compaiono sui dischi. Ci sono poi gli uomini marketing ante litteram: Mickey Stevenson ha un’arte tutta sua nel blandire i dj radiofonici per aver la garanzia di un certo numero di passaggi radio… ma è anche un certo senso estetico, a caratterizzare lo stile Motown. Un look che deve rassicurare, perché pettinarsi e vestirsi in un certo modo conta. Come pure presentarsi e comportarsi con uno stile ricercato e sofisticato. Insomma, un po’ quello che la gente si aspetta, dopotutto. The Temptations, The Four Tops, The Vandellas, Stevie Wonder e Marvin Gaye: tutto dannatamente supercool. Poi, verso la metà del decennio qualcosa cambia. La solennità e la rigidità dei Cinquanta sono un ricordo. Eldrige Cleaver, George Jackson e Angela Davis diventano le icone del movimento di protesta, specie dopo l’incendiario saggio di James Baldwin, “La prossima volta. Il Fuoco”, che segna un passaggio fondamentale per l’identità nera. C’è Malcom X e ci sono i Black Muslims di Elijah Muhammad. Ci sono i fermenti radical di Berkeley, Martin Luther King e il Movimento per i diritti civili. Allora anche la musica nera insegue lo Zeitgeist che cambia. A metà del decennio cresce l’interesse per la musica funk. La “british invasion” influisce, certo. Improvvisamente il sound Motown comincia a perdere appeal: troppo prevedibile e commerciale, sentenziano alcuni critici. Ecco allora farsi largo la Stax di Memphis, con un sound rivale più ruvido. Otis Redding, Wilson Pickett e gruppi come Booker T.& the MG’s hanno un approccio più erotico e violento. Anche la Fame Studios di Florence, in Alabama, non scherza. Ha in scuderia Percy Sledge e Aretha Franklin… scusate se è poco. A Philadelphia l’International Records inaugura il “Philly soul” e, Jerry Butler ed Harold Melvin & The Blue Notes, sperimentano il funk in uno stile elettronico proto-disco. Mentre a Los Angeles il mitico d.j. Nathaniel “Magnificent” Montague – il suo “Burn, baby! Burn!” è stato il grido assordante dei disordini di Watts del 1965 – trasmette musica soul alla radio KGFJ e lancia uno dei pionieri del funk, Charles Wright e la sua Watts 103rd Street Rhythm Band (un gruppo che crea un solco e che influenza non poco Sly and The Family Stone); a New York i dj David Mancuso e Frankie Knuckles stanno per riadattare loft e vecchi teatri come il Paradise Garage e il Saints. Da lì a poco, quei luoghi saranno i santuari del nuovo culto disco music, che per alcuni anni farà da sottofondo a una delle fasi più spudoratamente edoniste della vita americana. Se “What’s going on” di Marvin Gaye rappresenta l’inno soul di fine anni Sessanta, dopo la morte di Martin Luther King anche la musica muta definitivamente registro. James Brown, Sly and the Family Stone e gli Isley Brothers si fanno interpreti di questo cambiamento e iniziano a portare il soul su altri percorsi. In questo magma musicale in continuo movimento, uno stravagante personaggio è pronto a dire la sua. Plainfield è una ridente cittadina del New Jersey fondata dai Quaccheri nel 1684. Alla fine degli anni Cinquanta è attivo un complesso che riscuote un certo successo, i Parliaments. Il leader è un ex barbiere della città. Si chiama George Clinton ed è un tipo carismatico e stravagante. Verso la fine dei Sessanta i Parliaments necessitano di un gruppo di supporto.  Dopo aver ascoltato un chitarrista poco più che maggiorenne esibirsi in un locale della città, Clinton chiede a Billy “Bass” Nelson, bassista dei Parliaments nonché suo ex dipendente nella bottega da barbiere, di convincere quel ragazzo a partecipare a un tour nei dintorni di Philadelphia. Il chitarrista in questione si chiama Eddie Hazel. La band di supporto viene completata con un batterista della Uptown, Tiki Fulwood, con Tawl Ross alla chitarra ritmica, e con Bernie “Dr. Woo” Worrell alle tastiere. Il tour è un successone, e Clinton, trasferitosi nel frattempo a Detroit, si trova in pratica a dover gestire due gruppi musicali caratterizzati da due distinti approcci: orientato al soul, con ricorrente ricorso ai classici cori in stile “doo wop”, secondo il puro spirito Motown, i