Franco Battiato: “La Voce Del Padrone” (1981) – di Fabrizio Medori

L’estate del 1982 fu accompagnata da una colonna sonora inaspettata, era il disco di Franco Battiato, uscito alla fine dell’anno precedente e, nonostante il successo commerciale di “L’Era Del Cinghiale Bianco” del 1979 e di “Patriots” del 1980 (i due dischi precedenti dell’artista siciliano), “La Voce Del Padrone” (Emi 1981) ebbe una fortuna impensabile, fu il primo Lp a superare il milione di copie vendute in Italia, e tutte le canzoni che lo compongono sono rimaste tra i classici del pop italiano. Questo disco è la perfetta dimostrazione del fatto che, molto spesso, chi si occupa di sperimentazione è in grado di produrre musica di consumo ad altissimo livello ma, in questo caso, la riuscita commerciale del lavoro supera di gran lunga le più rosee aspettative di chiunque. Quando Battiato si occupa degli aspetti più Pop della sua musica, lo fa con evidente sdegno per i prodotti da classifica, non nasconde mai il suo snobismo, nei testi come nella musica, sembra quasi a disagio con il meccanismo dell’industria discografica.
Soprattutto sembra essere sempre completamente alieno a tutti gli obblighi promozionali e, probabilmente, non ha bisogno di recitare quando mostra il suo imbarazzo a presentare il suo capolavoro alle platee televisive. Musicalmente, le canzoni che compongono l’album sono tutte estremamente suggestive nella loro semplicità, non ci sono virtuosismi, il cantato è sempre leggero e mai aggressivo, manca totalmente l’ostentazione, anche dal punto di vista visivo e da quello grafico. Appare scontato che Battiato non possa usufruire di una “bella immagine” per poter entrare in competizione con i tanti ragazzini che riempiono gli show televisivi dell’epoca, ma non si nasconde neanche dietro un arrangiamento particolarmente sofisticato, punta al grande pubblico senza blandirlo, senza lusingarlo, senza nessuna operazione “ruffiana”.
Si comincia con l’ascolto di Summer On A Solitary Beach, un ritmo scarno ed essenziale arricchito dal sax di Claudio Pascoli. Già è perfettamente chiara l’atmosfera che la geniale produzione di Angelo Carrara ha confezionato per “La Voce Del Padrone”, mentre il testo sembra fare il verso, in stile post-moderno, alle canzoni balneari che dominano il mercato italiano già da oltre vent’anni. Nel testo del secondo brano in scaletta, Bandiera Bianca, c’è tutta la “filosofia” del disco, una dichiarazione di resa nei confronti di tutti gli aspetti deteriori della musica, della comunicazione televisiva e della vita politica e sociale dell’epoca. Se il testo non risparmia nessuno, una sorta di Avvelenata che dopo soli cinque anni rivoluziona completamente il linguaggio del brano di Francesco Guccini, la musica si snoda in maniera semplice e lineare con il colpo di genio del coro maschile che doppia la voce solista nel ritornello. Altrettanto geniale, nella sua semplicità, è l’utilizzo del megafono per modificare il timbro della voce di Battiato. L’inizio è devastante, c’è lo spazio ideale per un brano poetico e sognante, Gli Uccelli, nel quale il testo si eleva ad un notevole livello di lirismo fondendosi perfettamente con il tappeto musicale magistralmente intessuto dalle tastiere di Filippo Destrieri. Il seguito, Cuccurucucù, che apre il secondo lato dell’Lp, trae grande beneficio dallo stop, spingendo la ritmica verso un disegno e un suono decisamente dance, subito dopo la breve introduzione corale. Il basso pulsante di Paolo Donnarumma ci travolge e toglie anche la minima patina nostalgica a un testo che rievoca una serie di canzoni e ricordi del passato. Segnali di vita, probabilmente penalizzata dalla vicinanza di tanti elementi innovativi, e non soltanto per lo stile di Battiato, è un altro tassello prezioso del mosaico, con la sua andatura tranquilla, contrappuntata dalla bellissima chitarra di Alberto Radius, utilizzata come se fosse comandata da un sequencer, perfettamente legata ad una parte letteraria visionaria e apocalittica. Il terzo asso nella manica del Maestro catanese, dopo Bandiera Bianca e Cuccurucucù, si chiama Centro Di Gravità Permanente, ed è un ulteriore salto in avanti nel perfetto mix tra spirito innovativo e potenzialità commerciali. Il violino di Giusto Pio e il sax incorniciano perfettamente quest’altra indimenticabile hit. Probabilmente questo è il brano che più degli altri si spinge in avanti nella ricerca, riuscendo a colpire perfettamente il segno con la struttura armonica, i suoni, il ritmo e il testo, che utilizza personaggi particolarmente esotici per delineare un proprio “porto di quiete”. Il finale del disco è affidato a Il Sentimento Nuevo, un bel power pop vivace che divide perfettamente, ancora una volta tra gli strumenti, la voce ed il testo, che ci racconta la storia dell’erotismo, in una divertente esaltazione dell’amore fisico, troppo spesso sacrificato dall’autore in nome di una preferenza per una visione filosofica più legata alla spiritualità. Non abbiamo ancora citato il vibrafonista Donato Scolese e, soprattutto il batterista Alfredo Golino, che ho voluto ricordare solo alla fine, ma non certo perché meno importante: durante la preproduzione del disco era stato deciso di utilizzare una drum machine al posto della batteria tradizionale, per avere un suono più moderno, più al passo con i tempi. L’utilizzo di Golino e della sua batteria tradizionale dimostrano che il team di produzione ha operato, anche in questo dettaglio, la scelta migliore possibile. 

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