Frank Sinatra: “I’ve got you under my skin” (1956) – di Benedetta Servilii

Marina aveva appena compiuto 70 anni. Se non l’avessi conosciuta quella sera, avrei giurato che ne avesse almeno dieci in meno. Marina aveva quell’eleganza che non si impara e non si insegna, ma è semplicemente un dono indiscutibile di Madre Natura. Marina era elegante nello sguardo, con il sorriso e in ogni minimo gesto. Marina non usciva mai senza le sue perle e il suo profumo. Marina viveva da sola, nessun marito, nessun ex marito. Aveva un cane, una coppia di inseparabili e intere pareti di libri. Amava leggere e fare lunghe passeggiate, possibilmente tra i boschi, dove si rifugiava quando desiderava ritrovare se stessa. Marina aveva una collezione di vinili e un vecchio giradischi su cui era rimasto, in pianta stabile, il concept album di Frank Sinatra “Songs for Swingin’ Lovers!” (1956con la Nelson Riddle Orchestra.
Marina non aveva mai ascoltato quei dischi, così come non aveva mai ascoltato la voce di Frank Sinatra. Madre Natura le aveva donato bellezza, eleganza, un gran cuore ma l’aveva privata della possibilità di udire i suoni ed esprimersi con le parole. Ma questo, per lei, non era mai stato un problema. Era solo un po’ più difficile  trovare chi riuscisse a sintonizzarsi con tutti i suoi altri canali. Ma avevo anche io questo problema, eppure non avevo altri limiti, anzi. Orecchio e voce erano per me fondamentali, dato che della musica avevo fatto la mia vita. O viceversa. Scusate, preso dall’idea di Marina, ho dimenticato di presentarmi. Io sono Stefano e oggi festeggio 72 primavere, quaranta delle quali passate seduto ad un pianoforte. Abbiamo fatto grandi cose io e lui in giro per il mondo, ma da un decennio siamo ormai stabili su questo palco e, visto come sono date le cose, posso dire che per una volta fermarsi è stata solo una fortuna. Con l’umiltà di un principiante di fronte a un “mostro sacro”, racconto al mio pubblico l’amore per Frank Sinatra e per la sua elegante semplicità di esprimere i sentimenti. Lo faccio da anni anche con un po’ di invidia, io non ci sono mai riuscito.
Forse è per questo che le mie tre mogli hanno preferito altre strade piuttosto che condividerne una con me. Oppure, molto più semplicemente, la mia strada non era con loro. Non sapevo ancora il suo nome, ma era impossibile non notarla, seduta sempre allo stesso tavolo, ogni sera che il palco chiamava me proprio lì nel locale che, ormai, era diventato la mia casa. L’avevo notata una sera in cui ero particolarmente pensieroso. Era seduta di fronte a me, all’angoletto destro del palco, quasi in penombra. Eppure sentivo il suo sguardo fisso su di me. Avevo contraccambiato senza pensarci un attimo, cosa che avevo fatto anche le sere a seguire. Iniziai a cantare solo per lei e lei sembrava essere lì solo per me. Una sera decisi che era il momento di fare qualcosa, cantai l’ultima canzone intenzionato a raggiungerla. Al tavolo, però, trovai solo un bicchiere di vino rosso e un biglietto che diceva: Brinda alle emozioni che riesci a regalarmi. Marina”. Il cuore sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro: “Ecco, ora mi viene un infarto”, non provavo quella sensazione da quando l’infarto l’avevo avuto davvero.
Bere quel vino da solo mi sembrò un’ingiustizia. La stessa cosa si ripeteva ogni sera. Marina andava via alla chiusura di ogni mio concerto, prima che io riuscissi a raggiungerla. Trovavo sempre un biglietto e un bicchiere di vino per me, ogni volta con un motivo per cui brindare. Motivi che avevo ormai dimenticato ma che mi appartenevano ancora, più di quanto credessi. Tra questi c’erano anche tutte le emozioni che pensavo di non riuscire più a trasmettere, di certo non a una donna. Mi sentivo ringiovanito e l’unico modo che avevo per dimostrarle quanto le ero grato era cantare, cantare ancora per lei. Ogni nota non apparteneva più a me, ma a noi. Non conoscevo quella donna ma, inspiegabilmente, mi sentivo pieno di lei. Non mi interessava chi fosse, dove abitasse, cosa facesse nelle sue giornate. Erano dettagli irrilevanti rispetto a quello che provavo. Avevo solo bisogno del suo sguardo, desideravo con tutto me stesso una sola cosa: guardarla negli occhi, in silenzio. Avevo la sensazione di aver intrapreso ore di conversazione fissandola costantemente durante i miei concerti. Volevo che fosse con lei la mia strada. Fino a quel momento mi limitavo a salire sul palco e cantare la solita scalettaYou Make Me Feel So Young, Anything GoesYou Brought a New Kind of Love to Me, My Way  e altre ancora… applausi, inchino e tornavo al buio delle quinte.
Da quando c’era lei, tutto era cambiato, anche il mio concerto perché avevo iniziato a introdurre ogni pezzo parlando di me e di ciò che mi legava a quelle canzoni e chi fossero le persone a cui avrei voluto dedicarle. Mi sentivo così felice! Speravo che le mie parole potessero risuonare in lei così come avevano fatto i suoi biglietti per me. Quella sera avevo indossato lo smoking ed ero emozionato come un quindicenne alla sua prima cotta. Ero sicuro che ci fosse una sola canzone che rendesse alla perfezione quello che stavo provando. Mi misi al pianoforte e, con il cuore in gola, dissi semplicemente: “Marina, questa è solo per te” e iniziai a cantare…
I’ve got you under my skin / I have got you, deep in the heart of me / So deep in my heart that you’re really a part of me / I’ve got you under my skin / I’d tried so, not to give in / I said to myself this affair it never will go so well / But why should I try to resist when baby I know so well / I’ve got you under my skin / I’d sacrifice anything come what might / For the sake of having you near / In spite of a warning voice that comes in the night / And repeats, repeats in my ear / Don’t you know, little fool / You never can win / Use your mentality / Wake up to reality / But each time I do just the thought of you / Makes me stop before I begin / ‘Cause I’ve got you under my skin / I would sacrifice anything come what might / For the sake of having you near/ In spite…”. Vedevo gli occhi di Marina brillare mentre non riuscivo a rintracciare nella memoria una gioia così forte. Continuavo a guardarla e, ad un tratto, con un gesto che mi apparve regale, tolse lo scialle che le avvolgeva le spalle continuando a mantenere lo sguardo fisso su di me. Mi indicò la sua spalla sinistra. Sorrisi incredulo. Quello che vedevo disegnato sulla sua pelle era un pianoforte (il mio pianoforte) e sui tasti vi erano quattro mani, non potevano che essere le nostre. Lei rise di cuore. Marina aveva paura degli aghi, ma l’avrei saputo  dopo, per molti giorni ci nutrimmo solo dei nostri silenzi. Marina non aveva altri tatuaggi e io non avevo mai amato così. 

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