Free: “Tons of Sobs” (1969) – di Alessandro Gasparini

Il boomerang, oltre a essere un simpatico e volendo pericoloso (se non lo si sa maneggiare) manufatto di origine australiana, è una metafora che spesso calza con mille storie legate alla tradizione musicale. Una su tutte la tradizione punk, con il manager Malcolm McLaren abile nel portare dalla “Grande Mela” in UK gli input dei New York Dolls e dei Richard Hell and The Voidoids, utili alla nascita e allo sviluppo dei Sex Pistols e del punk britannico a metà anni 70. Come un boomerang appunto, quell’ispirazione sarebbe poi tornata in patria in tempi abbastanza rapidi favorendo, tramite i Germs di Darby Crash e Pat Smear, il proliferare delle band hardcore punk della West Coast a cavallo tra fine 70 e i primissimi 80. Ma riavvolgiamo il nastro all’indietro di qualche anno, perché tale metafora può valere anche per storie precedenti che hanno segnato i legami musicali tra il Nuovo Mondo e l’antica Madre Patria. Gli anni 60 nel Regno Unito videro il recupero della tradizione blues da parte di band composte da giovani bianchi della Swinging London, in particolare, e di altre grandi città. Il british r&b diede luogo ad un humus decisamente variegato, all’interno del quale si distinsero nomi come Rolling Stones, Animals e Yardbirds.
Oltre a questi pionieri, anche altri gruppi ammaliati della nascente psichedelia nella seconda metà del decennio quali
Cream, Fleetwood Mac e Savoy Brown, rispedirono il messaggio al mittente scuotendone irrimediabilmente le viscere. Il Blues dei bianchi britannici riportava alla società statunitense, in buona parte bigotta, la memoria non condivisa della schiavitù e dell’emarginazione della popolazione nera. E se i “White Anglo-Saxon Protestant tendevano sostanzialmente a ignorare questa musica e tutti i significati annessi, c’era una fetta consistente della collettività afroamericana che, ormai inserita a pieno titolo nella Middle Class, voleva rimuoverla dalla propria memoria. Musica, politica e senso di appartenenza alla propria comunità erano imprescindibili in un contesto simile, del quale il documentario del 1972 Chicago Bluesdi Harley Cokeliss offre uno splendido affresco.
Tornando però al nostro boomerang, che stazionava alla corte di
Sua Maestà, si può dire che il successo e soprattutto l’evoluzione del blues nel Regno Unito passò da due nomi fondamentali. Il primo è Alexis Korner, che nel suo complesso Blues Incorporated ha annoverato musicisti come Jack Bruce, Charlie Watts e Giger Baker; mentre il secondo è John Mayall, nella cui palestra chiamata Bluesbreakers è cresciuta gente del calibro di Eric Clapton, Jeff Beck, Mick Taylor, Peter Green e Aynsley Dunbar. Entrambi, possono essere considerati padrini e mentori di un giovanissimo e promettente bassista di nome Andy Fraser. La storia di Fraser è alla stregua di di quelle di tanti altri musicisti britannici in erba che volevano suonare il blues in quegli anni, ma dalla sua ebbe la fortuna di incontrare altri tre sbarbatelli prodigiosi. La loro band venne fondata nel 1968 a Londra con Paul Rodgers alla voce, Simon Kirke alla batteria e Paul Kossoff alla chitarra. Kirke e Kossoff suonavano già insieme nei Black Cat Bones, attivi dal 1966 e autori dell’unico album “Barbed Wire Sandwichuscito nel 1970, i quali conobbero Rodgers durante una sue esibizione con i Brown Sugar.
Si chiuse in tal modo il cerchio per quello che, nonostante la giovanissima età dei suoi membri, si presentava già nella forma di
supergruppo e che, tornando come un boomerang all’attenzione di Alexis Korner, ispirò a questo il nome Free. I quattro, in un primo momento criticati perché tacciati di ricalcare lo stile dai Cream, suonavano il blues in modo vibrante e abrasivo. La prima uscita sul mercato discografico avvenne nel marzo del 1969 con Tons of Sobs, album dalla copertina che solo nei 60 poteva essere concepita. La fotografia saturata dall’etero turchese fa da contrappeso ai soggetti poco rassicuranti quali un improbabile coniglio bianco, un topolino chiuso in una teca di vetro e la scultura di un volto di profilo in quello che pare essere un cimitero abbandonato. Proprio le sensazioni che questa immagine trasmette sembrano emergere dai cinquanta secondi di Over The Green Hills (Pt.1), un’apparente calma serafica sussurrata dai cori, dall’arpeggio rilassato e dalla voce impostata e catartica di Paul Rodgers. Una pace solo di facciata, macchiata da preoccupazioni e sinistri presagi forieri di una tempesta in procinto di scatenarsi.
Geniale e spiazzante il passaggio a
Worry, perché i due brani sembrano non avere nulla in comune. La scena è equamente divisa da tutti i quattro componenti, con la chitarra pesante che viaggia guidata dal basso e dalla batteria veloci e metronomici e infine, la voce potentissima a proprio agio sia con le note alte che con quelle basse. L’atipica struttura ritmica costellata da vari cambi, virtuosismo vocale e chitarra acida e distorta presenti in questo brano sono da annoverare di diritto tra le coordinate che portarono alla maturazione del blues nell’hard rock degli anni 70. Walk in My Shadow fa comprendere quanto fosse importante per le blues band del periodo il come lo dici piuttosto che cosa dici. Si tratta di una track dalla struttura semplicissima, un rhythm and blues autentico e marziale come sarebbe stata l’interpretazione di I Pity The Fool di Ann Peebles pochi anni dopo, ma arricchito da una pachidermica esasperazione della voce e degli strumenti che allora avevano pochi eguali.
