“From Perigeo to Galaxy Big Band”: Bruno Biriaco si racconta – di Mr. Hyde

Già dal primo approccio Bruno Biriaco si è rivelato molto gentile e disponibile: insieme a lui abbiamo ripercorso alcuni momenti importanti della sua carriera artistica, attraverso i suoi ricordi, o ripescati curiosando tra video, registrazioni di trasmissioni televisive, foto ingiallite su riviste e giornali: dagli esordi, all’ascolto del suo primo 45 giri – di Chet Baker e Jerry Mulligan – che lo fece perdutamente innamorare del Jazz, fino alla recente esperienza con la sua Galaxy Big Band, passando attraverso l’avventura con i Perigeo, i Saxes Machine e le sue proficue collaborazioni con la Rai (per esibizioni, sigle e soundtracks già dal 1983). I ricordi sono vivi, e il racconto svela ancora l’entusiasmo di quel periodo: gli anni del beat e di “Bandiera Gialla” (dal 1965) alla radio, il gruppo con i fratelli  De SicaThe Ancient, nato nel periodo liceale (1964-67), tutti compagni di scuola del Collegio Nazareno a Roma.
“C’è da dire che il gruppo lo fondai io inizialmente con il nome “The Sailors” e la sua formazione era con Manuel alla chitarra e un bravissimo Christian come cantante”
.
Due 45 giri all’attivo, si esibivano alle feste da ballo il sabato pomeriggio al  Samoa club. Il repertorio era quello dei Beatles e dei Rolling StonesUn successo.

Come hai cominciato  a suonare  jazz? E perché la batteria e non qualche altro strumento visto che avevi studiato pianoforte?
“Diciamo subito che chi mi ha avvicinato al Jazz è stata mia madre. Mi ricordo che la sera, mi pare nel 1960, andava in onda sul secondo programma della radio intorno alle 19:00 la “Coppa del Jazz”, che cominciai a seguire con tanta attenzione, conoscendo così tanti nomi importanti: Enrico Intra, Gil Cuppini, Amedeo Tommasi
. Fu questa musica a rapirmi completamente con il suo linguaggio nuovo e pieno di energia.” 
Bruno prende lezioni di pianoforte, ma è la batteria che attira la sua attenzione. Dalle scatole di latta dei biscotti passa al primo strumento artigianale molto ben fatto: una Aloy.
“Nel 1965, andai nel primo locale romano di Jazz: il ”Purgatorio”, nella zona di Trastevere, della stessa proprietà del ristorante “Meo Patacca”. Lì ebbi la fortuna di ascoltare Franco D’Andrea (già grandissimo allora) che suonava con Gato Barbieri e Gege Munari alla batteria: un concerto indimenticabile”.
Da qui le prime lezioni di batteria da un grande Maestro: Sergio Conti, batterista di Armando Trovajoli e dell’Orchestra della Televisione di Roma. L’incontro si rivela importantissimo  in quanto Sergio porta Bruno con sé alle registrazioni di “Studio Uno” (con il Maestro Canfora) e “Teatro 10” (con il Maestro Ferrio).  
“Il mio debutto sulla scena jazzistica romana arrivò nel 1967, al “Folk Studio” di via Garibaldi, dove cominciai a suonare con i primi nomi importanti dell’area jazzistica romana: Francesco Forti, Carlo Loffredo, Marcello Rosa, Giancarlo Schiaffini, Mario Schiano“.
Siamo all’inizio degli anni 70, Bruno frequenta e suona con Franco D’Andrea e Giovanni Tommaso al “Music Inn” celebre Jazz Club romano fondato da Pepito Pignatelli: i tre diventano una delle “ritmiche” di riferimento del locale. Il Jazz stava subendo un grande cambiamento.
