Franco Battiato: “Fetus” (1972) – Maurizio Pupi Bracali

Anno di grazia 1971. Un uomo, partito da Milano, sta viaggiando verso Londra. È un giovane cantautore siciliano trapiantato nel capoluogo lombardo in cerca di fortuna nel mondo della musica. Non è famosissimo rispetto a colleghi ben più titolati di lui a quell’epoca, ma è forte, oltre che di alcuni singoli e cover di non troppo successo, delle centomila copie vendute del suo brano più conosciuto È L’Amore, e di alcune apparizioni televisive e partecipazioni a festival di musica leggera piuttosto importanti. Ma è proprio quella musica leggera che a lui, intellettualmente curiosissimo con predisposizione alle avanguardie e all’esoterismo, sta un tantino stretta. I primissimi anni 70 sono forieri di fermenti culturali in ogni campo artistico che quel ragazzo assorbe e che fa propri compiendo un triplo salto mortale che lo farà cadere comunque in piedi e pronto per nuove avventure. È a causa di tutto ciò che FrancoBattiato, poiché di lui si tratta, sta viaggiando verso Londra. Ha sentito parlare di un nuovo strumento elettronico particolare denominato sintetizzatore VCS3 che, al contrario del mastodontico Moog, è molto più maneggevole e portatile.
Sarà con quello, acquistato direttamente dal suo inventore alcuni mesi prima della messa in commercio ufficiale, che Franco Battiato, abbandonando drasticamente la musica, leggera realizzerà “Fetus” (
Bla-Bla Records 1972), il suo album d’esordio, quasi esclusivamente incentrato su quello strumento con il primato, se non andiamo errati, del suo utilizzo precedente a quello di ogni altro musicista italiano. In quest’opera prima in realtà Battiato non fa tutto da solo, a coadiuvarlo ci sono Pino Massara per le musiche e Sergio Albergoni per i funambolici testi tra cibernetica e lo spiritualismo che sarà in seguito una costante e punto fermo della maturità Battiatiana. Il disco è infatti ispirato dalla lettura de “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley, romanzo distopico e imprescindibile punto di partenza, al pari di “1984” di George Orwell o “Siddharta” di Hermann Hesse, per una generazione fricchettona e avida di conoscenze altre” rispetto alla letteratura mainstream dell’epoca. Trattasi quindi di album concept e anche in questo caso Battiato detiene probabilmente il primato nel realizzare nel panorama musicale italiano un’opera con un unico filo conduttore, che per lui, fruitore di musica classica e lirica, non era certo una novità.
L’epocale album ha molte altre particolarità, a cominciare dalla disturbante copertina riproducente la fotografia di un vero feto umano, rifiutata da gran parte dei venditori di dischi e conseguentemente mai apparsa nelle vetrine dei negozi, i cibernetici titoli dei brani, ognuno di una sola parola, il campionamento, quando questa parola non esisteva ancora, delle voci dei primi astronauti americani in viaggio verso la luna, insieme a quello dell’Aria sulla quarta corda di Bach, nel brano Meccanica con un contrasto temporale altamente suggestivo tra un presente / futuro aerospaziale e il passato musicale del XVIII secolo e ancora quello delle voci dei bimbi di una scuola materna, (Energia) oltre all’incipit del disco con i battiti di un vero cuore umano, molto prima dei Pink Floyd di “The Dark Side Of The Moon. Tutto questo in quell’excursus sonoro che racconta la distopia di un essere umano dalla nascita alla trasformazione in macchina meccanica.
Nonostante l’avanguardistica avventura sonora che in alcuni momenti (Mutazione) ricorda i Tangerine Dream i cui primi due album sono antecedenti a “Fetus” e, come già abbiamo detto, l’utilizzo massiccio del VCS3, il cordone ombelicale (visto che parliamo di feti) con la musica leggera non è ancora del tutto tranciato come invece accadrà nel successivo, più maturo e immaginifico “Pollution”, come dimostrano la leggerezza canzonettara di Una Cellula o la parvenza di jazz manouche di Cariogenesi col violino di Sergio Almangano protagonista.
E ancora Fenomenologia mette in mostra la principale componente elettronica con una pulsazione reiterata mentre Anafase ha una musicalità quasi da Banco del Mutuo Soccorso confermando, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, l’inserimento dell’album nel variegato filone del progressive italiano. Nonostante la brevità dell’album (circa 30 minuti) e la materia elettronica che presenta qualche elemento di principiantismo ancora in fase di maturazione, “Fetus” rimane opera prima di assoluta rottura nel panorama musicale italiano dell’epoca, ponendosi come imprescindibile punto di partenza per la fulgida e geniale carriera del musicista straordinario che oggi tutti conosciamo.

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