Fufi Sonnino: “Tango della femminista” (1973) – di Valeria La Rocca

“Stasera ci scappa il morto”. Quand’è che abbiamo cominciato a parlare così? In quale punto della storia dell’emancipazione femminista, abbiamo sbiadito la linea di confine fra la rivendicazione dei diritti di “esistenza” e l’arroganza di disconoscere la nostra vera natura. Queste sono le parole di una donna contro una donna, rea quest’ultima di aver saputo conciliare in sé forza e umanità, di essere riuscita a fare un mestiere da uomo con competenza e rigore, senza rinunciare alla propria umana femminilità. Auguri di stupro e violenza che vanno da bocche di donna ad altre donne e che declinano il linguaggio tipico degli uomini che hanno paura. È la paura che spinge le donne di oggi a urlare al massacro, a farsi sedurre dalla promessa di protezione da nemici più temibili dei nemici che ci dormono a fianco e si divertono a sceglierci nella galleria dei profili social? Fa più paura un “uomo nero” che viene dal mare e che qualcuno ci convince ad evitare, o un “uomo bianco” che ci rassicura, che ci guarderà le spalle mentre torniamo a casa di notte da sole in macchina e con le portiere chiuse? Quando abbiamo cominciato ad usare il linguaggio del “noi contro voi”? Nelle manifestazioni di piazza, con i cartelli in mano e i fiori sui capelli? Quando ci sentivamo al sicuro dentro un corteo, strette e vicine, sorelle col pugno alzato e bambini poggiati sui fianchi? Abbiamo scalato insieme montagne di violenza e umiliazione, abbiamo sacrificato i sogni di bambina per dimostrare che sappiamo salvarci da sole e che non c’è mestiere che una donna non possa fare anche meglio di un uomo. E siamo brave, siamo forti, non ci facciamo più mettere le mani addosso sui tram. Abbiamo conquistato insieme il diritto di respingere l’aggressione e denunciarla e abbiamo rivendicato il diritto di essere sovrane indiscusse del nostro corpo.
Eppure, in un certo momento di questa storia che è difficile da identificare, ci siamo rinchiuse dentro il nostro stesso linguaggio e abbiamo cominciato a dissertare di desinenze al femminile: Ministra, Sindaca, Capitana. Ci siamo convinte che la battaglia dovesse passare sul campo della linguistica piuttosto che su quello delle azioni perché, ingenuamente, pensavamo che i fantasmi del passato si fossero dileguati, che i diritti fossero acquisiti, che ogni donna avesse conquistato il diritto di essere donna e non solo madre o moglie. E mentre alcune di noi tessevano la trama del nuovo conflitto ideologico, qualcuno più scaltro di noi stava coniando una nuova lingua, fatta di temi antichi: il condottiero difensore della patria, il principe coraggioso che uccide il drago, la donna vera che difende la famiglia e la tiene insieme, costi quel che costi e, mentre alcune di noi, fra un’ermeneutica del testo e un cineforum, bevevano tisane per mettere a tacere la voce del ventre vuoto, altre cedevano alla tentazione di affidarsi al selfie perfetto che le avrebbe fatte emergere dalla massa. Quelle con le tisane allo zenzero hanno smesso di marciare strette le une alle altre e hanno cominciato a diffidare le une delle altre, mentre le altre sorelle cadevano nella trappola. Così è successo di nuovo che il rogo delle streghe fosse appiccato proprio dalle donne. Che il più atroce abominio che mente umana di donna possa concepire come lo stupro, fosse augurato dalle donne stesse. Che donne marciassero strette come sorelle coi cartelli in mano per impedire ad altre donne che esercitino il diritto di disporre del proprio stesso corpo e secondo coscienza. Una lingua nuova, senza cura delle desinenze o dell’ortografia, si è fatta strada sulle bocche delle donne e sotto i loro polpastrelli, al punto da augurare ad un’altra donna di “sgravare” i figli là dove sono stati concepiti con violenza inaudita. Sono state pronunciate parole di madri per esprimere il sollievo di vedere un ”negretto”in meno annegare nel buio di un mare nero e profondo come un ventre vuoto e sterile di umanità. La vera parità sta nella libertà di essere ciò che siamo per natura: ventre che accoglie, coraggio che sconfigge la paura ma che si nutre di essa, parola che crea e non separa. Alziamo gli occhi tutti dallo schermo, uomini e donne, solleviamo i polpastrelli e rimbocchiamoci le maniche. Usiamo le parole per marciare stretti gli uni alle altre, coi pugni alzati e i bambini poggiati sui fianchi in questa Italia alla deriva dalla desinenza al femminile.

Cor capello dritto ‘n testa / e lo sguardo a pugnaletto / se ne va
monta ‘n trave e aspetta al varco / chi la sfiorerà / ecco là spunta l’ometto
c’è cascato / ZA ‘na guardata, / ‘na bruciata / quello è corco e nun ce prova più
Tango della femminista / Tango della ribbellion
Cor soriso ‘npo’ allupato / e lo sguardo assatanato se ne va
va pe’ strada a tutte l’ore / va pe’ strada ‘ndo je pare / e chi la ferma più
ecco là spunta er bulletto / c’è cascato / ZA na guardata / na bruciata
quello è corco e nun ce prova più
Tango della femminista / Tango della ribbellion
Co’ la chioma sciorta ar vento / e er soriso a t’amo tanto / se ne va
fra la gente che cammina / che s’intruppa e s’avvelena / se ne va
d’esse sola o ‘n compagnia / je ne frega poco o gnente / perché sa
c’hesse donna è ‘na conquista / l’ha sgamato ‘nsieme a tante / e chi la ferma più
Tango della femminista / Tango della ribbellion.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.