“…dopo “Bitches  Brew” di Davis i musicisti si trovarono di fronte ad un bivio che avrebbe portato non poche crisi e dubbi: continuare a percorrere un cammino più sicuro, sempre sensibilmente attento allo swing, anche se espresso attraverso la complessità solistica ed espressiva dei musicisti hard-bop, oppure raccogliere l’indicazione di una “nuova via” da percorrere, come Davis aveva sapientemente indicato. Senza rinunciare alla peculiarità fondamentale del jazz che era lo swing, lo si fondeva questo ad una maggiore solidità ritmica, di provenienza squisitamente rock. Giovanni lo capì subito e ci propose (a me e Franco) la sua idea, non senza qualche dubbio e riflessione da parte nostra. Stava iniziando il Perigeo che avrebbe preso definitivamente forma con l’inserimento di Tony Sidney alla chitarra, l’unico di estrazione rock, e di Claudio Fasoli che Franco ed io notammo in un Festival del Jazz al Teatro dell’Arte di Milano nel 1970. Giovanni in quel momento lavorava come arrangiatore presso gli studi della RCA di Roma in via Tiburtina. Propose il suo progetto che incontrò l’interesse della casa discografica che decise così di produrre il primo album, “Azimut “.
Inizia così l’avventura straordinaria con il Perigeo  durante la quale registrerete dischi per la RCA dal 1972 al 1977. A proposito del “Music Inn” di Roma, mi è capitato di vedere dei filmati d’archivio della Rai, risalenti al 1976, girati in questo locale dove suona Chet Baker, accompagnato da te e Giovanni Tommaso, Amedeo Tommasi al piano e Jacques Peltzer al flauto: mi ha colpito il tuo modo di suonare, così discreto, sotto le parti cantate: con eleganza, grande classe da professionista. Hai qualcosa da raccontarmi di quelle session?  
Credo che l’esperienza con Chet al “Music Inn”, sia stata una delle più importanti della mia carriera artistica e devo ringraziare Pepito che mi volle far parte della ritmica. Devo dire che uno dei primi dischi di jazz che acquistai fu “Bernie’s Tune” un 45 giri dove suonavano Chet e Gerry Mulligan. Ero molto emozionato per questa opportunità e tra l’altro Giovanni mi regalò un saggio consiglio: “cerca di non suonare forte perché Chet odia i batteristi pirotecnici”.
Bruno rimase ammaliato dalla tecnica pregevole e la  intensità espressiva con cui  suonava e cantava Baker.
“…alla fine Chet volle darci la paga e quando arrivò il mio turno mi strinse la mano e si complimentò con me per come avevo suonato. Sono, forse, uno dei pochissimi batteristi a non essere stato “cacciato” da lui dal palco perché, quando non gli piaceva come suonava un musicista (pianista o batterista), anche in concerto lo faceva alzare e si sedeva a suonare al posto suo.
Nel 1977 il Perigeo si scioglie, tuttavia con quei compagni d’avventura continui a collaborare e percorrere altri sentieri musicali. Tant’è che già nel 1978 dai vita ad una eccezionale jazz-band, la Saxes Machine in cui, guarda caso, suoni con Tommaso al basso, D’Andrea al piano e insieme a cinque importanti sassofonisti italiani.
La nascita dei “Saxes Machine”, almeno come progetto, avviene molto prima del 1977 ed è abbastanza curiosa. Nel 1973 partecipiamo, come Perigeo, alla prima edizione di Umbria Jazz ed in quella occasione incontro Mel Lewis, co-leader assieme a Thad Jones
, un vero genio della partitura moderna della Jazz Orchestra in cartellone al Festival. All’epoca studiavo composizione e chiesi a Mel dove potevo trovare le loro partiture perché volevo studiarmele, avendo tutti i loro dischi ma, soprattutto, ero affascinato dal “sound” di quell’orchestra, specialmente nella scrittura assolutamente geniale dei sassofoni”.
L’idea di Bruno era quella di sintetizzare in ambito jazzistico, il suono della big band in un gruppo di cinque fiati. Sottopone questo progetto a Baldo Maestri, 1°sax Alto dell’Orchestra Radio di Roma, dove aveva avuto una scrittura come batterista.
