Frank Zappa: “Hot Rats” (1969) – di Nicholas Patrono

Per molte cose, Frank Zappa è il Musicista con la M maiuscola. Compositore ben più che prolifico, la produzione musicale di Zappa è mastodontica: una quantità spropositata tra album in studio, considerando i dischi solisti, i dischi postumi e quelli prodotti con i Mothers of Invention, e poi ancora compilation e raccolte, dischi dal vivo, più varie altre produzioni di difficile catalogazione. Tutto questo in soli cinquantatré anni di vita, conclusasi tragicamente nel 1993 per un cancro alla prostata, un lutto che ha impoverito tantissimo il panorama musicale moderno di tutto il mondo. Per omaggiare Frank Zappa, che il 21 dicembre scorso avrebbe compiuto settantanove anni, si è scelto “Hot Rats”.
Secondo album solista per l’artista di Baltimora, ottavo tra i dischi in studio prodotti da Zappa, pubblicato il 10 ottobre 1969 (in quell’anno Frank sforna ben tre album) per la Bizarre Records – etichetta fondata da Frank Zappa stesso – e la Reprise Records di Frank Sinatra. Perché proprio “Hot Rats”, vista la vastissima produzione musicale di Zappa? Semplice. Perché non è possibile eleggere un “vincitore” tra i suoi dischi, e così chi scrive ha risolto questo dubbio inestricabile seguendo i propri gusti. Armatevi di pazienza per seguire i deliri virtuosi del Genio, sedetevi comodi e spegnete le luci… e voi cultori indefessi della materia perdonateci. “Hot Rats” è una perla da seguire da cima a fondo, preferibilmente su quel supporto in vinile – tanto caro a noi di Magazzini Inesistenti – che sembrava essere stato dimenticato dal tempo e che adesso sta tornando ad affacciarsi prepotentemente nei mercati. Il gusto vintage di Peaches en Regalia, apre il disco con un’ouverture al sapore di vino, tra sbandamenti di fiati e un ritmo trascinante. Tra i brani più conosciuti di Frank Zappa, è un tuffo dritto nel Jazz Fusion più puro, per tre minuti e mezzo tutto sommato più lineari del previsto. Avanguardistico a dir poco, un sound che, per gli anni in cui uscì, si può definire fantascientifico: stiamo parlando del 1969, ben cinquant’anni fa. Peaches en Regalia non è invecchiata di un giorno, nonostante il mezzo secolo che porta sulle spalle.
Se il primo brano non è bastato a conquistare i neofiti, lo farà sicuramente Willie the Pimp, nove minuti aperti da un’irresistibile melodia di violino che sa di Blues. Il brano è cantato da Don Van Vliet, in arte Captain Beefheart, collaboratore anche dei Mothers of Invention. Un’ondata di Blues dopo l’altra, Willie the Pimp scorre con facilità su motivi originali e ricercati. Un pezzo con un arrangiamento da una tonnellata, reso leggero come una piuma dal “mestiere” di Zappa. Canzone che evoca locali notturni a luci rosse, brano destinato ad essere oggetto di cover da parte di numerosi artisti, Willie the Pimp lascia il segno come un tatuaggio fatto di note, con una maestosa sezione solista centrale che spicca su tutto il resto. La successiva Son of Mr. Green Genes è una versione ri-arrangiata del brano Mr. Green Genes, dall’album “Uncle Meat” (1969) dei Mothers of Inventions. I tre minuti del brano originale sono estesi a nove, in un pezzo guidato da un bel Groove, con percussioni mai protagoniste ma sempre presenti, a sorreggere fiati e strumenti più classici. Corni, fiati, pianoforte e organo, percussioni e chitarra… ogni strumento gode di un momento per rifulgere di luce propria. Un intrico districabile dai profondi conoscitori della musica, apparentemente incomprensibile per tutti gli altri, ma che intrattiene anche chi non è addentro allo studio sui delicati equilibri di composizione e armonia. Il brano prende il suo titolo da una leggenda urbana, narrante che Frank Zappa fosse imparentato con l’attore Hugh Brannum, interprete del personaggio di Mr. Green Jeans nel programma TV per bambini Captain Kangaroo.
Si dimenticano leggende urbane e programmi TV e si torna sulle atmosfere del brano d’apertura con Little Umbrellas. Pezzo elegante e di classe, che evoca figure di Caffè dei primi del Novecento, con uomini e donne ben vestiti seduti ai tavolini a bere e chiacchierare. Qui il Jazz Fusion d’avanguardia di Zappa va a toccare momenti di Classica. La tastiera, suonata dal polistrumentista Ian Underwood ed esaltata dall’arrangiamento, si conquista il titolo di protagonista del brano e ci conduce gradualmente fino alla mastodontica The Gumbo Variations. Siamo oltre i dieci minuti di durata che scivolano via, si frammentano in secondi e svaniscono troppo presto. Un sax tenore, sempre suonato da Ian Underwood, guida con maestria i primi quattro minuti del brano. Sembra di assistere ad uno spettacolo di altri tempi, seduti in un Jazz Bar affollato di alcolisti e ballerine ma, soprattutto, di musicisti con tanta voglia di farsi sentire e gente con tanta voglia di ascoltarli. Su una linea di basso che farebbe ballare anche le statue si intrecciano spettacolari note di sax, seguite poi da un assolo di violino altrettanto impressionante.
Nell’ultimo terzo di brano a splendere di luce propria sono le capacità chitarristiche di Frank Zappa, che si lancia in un delirio solista con il suo modo anticonvenzionale di suonare: ricercatezza commista ad una follia e una creatività difficilmente pareggiate da altri artisti. Allucinante il finale, frenetico come un attacco epilettico, o come l’apice di un’ubriacatura. Ancora più strampalata la conclusiva It Must Be a Camel, aperta e poi sorretta dal pianoforte, costruita su una melodia gradevole in apertura, irregolare al punto da risultare indigesta come i postumi di una sbornia. Gruppi irregolari di quintine storpiano di tanto in tanto il flusso del brano, già poco lineare in partenza, e trascinano l’ascoltatore nell’assurdità di un’allucinazione dalla colonna sonora Jazz. Se vi sentite disorientati, o voi neofiti, sappiate che è normale, perché questo è Frank Zappa, prendere o lasciare. Una capacità fuori dal comune di assemblare arrangiamenti intricati e originali, di creare una musica irresistibile, inclassificabile, che va oltre ogni definizione di genere musicale. Un genio in grado di anticipare i propri tempi di decenni. Un precursore di tecniche di registrazione, un uomo nato e vissuto per la musica, e che nella vita bisogna avere la fortuna di incontrare. Proprio quest’anno, per il cinquantesimo anniversario di “Hot Rats”, sono state pubblicate le “Hot Rats Sessions”, un cofanetto di sei dischi contenente le sessioni in studio. Le session si sono svolte tra il 18 e il 30 luglio, e possono essere interpretate come la ricerca del risultato perfetto. Un pezzo da collezione per gli appassionati, che non aggiunge qualità a “Hot Rats”… solo perché non si può andare oltre la perfezione.

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