Parliaments; decisamente virante al rock, il neonato gruppo… a cui occorre dare un nome. Allora George Clinton, che stravede per il rock psichedelico, si appropria del suffisso delic, lo aggancia a funk e crea i Funkadelic che, nell’intento del loro fondatore, dovranno rappresentare una miscela esplosiva di funk, psichedelica e rock. Nasce il cosiddetto P-Funk, di cui Clinton sarà l’indiscussa icona. La prima formazione dei Funkadelic vede lo stesso Clinton alla voce, Eddie Hazel alla chitarra elettrica, Lucius “Tawl” Ross alla chitarra ritmica, Billy “Bass” Nelson e Bob Babbit al basso, Mickey Atkins e Bernie Worrell all’organo, Ramon “Tiky” Fullwood e Brand Innis alla batteria, con l’aggiunta delle cantanti dei Parliaments Clarence “Fuzzy” Haskins, Calvin Simon, Ray Davis e Grady Thomas. I Funkadelic firmano il primo contratto discografico con una neonata etichetta, la Westbound Label di Detroit, e il loro primo 45 giri, “Music for My Mother”, è subito un successo. Un successo vero. Diventa l’inno di Detroit, e quando la band suona al Twenty Grand c’è sempre il pienone. Segue un’altra hit: I’ll Bet You. Diventano un fenomeno i Funkadelic. In scena si acconciano in modo stravagante, con un’accozzaglia di stili fusi in un look a dir poco eccentrico. Dal vivo sono portentosi, e l’esperienza sonora è accompagnata da giochi di luci accecanti e bizzarri, una centrifuga di rosa shocking e verde acido, blu elettrico e giallo oro, ultravioletto e arancione, con scenografie ispirate ai viaggi spaziali. Hanno un’energia che trascina, e i loro concerti rivaleggiano con quelli di Quincy Jones e James Brown. Sul palco si presentano impiumati, truccati, con indosso turbanti e occhialoni. Sono la parodia dei papponi della peggior tradizione “Blaxploitation”, e il loro capo, il mistico George Clinton, alias dottor Funkestein (che farnetica frase apodittiche buone come colonna sonora nei B-movie di Ed Wood) è il peggio vestito… se così vogliamo definire un ciclopico nero che si presenta in pubblico indossando un enorme pannolino. Sono invitati a Londra, e suonano al Lyceum, perché all’ultimo momento la Royal Albert Hall si rende indisponibile a seguito dei disastri procurati da quei simpaticoni dei Mothers of Invention di Frank Zappa, che hanno devastato la sala. I Funkadelic registrano nel 1969 e pubblicano l’anno successivo il loro primo 33 giri omonimo per la Westbound, e l’album viene considerato uno dei migliori debutti degli anni Settanta. Più che altro una raccolta dei singoli già pubblicati, con l’aggiunta di qualche lunga jam. Pur richiamando i classici del soul e del R&B, il loro sound si distingue da quello di altri gruppi che stanno cercando di declinare il soul in chiave psichedelica, come i Temptations, per l’approccio più marcatamente rock, garantito dai riff chitarristici di Hazel, chiaramente influenzato da Hendrix. I Funkadelic spiazzano i critici, e le vecchie categorie vengono ribaltate dal nuovo fenomeno crossover: non più soul nero da una parte e rock bianco dall’altra: sul piatto del pop viene servita una pietanza cucinata con nuovi ingredienti, e il risultato è un rock nero in salsa funk con una spruzzata di psichedelia. Dopo quel primo 33 giri, con la formazione originale i Funkadelic registreranno altri tre album: “Free your mind… and your ass will follow” nel 1970, “Maggot Brain” l’anno dopo e “America eats its young” nel 1972“Free you mind… and your ass will follow”, scritto per stessa ammissione di George Clinton sotto l’effetto dell’Lsd, tratta con leggerezza e ironia i temi sociali dell’epoca, e rappresenta una risposta alternativa a “What’s Going Wrong” di Marvin Gaye e “There’s a Riot Goin’On, Fre Your Mind” di Sly and the Family Stone, usciti nello stesso anno. Composto da solo sei canzoni, Clinton concepisce l’album come frutto di sedute progettate come “acid test” in presa diretta, con gran utilizzo dell’amplificatore, quasi elemento musicale aggiunto. Rispetto al precedente disco, si accentuano ulteriormente i toni funk, con venature acid-rock. Il brano che dà il titolo al 33 giri è una nenia salmodiante