Franco Battiato: “Povera Patria” (1991) – di Valeria La Rocca

“Maestra, guarda, il terremoto!” Che dici Michele? Il terremoto non si vede, si sente! “Guarda là maestra, quella casasdirrubbata (diroccata). Mi sporgo verso il finestrone del pullman che ci porta lentamente su, fino al Parco avventura di Milo, e lo vedo“Hai ragione tu Michele, il terremoto si vede in Italia”. Dapprima lo senti, senti tremare il letto di notte, a volte ondeggia, altre volte sussulta ma, ogni volta, quando riprendi fiato, lo vedi. Nei lampadari che oscillano, nei piatti rotti della credenza, nei pigiami sdruciti dei vicini sulle scale che non seguono il consiglio della mammavai a dormire in ordine che non si può sapere mai. Ecco, Michele, per questo vi dico di lasciare sempre libere le vie di fuga in classe e di studiare bene il piano di evacuazione. Io lo so a memoria perché lo ripasso ogni volta che entro e mi ricordo che devo tenere duro se succede e vi devo portare tutti fuori sani e salvi. Ma è come dici tu, da noi il terremoto si vede, perché non c’è nessuno che si preoccupi di toglierlo da lì, come quella casa sdirrubbata, come l’immondizia sul ciglio di questa strada colorata costeggiata di vigneti che percorriamo per andareall’avventura”, come dici tu.
Tu le cose non le leggi tesoro, è vero? Come me. Tu le guardi e ti fai un’idea del mondo e dai alle cose nomi strani con parole storpiate. Fai bene tu, Michele. Ci vogliono parole nuove per descrivere cose vecchie che stanno lì per anni con il solo scopo di farci abituare a tal punto da dimenticarcene. Lo fanno apposta “i governanti” questi “perfetti e inutili buffoni”. Lasciano le cose esattamente dove stanno mentre ci convincono che “qualcosa cambierà, ma non cambierà”. Non era così questa strada quando avevo la tua età sai? Non c’era tutta quest’immondizia sui fianchi della Montagna, che ti fa vergognare quando accompagni un amico del Nord a vedere la sciara” (la terra nera delle colate laviche). Quando ero bambina si partiva presto al mattino con la tuta da sci già addosso e la calzamaglia di lana vetrata che ti faceva formicolare le gambe e l’avventura ce l’avevamo dentro, nel respiro a fumetto quando aprivi il finestrino per vedere la prima neve bianca che bucava il nero della roccia. Era tutto un’avventura. Indovinare se il prossimo tornante girava a destra o a sinistra, scommettere le caramelle per chi avesse visto per prima la neve, le orecchie tappate e i conati di vomito in agguato ad ogni curva. Resistere al vocione di papà che ti allacciava gli scarponi e gli sci e ti spingeva in discesa senza avvertirti “E guai chi si lamenta!”.
Restavo appiccicata al finestrino come fai tu e divoravo con gli occhi il paesaggio, lo ingoiavo e ogni volta mi dicevo quanto è bella la mia Montagna. Davo un nome ad ogni cosa nuova che vedevo e anche a quelle vecchie, come questa casa. Ci sono sempre state case sdirrubbate qui da noi, perché qui comanda Lei e non puoi fare altro che “essere preparato al peggio”. Qui non c’è nessuno che ha davvero “pena” per questa “Povera Patria schiacciata dagli abusi di potere”, ognuno pensa che l’altro cambierà lo stato delle cose e intanto arriva un altro terremoto che fa crollare le case nuove sulle case vecchie già crollate… E non importa se dentro quelle case ci sono bambini come te che non basta il pigiama pulito per salvarli. Sai, da qualche parte, in fondo a quella stradina forse, fra la sciara e la ginestra, c’è la casa di un Poeta che scrive poesie sotto forma di canzoni. Quando ero ragazzina ballavo al ritmo di “Sul ponte sventola bandiera bianca”, mi divertiva, ma non lo capivo perché.
Alzare la bandiera bianca significa arrendersi e solo ora lo capisco cosa voleva dire. Ora invece per andare all’avventura” come dici tu, ci vuole una maestra, anche due, un pullman e un albero attrezzato come a Natale. Oggi voglio farti sentire i brividi lungo la schiena come quelli che sentivo io quando finalmente riuscivo a non cadere sulla neve gelata e mi fermavo attonita sulla pista a guardare il mare. Oggi, Michele, saliamo sugli alberi e ci divertiamo. Non pensare al terremoto, alla casa sdirrubbata, al nome delle cose. Divertiti tesoro che il tempo passa e nessuno ti aiuta a conservarlo. Non smettere di guardare le cose però, anche se rimangono lì intatte per secoli e, a furia di stare lì nessuno le nota più. Anzi se non c’è nessuno che ripara quella casa, fallo tu che da grande vuoi fare il muratore. Se ti muovi tu, vedrai che si muoveranno anche gli altri e il terremoto non lo vedrai più. Lo senti, prendi la via di fuga, controlli che la strada sia libera e dai il via, sei l’aprifila no? Esci fuori, più che puoi, Sali la Montagna a respirare col fumetto fuori dal finestrino, respira quest’aria finché ce n’è e guarda. Guardati attorno e stupisciti della meraviglia che questa terra ci regala. Chissà, magari anche tu un giorno scriverai canzoni con parole nuove come il Poeta di Ionia. Esci Michele, esci e vedrai. Sì che cambierà, vedrai che cambierà!’

Povera patria schiacciata dagli abusi del potere / Di gente infame che non sa cos’è il pudore
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno / E tutto gli appartiene
Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni / Questo paese è devastato dal dolore
Ma non vi danno un po’ di dispiacere / Quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà non cambierà / Non cambierà forse cambierà
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali? / Nel fango affonda lo stivale dei maiali
Me ne vergogno un poco e mi fa male / Vedere un uomo come un animale
Non cambierà non cambierà / Sì che cambierà, vedrai che cambierà
Si può sperare che il mondo torni a quote più normali / Che possa contemplare il cielo e i fiori
Che non si parli più di dittature / Se avremo ancora un po’ da vivere
La primavera intanto tarda ad arrivare.

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