Una lezione della quale anche
Led Zeppelin e Jeff Beck Group avevano fatto tesoro. Si dipanano le ombre e i giovincelli mostrano senza alcun timore il testosterone tipico dei diciottenni che vogliono spaccare il mondo, magari divertendosi con ragazze che ispirano al contempo esotismo ed erotismo. Wild Indian Woman è di nuovo un pezzo dal ritmo regolare e coinvolgente, che suggerisce a chi ascolta l’immagine di una stupenda ragazza nativa americana che farebbe impazzire qualunque uomo. L’uomo in questione vuole conquistarla trasmettendo la sicurezza tipica di un Mannish Boy, dicendole che non ha bisogno del suo cavallo poiché potrà cavalcare lui, né tantomeno delle sue piume perché sarà lui a scaldarla dentro. Goin’ Down Slow, prima delle due cover presenti nel disco, è un blues lento e tradizionalista introdotto magistralmente dal pianoforte di Steve Miller (omonimo del più celebre statunitense). Reinterpretazione dell’originale composta nel 1941 da St. Louis Jimmy Oden, è una goduria pura di otto minuti e mezzo che mette al tappeto tutte le critiche delle quali si parlava poc’anzi. Perizia tecnica e vigore sonoro accompagnati da passione e trasporto per la materia trattata, sono ciò che Rodgers & Co. regalano ai timpani di chi si imbatte in questa jam epica. Anche I’m a Mover è un brano di facile ascolto, introdotto dalla batteria di Kirke che resta lineare per tutti i tre minuti della durata all’insegna di un 4/4 inossidabile.
Segue
The Hunter, proposta per la prima volta solo due anni prima da Albert King nel suo “Born Under a Bad Sign” (1967) e composta dai padroni di casa della Stax Records, ovvero quei Booker T. And the MGs che furono seminali per il sound r&b dei primi anni 60. Mettere questo gioiello in mano ai Nostri non poteva che portare ad un risultato a dir poco elettrizzante, che senza necessità di ulteriori specifiche spiega in maniera inequivocabile il significato di blues rock, o hard blues che dirsi voglia. Dopo questa prova che ha dell’incredibile, il finale dell’album riprende toni tetri e oscuri. Moonshine è una ballata magica e drammatica, una cavalcata leggiadra con la batteria e la chitarra che vanno di pari passo alternandosi tra esplosioni di assoli, rullate e un timbro ritmico ipnotico che non fa perdere mai la concentrazione. Seet Tooth è invece l’unica traccia che può essere definita derivativa e che ascoltata oggi suona più datata rispetto alle precedenti. Pur facendo apprezzare ancora una volta le doti tecniche e la pregevole fattura nella composizione, resta molto vicina ai Cream di Disraeli Gears (1967) nell’approccio strumentale.
L’assolo finale di Kossoff, le urla di Rodgers e gli stacchi di Kirke rimandano dunque in modo estraniante all’inizio del disco introducendo
Over The Green Hills (Pt.2), ma questa volta è la pace a seguire la sontuosa tempesta nella quale i Nostri ci hanno condotto. Tornano i cori, l’arpeggio e il contatto con la natura, perché c’è “bisogno di essere liberi dove l’aria è pulita e l’infuocato fiume è fresco sulla pelle”. Un’esordio bruciante per i Free che, pur diventando un esempio da seguire in ambito rock, non avrebbero suonato mai più così. A fine 1969 verrà pubblicato “Free e nel 1970 Fire and Watercon la hit All Right Now, canzone hard rock per antonomasia, senza la quale band come AC/DC e Lynyrd Skynyrd non sarebbero state come le conosciamo, ma ormai il sound si era fatto più moderno e cristallino. Il successo permetterà loro di partecipare ai più importanti festival dell’epoca, uno su tutti il leggendario Isle Of Wight del 1970. L’esperienza Free chiuderà i battenti nel 1973, e dalle sue ceneri nasceranno i Bad Company (Rodgers e Kirke), gli Sharks (Fraser) e i Back Street Crawler (Kossoff), i quali con le proprie peculiarità porteranno avanti il discorso iniziato in quel di Londra nel 1968.
Paul Kossoff morirà a soli 25 anni di embolia polmonare nel 1976, mentre Andy Fraser a 62 per un attacco di cuore nel 2015 dopo essere sopravvissuto alle due figlie Hannah e Jasmine. A Simon Kirke (stabilmente nei Bad Company) e Paul Rodgers toccherà invece sorte migliore. Quest’ultimo avrà una brillante carriera solista e si potrà fregiare della partecipazione a super-band come
Firm (con Jimmy Page, dal 1984 al 1986) e Law (con il batterista Kenney Jones che sostituì Keith Moon negli Who, nel biennio 1991-1992), prendendosi anche la soddisfazione di essere il cantante dei Queen dal 2004 al 2009.

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