Frank McCourt: “Ehi, prof!” (2005) – di Dario Lopez

Terzo e ultimo capitolo delle memorie di Frank McCourt, scrittore di origini irlandesi trapiantato in America nell’età dell’adolescenza. Classe 1930 arriva alla scrittura e alla pubblicazione del suo primo libro (“Le ceneri di Angela”) solo nel 1996, all’età di sessantasei anni suonati. Leggendo “Ehi prof!” (Teacher man) emergono chiari i motivi di quella che potrebbe essere stata una pluriennale titubanza, una sorta di blocco autoprocurato che ha impedito al talento naturale di questo narratore genuino di sbocciare nel suo pieno splendore con molti anni d’anticipo: mancanza di autostima e travaglio da vero Artista, né più né meno. Lo spunto di riflessione che ci offre McCourt, scrittore insignito anche del premio Pulitzer, è importantissimo e, in qualche modo, salutare: quanti talenti mancati ci hanno privati delle loro opere e del loro genio per timore, vergogna, paura e mancanza di autostima? Impossibile rispondere al quesito. Chiaro è come questo male sia diffuso, facile rendersene conto osservando chi ci sta intorno. In una certa misura anche noi stessi potremmo esserne affetti. Questo non significa però che tutti noi si possa contare su un talento come quello di Frank McCourt, ci mancherebbe. Eppure McCourt è lì a dimostrarci che non è mai troppo tardi per tentare una via nuova: un messaggio questo, accompagnato da dimostrazione pratica, davvero incoraggiante. Se ne “Le ceneri di Angela” la narrazione verteva sull’infanzia del piccolo Frank in Irlanda e in “Che paese, l’America” ci venivano raccontate le esperienze di un giovane che stava diventando uomo mentre si ambientava nel nuovo continente, “Ehi prof!” si concentra sugli anni che McCourt ha passato tra i banchi di scuola in qualità di insegnante. A questo proposito l’incipit del libro è illuminante. “Se sapessi qualcosa di Sigmund Freud e della psicoanalisi potrei far risalire tutti i miei guai alla mia infelice infanzia irlandese, che mi ha privato dell’autostima, mi ha procurato spasmi di autocommiserazione, mi ha paralizzato le emozioni, mi ha reso bisbetico, invidioso e irrispettoso dell’autorità, mi ha ritardato lo sviluppo, mi ha bloccato nelle attività con l’altro sesso, mi ha impedito di elevarmi socialmente e mi ha quasi incapacitato a vivere nel consorzio umano. È un miracolo se sono riuscito a fare l’insegnante e a rimanere tale, e non posso che promuovermi a pieni voti per essere sopravvissuto a tutti quegli anni nelle aule di New York. Dovrebbero dare una medaglia a chi scampa a un’infanzia infelice e poi finisce a fare l’insegnante, e io dovrei essere il primo a riceverla, quella e tutti i nastri che ci si possono appendere per i patimenti successivi.” Pur non raggiungendo le vette inarrivabili del romanzo d’esordio, la prosa e la dialettica di McCourt continuano a essere divertenti e illuminanti allo stesso tempo. Le peripezie di un’insegnante alle prime armi, timido, convinto di non essere pronto al mestiere, leso irrimediabilmente (o quasi) nell’autostima, messo di fronte alle orde barbariche di spietati adolescenti pronti a cogliere al volo ogni segnale di debolezza da parte dell’insegnante col fermo intento di mangiarselo per colazione. Per fortuna col tempo le cose miglioreranno, l’insegnante aiuterà i ragazzi ma, soprattutto, i ragazzi aiuteranno l’insegnante a farsi uomo, a divenire anche lo scrittore di successo che Frank McCourt è stato. Un dare e ricevere fatto di tanta pazienza, chiacchiere e racconti lontanissimi dai programmi ministeriali, audaci tattiche d’insegnamento e lezioni bislacche. Ancora una volta McCourt, narrando semplicemente il vissuto di un uomo comune poco straordinario, lascia qualcosa al lettore, un po’ come probabilmente ha fatto nel corso degli anni con quei ragazzi che hanno avuto la fortuna di trovarsi assegnati a una delle sue classi. Purtroppo le memorie dell’autore si fermano qui, McCourt ci ha lasciati nel 2009 all’età di settantanove anni.

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