che sembra non dover finire mai. Si apre con un ronzio di una radio in cerca di una sintonizzazione, e con Clinton che scandisce come un mantra “Free you mind… and your ass will follow”. Occorre aspettare due minuti per l’arrivo della chitarra funky di Hazel. I Wanna know What’s Good For You è invece una canzone d’amore in cui la fender stratocaster di Hazel e le tastiere di Worrell si affrontano in una sorta di duello musicale spinto al limite della resistenza fisica. Funky Dollar Bill è il brano più profondamente funky del 33 giri, un grido di protesta contro la deformazione del tessuto sociale operata dal consumismo e dal capitalismo dilaganti. Quando alla fine del 1970 i Funkadelic registrano allo United Sound di Detroit il loro terzo album, “Maggot Brain”, la loro fama ormai li precede ovunque, come fa la polena con il vascello. La title track si apre con un parlato che recita in modo ammonitore: “La Madre Terra è incinta per la terza volta / Perché tutti voi l’avete ingravidata / Ho assaggiato i vermi della mente dell’Universo / Non mi sono dispiaciuti / Perché sapevo che dovevo elevarmi al di sopra di tutto / O affogare nella mia stessa merda”. La denuncia consumistica, la mancanza di consapevolezza e il conseguente invito a sollevarsi già presente in precedenti brani, si sublimano in questo stile pensato a mo’ di slogan, che diventa una modalità di scrittura alternativa alla prosa e alla poesia. A rendere però immortale il brano sono i dieci minuti di chitarra di Eddie Hazel. La storia è nota: in un’atmosfera lisergica, Clinton invita Eddie a concentrarsi su qualcosa di molto triste. Il chitarrista accetta l’invito e pensa intensamente alla possibile morte dell’adorata madre. Ne vengono fuori dieci minuti visionari che entrano nella leggenda del rock. Un lamento disperato che il chitarrista newyorkese fa urlare alla sua stratocaster. Un suono distorto, struggente, claustrofobico, un autentico flusso di coscienza che ribalta le coordinate del decennio precedente e apre le porte a una stagione diversa. Quell’assolo dolente sembra suggerirci che lo spirito “Peace and Love” è ormai svanito… e tutti i sogni infranti: quei dieci indimenticabili minuti portano in dote un anticipo di nostalgia che commuove, e che sempre commuoverà chi sarà capace di percepire nell’urlo di quelle sei corde la fine di una sospensione dell’incredulità condivisa. Gli altri brani del 33 giri rispecchiano tematiche di sofferenza e di inadeguatezza: da Super Stupid, una sorta di proto funk-metal anticipatore di un sound che in seguito riconosceremo nei vari Red Hot Chili Peppers, Living Colour e Lanny Kravitz, al piccolo manifesto dei diritti civili Can You Get To That, che contiene alcune citazioni del discorso “I Have a Dream” di Martin Luther King con sottofondo di coro gospel; a Hit In And Quit It, con grande assolo finale di Hazel, fino all’ultimo brano, l’intensa e inquietante Wars of Armageddon, sorta di collage sonoro con elementi di free jazz. Ormai i Funkadelic vivono “on the road”, in un vorticoso susseguirsi di date. Possono esibirsi per dieci giorni al Twenty Grand di Detroit, e poi trovarsi a suonare strafatti al Sugar Schack di Boston, o all’Apollo di New York. Sì, perché i viaggi reali si alternano ad altri trip, in cui il convitato di pietra è l’Lsd. Intanto alla band si è aggiunto Bootsy Collins, che è stato mandato via da James Brown perché beccato nel bel mezzo di un’allucinazione da acido durante un concerto. Lo segue suo fratello, Catfish CollinsBootsy collabora ai dischi dei Funkadelic ma sul palco si esibisce con la sua Rubber Band, che diventa un’entità distinta, nonché una delle realtà più rappresentative del P-Funk. Nel 1972 i Funkadelic pubblicano “America Eats Its Young”, un album doppio registrato in Canada, dove il gruppo ha stabilito il suo quartiere generale. La copertina illustra una banconota da un dollaro, simbolo di una nazione corrotta, e non mancano alcuni riferimenti alla Process Church, una propaggine di Scientology a quel tempo vicina al gruppo. In questo 33 giri aumenta l’influenza di Bernie Worrell, che