Franco Basaglia: il dottore dei matti – di Lucia Gargano

Osservare un dipinto, ad esempio “Casa de locos” (la casa dei matti) di Francisco de Goya; fermarsi un attimo su queste parole: “Si va in manicomio per imparare a morire” (Alda Merini, “La vita facile”1992); guardare gli scatti storici di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, tra i primi fotografi a testimoniare gli orrori dei manicomi italiani; o visitare un luogo: il Museo laboratorio della Mente aperto al pubblico nel 2000, nel padiglione 6, dell’ex Ospedale Psichiatrico Santa Maria della Pietà di Roma. Sono tutte esperienze, con la pazzia sullo sfondo, che lasciano in noi lo stesso senso di sconforto e turbamento che, probabilmente, provò anche Franco Basaglia di fronte all’orrore allucinante che gli apparve, quando divenne direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia nel 1961. Il nosocomio friulano gli ricordava il carcere dove era stato detenuto quando era studente di medicina e lottava contro il fascismo. Ne rimase inorridito, definendolo una discarica per i poveri e i devianti, un luogo di esclusione”. I manicomi oggi non ci sono più, noi abbiamo solo testimonianza di quello che succedeva all’interno ma, Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che ha rivoluzionato il mondo degli ospedali psichiatrici, aveva visto com’erano veramente i manicomi. Una realtà scioccante fatta di torture, camicie di forza, letti di contenzione, elettro-shock… la sofferenza degli internati gli si buttò addosso, ma lui riuscì a guardarla non solo con lo sguardo dello psichiatra, ma anche con lo sguardo dell’uomo, facendo del problema della malattia mentale, di cui si occupava la sua specialità medica. Un problema che riguardava tutti perché chiamava in causa la società civile. Cosa farsene dell’altro, del diverso da sé? La società cosiddetta normale ha sempre percepito la diversità in modo negativo. Il diverso è l’alterazione dell’usuale, è strano, fa paura e suscita atteggiamenti di disprezzo, pregiudizio, fino all’insofferenza e intolleranza. Si preferisce allontanarlo, segregarlo invece di prendersene cura e accoglierlo. In passato, si internavano i matti per tutelare la società. Non era importante la cura, ma la custodia. La follia era incurabile, incomprensibile, si poteva solo tenere a freno e contenere; quest’idea pervadeva la legge del 1904, la prima a regolare i manicomi in Italia. Una legge antica (come l’ha definita Basaglia) che faceva riferimento alla concezione biologico-genetica della malattia mentale e tracciava una linea di separazione ed esclusione fra società e istituzione psichiatrica. Basaglia si oppose a tutto questo. Prese le distanze dalla psichiatria tradizionale per inoltrarsi nella ricerca di nuove cure e nuove metodologie, impegnandosi a trasformare gli ospedali psichiatrici fino alla loro chiusura definitiva. Tutto iniziò dal manicomio di Gorizia: Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda, che serviva solo allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese. A questa logica assurda, infame del manicomio noi abbiamo detto no”. Insieme alla sua équipe di giovani psichiatri, Basaglia è riuscito a realizzare negli anni Sessanta uno dei più importanti processi di umanizzazione all’interno di un manicomio, trasformandolo in una “comunità terapeutica” (dall’esperienza di Maxwell Jones a Dingleton in Scozia). Niente camice bianco, niente sbarre alle finestre, nessuno è legato o sottoposto ad elettroshock; i malati sono uomini e donne che hanno vestiti, non divise, e soldi per pagarsi un caffè. Si offre al malato la possibilità di fare cose diverse: si può passeggiare all’aria aperta nel giardino, incontrare i parenti, parlare con tutti… perfino con i medici e gli infermieri. Piccole accortezze che ridanno dignità al malato, personalizzano la vita di esseri umani la cui identità era stata violata dall’istituto manicomiale. Le porte si aprono anche all’esterno: fotografi, giornalisti e cineprese, entrano a Gorizia. Nel 1967 Sergio Zavoli gira un documentario, “I giardini di Abele”, per la prima volta la TV italiana entra in un ospedale psichiatrico. Intanto Basaglia prosegue la sua attività scientifica e intellettuale, scrive moltissimo e pubblica le sue due opere maggiori: “Che cos’è la psichiatria” (1967) e “L’istituzione negata” (1968), testi di base per la psichiatria alternativa italiana che hanno reso Gorizia e Basaglia famosi anche nel resto del mondo. La fine di quell’esperienza fu segnata dal caso Miklus il “matto” in libera uscita che uccise la moglie a colpi d’ascia. Il caso coinvolse l’equipe di Gorizia e molte furono le polemiche. Basaglia scoraggiato, dopo un periodo d’indecisione, accetta di dirigere l’Ospedale Psichiatrico di Colorno e poi nel 1971 il grande manicomio di Trieste. Qui, con “Marco Cavallo”, scultura realizzata dai pazienti, sfondò le mura del manicomio, spianando, simbolicamente, la strada alla legge 180 del 1978, nota come legge Basaglia. I manicomi in Italia non ci sono più, il nostro Paese ha la legislazione più avanzata al mondo in campo psichiatrico. “Il medico dei matti”, determinato e testardo, ha lasciato dietro di sé una legge civile che porta il suo nome, ma che ha recepito solo in parte il suo pensiero. Basaglia ha dato dignità alla malattia mentale e al malato, senza tralasciare anima e spirito perché, nella sua vera accezione, la psichiatria è la cura del cuore.

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