Fugazi: libertà individualista – di Lorenzo Scala

Attitudine, significato dal vocabolario: predisposizione per una particolare attività mentale o fisica, vocazione, inclinazione, talento, ma anche (e queste sono le definizioni che preferiamo): istinto, genio. Di solito iniziare un pezzo in modo didascalico non cattura il lettore, ma concedeteci un piccolo strappo alla regola per introdurre un argomento che ci sta molto a cuore. I Fugazi hanno rappresentato una colonna portante dell’intera architettura post-harcore incarnando una vera e propria rivoluzione in ambito musicale e, se ci sono riusciti, è proprio grazie a questa parola: attitudine come genialità che non si lascia ingabbiare all’interno delle logiche del mercato discografico. Non stiamo parlando di un gruppo impegnato in propaganda politica ma di un bisogno esistenziale: l’attitudine dei Fugazi attinge al pensiero anarco-individualista che mette l’uomo al centro del proprio destino, in grado di creare libere associazioni e di autopromuoversi conformemente ai propri valori fondati sulla libertà creativa e di movimento e sulla consapevolezza di quello che si va a fare. Tutto questo ci riconduce al famigerato e per noi illuminante Diy (do it yourself), filosofia abbracciata dalla band sin dagli esordi. Infatti già dai primi concerti  i Fugazi hanno sempre fatto la scelta di non immettere nel mercato alcun tipo di merchandising e di puntare tutto esclusivamente sui live che avvenivano in location particolari e selezionate privilegiando i luoghi di aggregazione auto-gestiti, insomma quei centri sociali che qui in Italia sembrano dare tanto fastidio a un certo ordine costituito e che, da sempre, si sono fatti promotori di una controcultura essenziale per un paese democratico. Inoltre Ian MacKaye già nel 1980 fondò insieme al collega batterista Jeff Nelson, membro dei Teen Idless, l’etichetta Dischord Records, nata proprio per promuovere le band hardcore locali. Sempre MacKaye ha costruito una sala di registrazione nella sua Washington D.C. e ha iniziato a invitare giovani band permettendo loro di avere un prodotto fisico tra le mani e la possibilità di farlo girare ma forse, più di ogni altra cosa, ha offerto l’opportunità di un’appartenenza, di formare cioè una famiglia alternativa. Ovviamente, questo concetto di libertà conquistata attraverso azioni concrete, si riflette artisticamente all’interno di ogni disco dei Fugazi. Ian Mackaye, Guy Picciotto, Joe lally e Brendan Canty, registrano solo se necessario, non hanno scadenze o contratti da rispettare, il loro ultimo disco “The Argument” risale al 2001 e visti i presupposti di coerenza, difficilmente li rivedremo in rimpatriate d’occasione. Un vero peccato, perché vederli dal vivo è sempre stata un’esperienza sicuramente formativa. Riuscivano ad esprimere una furia a tratti controllata e imbrigliata  in una concentrazione chirurgica, a tratti lasciata galoppare senza un apparente controllo. Il loro disco “Repeater” (1990) è un monolite d’avanguardia musicale e, oltre a rappresentare alla perfezione il cosiddetto post-harcore, contiene i semi di generi futuri da cui hanno attecchito certe istanze post rock, il fantomatico cross-over anni novanta e l’emo-core che oggi spopola tra i ragazzi. Un vero peccato non poterli ascoltare in nuove composizioni ma, se ci pensiamo attentamente, alla fin fine neanche  più di tanto: la loro lezione di libertà individualista (sicuramente non ci riferiamo all’individualismo di stampo consumistico occidentale) è stata talmente lampante che ha fatto accendere molte lampadine nelle teste dei ragazzi che li hanno seguiti. Da qualche parte, ne siamo certi, il testimone è stato già raccolto, questo di certo basta a colmare la loro assenza.

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