diventa co-arrangiatore dei brani insieme a George Clinton. Questo lavoro non raggiunge le vette del precedente “Maggot Brain”, ma rappresenta comunque un buon prodotto, con alcuni pezzi da ricordare, a partire dal title track, che conclude la trilogia iniziata con “Free your mind… and Your Ass Will Follow”. Anche questo pezzo è una specie di sermone sulla perdita di contatto con i ritmi umani. Poi c’è Loose Booty, altro inno funk, You Hit The Nail On The Head, con grande incipit all’organo Hammond di Worrell, If You Don’t Like The Effects Don’t Produce The Cause, arrabbiata chiamata alle armi per tutti I fratelli neri, e Everybody Is Going Make It This Time, struggente ballata in stile gospel. Dopo questo lavoro Eddie Hazel abbandona la band. Inciderà degli album solisti, e continuerà a suonare per Clinton, ma i suoi contributi saranno sempre più marginali. La sua vita camminerà sempre sul limitare di un abisso, un attimo prima di cadere, un attimo prima di salvarsi, fino a quando le ricorrenti e massicce assunzioni di droghe, combinate con cronici problemi allo stomaco, accelereranno la sua prematura scomparsa, avvenuta per una improvvisa emorragia interna il 23 dicembre 1992, a soli quarantadue anni. Al suo funerale, quello che era stato considerato l’erede di Jimi Hendrix, non potrà che venire salutato dalle note della sua Maggot Brain. Con Hazel, lasciano la band anche Bill “Bass” Nelson e Lucious Tawl Ross. Un’epoca si è definitivamente conclusa. Con una formazione rinnovata – il chitarrista Michael Hampton sostituisce Hazel – i Funkadelic registrano nel 1973 “Cosmic Slop”. In quel periodo si esibiscono spesso con un gruppo gemello di Atlanta, i Mother’s Finest, una band che suona un funky rock potente caratterizzato dalla voce di Joyce “Baby Jean” Kennedy, dagli infuocati riff del chitarrista Moses Mo, e dalla tecnica del bassista Jerry “Wyzard” Seay, un personaggio stravagante acconciato con un look che fa concorrenza a quello di Clinton. Con “Cosmic Slop” la band attenua la sua natura eccentrica per virare verso una scrittura più politica ma, da quel momento, lo spirito che aveva aleggiato su George Clinton e soci perde un po’ della carica quasi eversiva dei primi 33 giri, per assestarsi su un sound più ripetitivo. Siamo a metà degli anni Settanta, il P-Funk è ormai una realtà consolidata, e George Clinton ne è il suo incontrastato cantore. Ne ha fatta di strada l’ex barbiere di Planfield. Il suo percorso musicale continuerà negli anni, perché, come lui stesso dirà “Non conosco un solo giorno in cui la musica non abbia accompagnato la mia vita”. I Parliaments, che non hanno mai smesso di incidere, continueranno a farlo fino al 1980. Dopo “Cosmic Slop”, i Funkadelic pubblicheranno altri otto 33 giri: “Standing on the Verge of Getting It On” del 1974, “Let’s Take It to the Stage” del 1975, “Tales of Kidd Funkadelic” e “Hardcore Jollies” (entrambi del 1976), “One Nation Under a Groove” del 1978, “Uncle Jam Wants You” del 1979 e “The Electric Spanking of War Babies” del 1981. In totale, sotto l’egida Parliaments/Funkadelic, saranno diciannove gli album pubblicati. Negli anni Ottanta Clinton inciderà da solista e amplierà i suoi orizzonti. Diventerà produttore e lancerà numerose band: fra tutte, i Red Hot Chili Pepper. Negli anni Novanta e Duemila la sua figura sarà riscoperta dalla scena rap e hip hop, che recupererà la tradizione P-Funk in artisti come Tupac Shukur, Snoop Dogg e Kendrick Lamar. Nel 2014 i Funkadelic si sono ritrovati per incidere “First Ya Gotta Shake the Gate”, un disco a cui ha partecipato anche Kendrick Lamar, composto da trentatre tracce, quanti gli anni trascorsi dal loro ultimo 33 giri. Ancora oggi, a settant’anni suonati, George Clinton è ancora in gran forma. Sul palco, nonostante più di mezzo secolo di scena musicale, il suo look eccentrico ricorda sempre quello degli esordi. Solo il pannolino non fa più parte dell’abbigliamento di scena. Magari il dottor Funkestein avrà pensato di riservarselo per il prossimo concerto da ottuagenario.

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