“La sua risposta fu: quando cominciamo? – prosegue – Quel periodo in Rai per me fu importantissimo perché, quando si poteva, provavamo i pezzi preparandoci così alla realizzazione del nostro disco, “Nouami” che si sarebbe registrato nei giorni 11 e 12 gennaio 1978 con successivo debutto in pubblico il 13, presso il Centro Jazz St. Louis in via del Cardello a Roma, sotto la guida di Enrico Pieranunzidirettore artistico della linea-jazz della Edipan. Fu un trionfo, seguito da tante altre soddisfazioni in campo concertistico in Italia ed all’Estero. La formazione di questo disco comprende l’intera sezione sax dell’Orchestra della Radio composta da Baldo Maestri, Gianni Oddi, Sal Genovese, Beppe Carrieri, Carlo Metallopiù la ritmica del Perigeo ossia io, Giovanni Tommaso al basso e Franco D’Andrea al pianoforte.(*)
La Galaxy Big Band è l’ultima delle tue creature: una grande orchestra formata da ben 19 elementi e sviluppata sul tipico organico delle “big band”, con la voce di Joy Garrison, grande cantante americana e figlia del celebre Jimmy, bassista nel mitico quartetto di John Coltrane con McCoy Tyner ed  Elvin Jones. Quando e perché è nata?
“I “Saxes Machine” sono stati un’ottima palestra per approfondire problematiche musicali che inevitabilmente mi avrebbero poi portato all’orchestra e, nel suo più specifico, alla Big Band, cioè un’orchestra di stampo jazzistico composta prevalentemente da strumenti a fiato, brass (trombe e tromboni), ance (i sassofoni), completata da una sezione ritmica (chitarra, basso, batteria e pianoforte). Mi affascinava molto la maniera in cui la musica scritta per tanti strumenti, quindi in partitura, potesse comunque conservare con più attualità quelle peculiarità tipiche del jazz e cioè swing ed improvvisazione, come è successo per le grandi big band di Ellington o Basie. Spesso certo fondamentalismo ideologico non riteneva che si potesse parlare di Jazz di fronte a musica scritta in spartito ma non è affatto così ed oggi tutto ciò è dimostrato dai più grandi musicisti”.
Il racconto prosegue con la prima esperienza di direzione, nel 1984 a “Domenica In”, programma Rai con Pippo Baudo, l’esperienza dell’insegnamento di pratica d’orchestra presso il centro jazz Saint Louis di Roma e la nascita della “Saint Louis Big Band”. Infine nel 2003 nasce la “Galaxy Big Band”, orchestra stabile della quale Bruno sarà direttore e curerà gli arrangiamenti.
“Il motivo per cui nacque quest’orchestra è stato quello di riempire una lacuna culturale sulla nostra realtà musicale basata esclusivamente sullo slancio di qualche appassionato ma poco curata dal punto di vista tecnico-professionale. L’ambiente del jazz in Italia ha sempre un po’ snobbato le orchestre relegandole a nostalgico revival, dimenticandosi del fatto che, anche in questo settore, da Ellington, a Glenn Miller e Basie, erano stati fatti grandi passi avanti sia sul piano armonico che espressivo: Woody Herman, Quincy Jones, Thad Jones ne sono stati un grandissimo esempio”.
ll vostro repertorio è molto ricco e vario: spazia dal ragtime di King Porter Stomp di Jerry Roll Morton, al blues di Summertime di Gershwin, a pezzi  fusion come Birdland di Zawinul, allo  swing di Duke Ellington o Count Basie, ai classici pop come You Are the Sunshine of my Life di Stevie Wonder, insieme a  tue originali composizioni. Un omaggio al  jazz e alla musica in generale, un progetto impegnativo ma che ha anche un grande fascino. Pensi di poter fare presa su un pubblico più vasto? Hai trovato organizzatori ed  amministratori  favorevoli  ad investire nelle vostre esibizioni?
“È vero, non ho voluto limitare la scelta dei brani a stili od epoche precise e, soprattutto, non è una operazione nostalgia, ho infatti in repertorio anche brani di Zawinul, Davis, Gillespie. Curando personalmente la scrittura di tutti gli arrangiamenti: la presenza di certi brani diventa così un omaggio all’autore riproposto, però, con armonie più attuali. L’unico arrangiamento che ho deciso di rispettare, trascrivendolo, è stato “Early Autumn” di Woody Herman, bellissimo brano composto nel 1949 ed ancora oggi attualissimo per la sua modernità. Trovo che la presenza in scena di una big band, quando suona bene musica scritta altrettanto bene, oggi abbia un contenuto di spettacolarità differente da altre formazioni nelle quali questo aspetto è trascurato e dove spesso non basta una buona capacità solistica per catturare l’attenzione del pubblico alle volte visibilmente annoiato da soli interminabili. Per questo la “Galaxy Big Band” è un importante progetto di comunicazione volto a recuperare quel grande pubblico che dell’orchestra ha una visione distorta, alimentata solo da una disinformazione che oggi impera nel mondo della musica, strumentalizzata ormai da certi interessi e speculazioni che purtroppo mortificano anche il Jazz italiano. Il sistema concertistico è profondamente cambiato a causa della crisi economica ed in tutto questo, le orchestre sono fortemente penalizzate dagli alti costi di gestione (Enpals, ecc.). Non c’è più nessun organizzatore che si impegni in un progetto artistico senza la sicurezza di un riscontro economico, quindi lavorano solo i grandi nomi con piccole formazioni. Lo stesso avviene per le amministrazioni comunali che ormai delegano a società di servizi l’organizzazione di certe manifestazioni e la convocazione di determinati artisti.
