Frank Zappa & The Mothers of Invention: “Freak Out!” (1966) – di Carmine Spinella

Alla fine del 1962 gli Stati Uniti d’America avevano vissuto il dramma della “crisi dei missili a Cuba”, avvertendo sulla pelle il brivido della catastrofe imminente e, il presidente Kennedy, che la aveva affrontata e risolta, alla fine del 1963 venne assassinato a Dallas, probabilmente anche per la linea conciliante assunta a riguardo con i cubani e i russi che li sostenevano. In America, come in tanti paesi del cosiddetto occidente, le famiglie dopo cena si riunivano davanti alla TVmagari per alleggerire le tensioni o la stanchezza di una giornata di lavoro. In quegli anni imperversava Spider Man a fumetti e la gente si riversava a fiumi nelle sale cinematografiche per assistere alle avventure di Sean Connery nei panni di James Bond alias 007. La sera del 14 marzo 1963 milioni di telespettatori attendevano l’inizio di uno dei programmi più seguiti di allora, lo Steve Allen show (uno dei primi show televisivi a colori e padre dei moderni talk show) e si ritrovarono sugli schermi un giovane di belle speranze proveniente da Baltimora nel Maryland, grandissimo appassionato di musica. Ai tempi Francis Vincent Zappa non aveva né i capelli lunghi e né baffo e pizzetto: volto pulito, mente sveglia e vulcanica, era già un provetto batterista e la passione per lo strumento lo aveva preso a soli 12 anni, ascoltando Edgar Varese e la sua Ionisation.
Questo lo spinse a prendere lezioni di batteria e, appena sedicenne, a formare una band chiamata the ramblers. Riuscì anche a convincere suo padre Francis (perito industriale d’origine siciliana) a comprargliene una usata (costò 50 dollari) con la promessa che avrebbe continuato a studiare. Il giovanotto si diplomò a stento, andò a vivere da solo e la musica fu la sua principale idea e fissazione: componeva musica senza soluzione di continuità e, addirittura, colonne sonore. Ne scrisse una per “The World’s Greatest Sinner” (1962), film drammatico di Timothy Carey sulla vita di un perito assicurativo annoiato che si dà alla politica. Frank aveva spedito diversi nastri alla televisione per poter partecipare allo Steve Allen show ma quello che colpì gli autori della trasmissione fu una composizione chiamata Ciclophonycon musica eseguita su una bicicletta, convincendoli ad invitarlo per la puntata del 14 marzo 1963. Lo Steve Allen show ospitava nella sezione celebrità volti noti del cinema e della musica come Miles Davis ad esempio, oppure personaggi eccentrici… e Frank venne scelto per quest’ultima categoria. Si presentò con un paio di bacchette ed un archetto da contrabasso. Nonostante fosse un esordio Frank non si mostrò impacciato e riuscì anche a convincere il presentatore a soffiare nel manubrio della bicicletta mentre lui suonava sui raggi delle ruote con la bicicletta capovolta e adagiata sul sellino. Dopo questa esibizione il giovane Zappa non fu più invitato in televisione fino al 1968 e in quel periodo di “oscuramento” si rintanò nel suo studio di Rancho Cucamonga per scrivere pagine immortali nella storia della musica e, soprattutto, per trasformarsi in uno dei maggiori compositori del 900. Dopo tre anni di ritiro e duro lavoro, Frank e la sua band, The Mothers of invention, pubblicheranno “Freak Out!” (Verve 1966), un album epico che scaverà un solco profondissimo con il resto delle rotte musicali del periodo, indicando una nuova strada.
Il disco brillerà da subito di luce propria e, soprattutto, illuminerà la mente di tantissimi artisti. “Freak Out!” uscì in contemporanea con “Blonde on blonde” di Bob Dylan, anch’esso in doppio vinile, un formato che all’epoca comportava un grande sforzo a livello di produzione e un’offerta poco appetibile per un mercato che pretendeva prezzi bassi, soprattutto per un disco di debutto. Solo il coraggio di un discografico visionario come Tom Wilson (sua anche la produzione del debutto dei Velvet Underground con la factory di Warhol) e del manager della band Herbie Cohen fece sì che Zappa e le Mothers potessero incidere. Il disco fu concepito con l’idea di creare un concept (ispirando i Beatles di 
Sgt. Pepper’s, come ebbero a dichiarare gli stessi “Scarafaggi”) e le tematiche affrontavano in maniera diretta e cruda la società “amerikana” che Zappa definiva ossessionata e condizionata dai mass media, e da tabù e preconcetti bigotti verso il sesso, non risparmiando sarcasmo per la controcultura americana e gli atteggiamenti divistici del rock’n’roll… in questo caso per Elvis Presley, nel brano Help me, i’m a rock: più di otto minuti di atmosfere acide e dissacranti con tanto di urla isteriche, mugugni a sfondo sessuale ed un’improbabile jazz suonato con assoli demenziali dal sapore surrealista. “Aiutami sono un rock, aiutami per favore, è duro essere un rock, preferirei essere un poliziotto piuttosto che essere un rock”.
