Fraternity of Man: “Don’t Bogart Me” – di Abraxas M.

Ci sono gruppi che affidano a una canzone, una sola, il compito di preservare le emozioni di un momento, trasformandolo in un istante cristallizzato e confinato in un punto dentro di te che non pensavi nemmeno di avere. Poi basta risentire quel motivo, magari mentre scorrono le immagini di un film epico, ed è come se le distanze di tempo di spazio si annullassero facendoti planare per incanto in una vecchia sala cinematografica di quartiere, quelle di una volta, mentre scorrono le immagini di “Easy Rider” sulle note di Don’t Bogart Me. Perché è quella la canzone, quell’unica canzone, inserita nel primo 33 giri dei Fraternity of Man e che, dopo l’uscita della pellicola diretta da Dennis Hopper, divenne un 45 giri di culto, accompagnato sul lato B da Wispy Paisley Skies, che richiamava le decorazioni indiane e persiane della “Summer of Love”, il paisley, termine ripreso vent’anni dopo per definire la scena musicale di Davis e Los Angeles. I Fraternity of Man si formarono nel 1967 a San Francisco, quando il cantante Lawrence “Stash” Wagner incontrò ad Haight-Ashbury Elliott Ingber, un ottimo chitarrista influenzato dal Chigago blues che aveva suonato con i Mothers of Invention. I due strinsero amicizia condividendo la spensieratezza dello spirito “peace&love” dell’epoca. In quel periodo Elliott, insieme con Warren Klein, Richard Hayward e Martin Kibbee, suonava in una band chiamata The Factory, sostenuta da Frank Zappa che produsse anche un paio di canzoni del gruppo. Il leader era Lowell George, che però lasciò quasi subito la compagnia per unirsi agli Standells, mitico gruppo di Los Angeles considerato fra i precursori del punk. A quel punto i tre membri rimasti reclutarono Wagner come cantante e formarono un nuovo gruppo, i Fraternity of Man, di cui Elliott Ingber divenne l’indiscusso leaderPoliticamente molto attivi, i quattro scelsero il nome della band prendendo ispirazione dalla scultura di un’artista di Los Angeles che raffigurava quattro mani unite e di colori differenti (bianco, nero, giallo e rosso). Incisero nel 1968 l’album omonimo per l’ABC Records: un lavoro in cui le influenze garage rock di pezzi come Blue Guitar e Plasic Rat, pregni di richiami psichedelici, si mescolavano al gusto R&B di Bikini Baby, ai toni aggressivi di In The Morning e Oh No I Don’t Believe It (quest’ultima scritta da Frank Zappa), per terminare con Don’t Bogarde Me, una ballata classica caratterizzata dal lavoro alla steel guitar di Ingber e inserita nel title track del film “Easy Rider”. In “Get it on”, dell’anno successivo, inciso per la Dot Records e influenzato dal Chicago blues, emerse il lavoro di Bill Pyne e di Lowell George, che sostituì Ingber durante la registrazione, ma si trattò di un disco meno incisivo e originale del precedente. Entrambi i 33 giri furono prodotti da Tom Wilson, uno dei primi manager discografici di colore a raggiungere una certa fama, e in quel periodo impegnato con artisti del calibro di Bob Dylan e Frank Zappa.  Durante i due anni di attività Wagner e soci si esibirono spesso nei locali della bay-area contando su un discreto seguito di fan fino a quando, nel 1969, decisero di percorrere nuove strade e di porre fine all’esperienza dei Fraternity of ManElliot andò a suonare nel quarto lp dei Canned Heat, presto imitato da Hayward, che raggiunse Lowell George nei Little Feat, e da Klein, che divenne per un periodo il chitarrista degli Stooges, mentre Wagner continuò negli anni successivi a lavorare come session-man, recitando anche in un paio di serie per la televisione prima di stabilirsi definitivamente nelle Filippine. Pur essendo composta da ottimi musicisti, Fraternity of Man fu la tipica band ricordata per un’unica hit. Si narra che lo spunto che diede vita al particolare titolo del pezzo fosse nato da una frase che Elliot rivolse a Wagner dalle parti di Laurel Canyon, luogo bohémien e simbolo della controcultura hippy di quegli anni, il parco sulle Hollywood Hills dove si diceva abitasse “la gente più folle di Los Angeles”, con le sue log cabin (le famose capanne di tronchi che ospitarono il clan di Frank Zappa), un luogo che accomunava caratteri fisici e metaforici e che, fra la metà degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, ispirò, fra gli altri, Joni Mitchell, David Crosby, Chris Hillman, Stephen Stills, Carole King, Jim Morrison e Arthur Lee. Ebbene, proprio in quella sorta di luogo dell’anima avvenne un piccolo dialogo surreale fra il cantante e il chitarrista dei Fratenity of Man… ed è facile immaginarseli, i due, a fantasticare di un mondo di pace e fratellanza, con immagini poetiche prodotte dalla mente in stato flow, con Wagner a fumare l’ennesimo spinello di marijuana. E poi d’un tratto quella frase, buttata là da Elliot: «Ehi man, don’t Bogart that thing», insomma, una cosa così. E la sorpresa stampata sul volto di Wagner, sì, e le sue richieste di spiegazioni sul perché avesse usato quel termine Elliot, proprio quello, “Bogart”, con il chitarrista che, lentamente, come in una recita, fa il gesto di levarsi la sigaretta dall’angolo della bocca, proprio come quell’attore famoso, Bogart. E ancora Wagner farsi pensieroso, ma solo per un istante, per poi sbottare: «Cool, we should write a song using Bogart». Infine, definitiva, la replica di Elliot: «Well make it like a country song». Stava per nascere Don’t Bogart me… una canzone, una sola.

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