Frankie Trumbauer: “Sax e nuvole” – di Gabriele Peritore

Si può dire che per Frankie Trumbauer toccare il cielo non fosse soltanto una metafora; in quanto aviatore aveva la possibilità di planare tra le infinità celesti e constatare di persona che consistenza avessero le nuvole: se fossero soltanto affascinanti fenomeni atmosferici o se fatte invece dellla stessa materia dei sogni. Se formate dai tappeti di note che lui stesso filava suonando il suo sassofono, quando si trovava sulla terra e si esibiva davanti alle platee degli umani, o ancora se fatte di pensieri e ricordi… nostalgie. Quando il governo degli Stati Uniti d’America decise di scendere in campo per partecipare alla seconda guerra mondiale, Frankie, Tram per gli amici e per i suoi tanti ammiratori, venne arruolato dall’aeronautica militare per le sue qualità di pilota. Era arrivato il momento di servire il suo Paese senza portarsi dietro il suo sassofono ma una nuvola gigantesca di ricordi. Tra i ricordi più belli ci sono quelli legati alla sua prima infanzia passata in Illinois, dove custodiva con fierezza le sue origini Cherokee, e poi i primi strumenti avvicinati per gioco da bambino, invogliato dalla mamma musicista, nella sua nuova casa di St. Louis. Non c’erano strumenti che per lui avessero segreti, ma la scintilla dell’innamoramento scattò per quello strano tubo metallico a forma di esse che si teneva insieme grazie a mollette ed elastici… il sassofono di famiglia. Le prime esibizioni in pubblico lo portano alla collaborazione con i più grandi artisti del momento. L’ebbrezza della grande orchestra, come quella di Adrian Rollini o quella di Paul Witherman e gli anni d’oro del swing, i concerti sfavillanti e le numerosissime registrazioni nelle città più belle degli States, tra New York e Chicago. La soddisfazione di prendere finalmente la direzione della sua piccola formazione. I duetti con uno dei più influenti artisti di quel periodo, il trombettista Bix Beiderbecke, e con il talentuoso chitarrista italoamericano Eddie Lang. Uno dei ricordi più emozionanti è legato a quell’anno in particolare, il 1927, in cui assiste con il fiato sospeso all’impresa eroica del colonnello Charles Lindbergh che solca i cieli per trasvolare l’oceano in solitaria, senza scalo, da New York a Parigi, in più di trenta ore di volo. Quando Tram riprende il fiato lo riversa tutto nel suo sassofono, così, con la sua orchestra e con il suo amico trombettista registrano Trumbology, brano in cui il suo stile raggiunge la massima espressione, con fraseggi che carambolano leggiadri attraverso un lievissimo, impercettibile, vibrato, con quella rarissima intonazione, tra il mi bemolle il si bemolle, tra tenore e contralto, chiamata C melody (intonazione in do); realizzando così la sua trasvolata artistica con uno degli assoli di sassofono più studiati della storia del Jazz. Sempre nello stesso anno (sempre con Bix e con il contributo di Eddie Lang), prende un classico brano dei primi  anni venti dello swing , Singin’ The Blues, e ne attutiscono il tempo, trasformandolo in una lenta ballata che diventerà uno standard, recante un senso del tempo emulato da tutti i più grandi jazzisti a seguire. Tra le emozioni più belle non poteva certo dimenticare la sintonia provata con il musicista Hoagy Carmichael, tale da consentire a Frankie Trumbauer la libertà di suggerirgli di scrivere un pezzo sullo stato della Georgia, stimolo fondamentale che porta alla composizione di Georgia On My Mind, uno dei brani più importanti della storia della musica; anche se Frankie non è il primo a registrarlo, è il primo, però, a volare alto in classifica con il brano, entrando nella top ten. In quasi vent’anni di carriera i ricordi da portarsi dietro sono infiniti ma, dal 1940, lascia la musica e si fa inghiottire dalle nuvole che si aprono e lo accolgono come le sue nostalgie. Al termine della guerra tutto è cambiato, in pochi anni Frankie non riconosce più le dinamiche del sistema che ruota intorno alla musica. O forse è cambiato lui e, forse, è stata la guerra a cambiarlo… la sua vita ormai è l’aviazione. Ci saranno altre esibizioni e collaborazioni ma senza la giusta motivazione. Rimane legato al suo lavoro fino alla fine della sua vita, avvenuta per un improvviso attacco cardiaco nel 1956 a soli cinquantacinque anni. Notoria è l’influenza che il suo stile e la sua tecnica abbiano avuto su eccezionali musicisti come Lester Young, Benny Carter o Miles Davis, negl anni in cui suonava o volava… suonava e volava nello stesso tempo. La sua abitudine a stare ad alte quote ha aiutato la storia del Jazz ad innalzarlo ancor più su, assegnandogli un posto tra le stelle.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.