Anche la violenta repressione poliziesca e l’inefficienza del governo locale nei memorabili e tragici scontri di Watts del 1965, tra la popolazione afroamericana e i militari con sei giorni di violenze feroci che lasciarono a terra 34 morti, migliaia di feriti e provocarono 4.000 arresti è fantasticamente raccontata in Trouble every day, un rock-blues aggressivo e crudo, con l’armonica di Ray Collins angosciante e ripetitiva. L’album parte in quarta con Hungry freaks, daddy che si rivela con un rock aggressivo e tagliente e la voce di Frank (ed i coretti sarcastici di Roy Estrada e Collins) che dispensa causticità e sfrontatezza estrema. Il testo fa subito capire la direzione e l’intenzione di Zappa: “Signor America passi davanti alle scuole che non insegnano, signor America passi davanti alle tue menti che non saranno mai raggiunte, signor America tenti di nascondere il vuoto che hai dentro di te. Ma una volta scoperto il tuo modo di mentire e tutti gli scherzi che tenti di fare non si fermerà la forza crescente dei Freaks affamati, Papà!” Che dire poi di Who are the brian police e dei suoi chiari riferimenti alla religione diventata istituzione e atta a far proseliti, manipolando il potere mediatico come legge divina. Si racconta che la genesi del brano si porta dietro una sua storia particolare: Zappa, seduto al tavolo di lavoro in un appartamento di Los Angeles, annotava parole per i testi che gli passavano per la mente, quasi che qualcuno lo obbligasse a produrle, come se una forza induttiva effetto dell’alienazione urbana e di qualche residuo di una trasmissione radiofonica ascoltata per caso, fossero un riflesso condizionato indotto dall’esterno.
Altro brano che colpisce è Wowie Zowie, con una struttura musicale asciutta, permeata di un beat ironico e gioioso: una storia di sesso vissuta senza freni e preconcetti, con tanto di controcanti che sanno di doo-whop e la strofa finale che recita… “Wowie Zowie cara, ti amo e non mi importa se tuo padre è un poliziotto. Wowie Zowie Wowie, Wowie Zowie”. L’album dipana la sua matassa lungo sentieri tortuosi e inesplorati e, a volte, volontariamente si raggomitola su stesso, per poi lanciarsi come una catapulta contro la società americana dispensatrice d’ogni oscurantismo verso le giovani generazioni. Come non aggrapparsi durante l’ascolto al ricordo di quel 1966, quando la polizia di Los Angeles caricò violentemente giovani capelloni che si recavano al Pandora’s box per ascoltare musica: alla fine quel covo di ribelli fu raso al suolo, anche per le proteste della gente del quartiere “disturbata” da quell’invasione pacifica ma “diversa”. Da questi fatti Stephen Stills scrisse For what is worth e il nostro Frank ebbe lo spunto per scrivere Palstic people che troveremo in “Absolutely free”(Verve 1967) di cui racconteremo presto. La quarta facciata si chiude con il brano The return of the son of monster magnet che supera il muro dei 10 minuti, musicalmente difficile ma molto interessante e con un grande uso di percussioni che, all’epoca, costarono 500 dollari di noleggio. Nel Brano Zappa omaggia il suo mito, Edgar Varese, con suoni distorti e sovraincisioni vocali fatte di canto, urla, gorgheggi e ululati. La stampa dell’epoca accolse negativamente “Freak Out!” ed in alcuni casi fu addirittura pessimista sulla durata e l’utilità della band. Altri invece ebbero per il disco parole volgari e, come accertato oggi, squalificanti soprattutto il giornalismo di settore, impreparato e legato alla diffidenza verso il nuovo
A questi squallidi attacchi Frank Zappa rispose sul disco:
“Noi suoniamo la nuova musica libera, musica di assoluta libertà, non imbrigliata dall’oppressione culturale americana. Noi cerchiamo sistematicamente di spazzare via i blocchi che il nostro caritatevole sistema educativo americano ha creato per assicurarsi che nulla di creativo passi attraverso i mass media. Lo stesso sentimento patriottico espresso in canzoni come The green beret e Day of decision pervade ogni nostra creazione, ma ad un livello più astratto. Le bandiere sventolanti cominciano a nausearci; noi rappresentiamo l’unico vero patrimonio di sinistra. Queste sono le istruzioni per ascoltare il nostro album: 1. 
comprarlo. 2. non dimenticarlo sul sedile posteriore dell’auto in modo che possa fondersi. 3. prendi il secondo disco e suona per la prima volta la seconda facciata: spegni tutte le luci e siedi davanti allo stereo, con la testa di fronte e metti il volume: al massimo. 4. il pezzo dura 12’ e37” : se entro otto minuti ti è scoppiato il mal di testa, brucia l’album facendo attenzione a non respirarne il fumo. Conserva le ceneri perchè possono essere usate per rimuovere i calli dai piedi. 5. se sopravvivi per i 12’ e 37” ascolta il resto”Le note di copertina spiegano anche che brani come Wowie Zowie sono stati scritti per “risucchiare dalla nostra parte gli ascoltatori dodicenni”.

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