“Abbiamo tutti un blues da piangere”: qual è il tuo blues
“In questo momento soffro molto la realtà di una musica umiliata e mortificata in Italia. Con i teatri che ci sono in questo Paese, dei veri gioielli soprattutto in provincia, si  potrebbero aprire  dei circuiti concertistici in grado di far lavorare tanti musicisti, tenendo in vita i loro progetti e realizzando così una grande operazione culturale, che anche sul piano sociale avrebbe un valore immenso”.
Durante la tua densa e ricca carriera hai percorso sentieri sempre diversi, hai coinvolto numerosi altri artisti per realizzare le tue idee e pur avendo ottenuto ogni volta risultati eccezionali, non ti sei fermato… Cos’altro hai in mente di fare?
“Sono stato fortunato ad aver avuto un cammino artistico “dinamico” ma comunque naturale nella sua evoluzione. Ho cominciato da batterista e come tale ho avuto tanti privilegi, tanti nomi importanti con cui suonare, due gruppi che hanno lasciato un segno profondo nella musica italiana. Il cammino intrapreso, dopo l’attività di batterista, non era affatto semplice: avevo lasciato il certo (attività concertistica) per l’incerto (la nuova attività di direttore d’orchestra e di band leader). Nelle mie scelte c’è stata forse un po’ di paura, dovuta all’incognita dei relativi risultati ottenuti, ma abbondantemente superata dalla curiosità che mi suscitava percorrere una nuova strada, sicuramente piena di difficoltà, ma con la certezza di superarla a pieno titolo. Una cosa però è certa, ho avuto anche dei buoni maestri che hanno saputo comunicarmi tutto il necessario per “capire”: e questo nella musica è fondamentale, perché alla fine siamo e saremo sempre soli a fare le nostre scelte di percorso ed il “fiuto” è fondamentale. Riguardo ai progetti futuri, il principale è quello che con la “Galaxy Big Band” si possa girare di più: per il valore dei musicisti che ha e per il progetto stesso, il fatto che ci siano poche opportunità lo ritengo un grave torto fatto al pubblico”.
Ci sarebbero molte altre cose da chiedere al Maestro Bruno Biriaco ma, per ora, “mettiamo un punto”, con la promessa di risentirci. E’ stata una lunga e piacevole chiacchierata nel corso della quale storie, impressioni vissute e idee, si sono incrociate con la storia “ufficiale” del Jazz italiano, e di quello internazionale, diventandone, nel momento stesso in cui sono state raccontate, un ennesimo capitolo.

(*) Il gruppo Sax Machine è ancora oggi attivo: oltre che da Bruno Biriaco, è formato da Gianni Oddi (a. sax), Filiberto Palermini (a. sax), Alessandro Tomei (t. sax), Simone Salza (t.sax), Marco Guidolotti (b. sax), Stefano Sabatini (pianoforte), Massimo Moriconi (contrabbasso).

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Un pensiero riguardo ““From Perigeo to Galaxy Big Band”: Bruno Biriaco si racconta – di Mr. Hyde

  • Dicembre 28, 2018 in 11:40 am
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    Come non si può parlare bene di un artista come Biriaco che ha militato in uno dei migiliori gruppi della musica jazz nostrana(Perigeo), che ha suonato insieme con Chet Baker(!), che continua ottimamente la sua carriera musicale esplorando nuove frontiere, arricchendo la sua esperienza musicale? A volte penso che i nostri musicisti siano sottovalutati. Buona musica a tutti e buon ascolto.

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