Francia 1938: il Conflitto alle porte – di Riccardo Panzone

I mondiali di calcio del 1938, terza edizione, vengono assegnati alla Francia nel 1936, durante i giochi Olimpici di Berlino. La Francia liberale, che durante la seconda guerra mondiale rappresenterà l’ultimo baluardo di libertà e resistenza in Europa, riceve l’imprimatur ad ospitare il mondiale proprio nella Germania nazista che, poco più di un anno dopo, porterà il “vecchio continente” e il mondo intero nel baratro del conflitto armato. L’assegnazione ai Transalpini crea immediatamente aspri conflitti con le federazioni Sudamericane: se il primo campionato si è svolto in Sudamerica (Uruguay) e il secondo in Europa (Italia), essi rivendicano il diritto, per un tacito principio di alternanza, ad ospitare la terza edizione. A causa di questa polemica, Argentina ed Uruguay non saranno presenti in Francia. Anche le turbolenze territoriali del continente europeo, del resto, provocano defezioni alla kermesse calcistica: l’Austria, una delle nazionali più forti alla fine degli anni 30: è stata annessa alla Germania con l’Anschluss e così, come non esiste più la nazione Austriaca, cessa di esistere anche la nazionale, in parte inserita nella selezione Tedesca. La Spagna, invece, dà forfait poiché devastata e divisa dalla guerra civile che imperversa su tutto il territorio Iberico. Negli anni 30, il mondo in subbuglio influenza gli avvenimenti sportivi e le incertezze politiche e territoriali si riverberano su avvenimenti, come il mondiale di calcio, essenzialmente ludici. All’edizione del 1938 prendono parte sedici squadre, tredici europee, due sudamericane e, per la prima volta, una asiatica, le Indie Olandesi, ovvero l’attuale Indonesia. Il parterre delle favorite, tuttavia, si riduce a quelle tre o quattro selezioni realmente attrezzate per arrivare alla finale di Parigi: l’Italia campione del mondo in carica, la Francia padrona di casa, l’ambizioso Brasile e l’outsider Ungheria. L’Italia è sotto osservazione in quei mondiali del 1938, non solo in quanto campione in carica ma, soprattutto, quale espressione del regime dittatoriale alleato della barbarie Nazista. Rispetto al 1934, infatti, la considerazione generale nei confronti di Italia e Germania, paesi tra loro alleati, è molto mutata. Le politiche dell’Asse Roma-Berlino sono diventate notevolmente più aggressive, la minaccia militare più reale, la presenza delle nazionali Italiana e Tedesca in Francia, quasi sgradita. La Francia pullulava, già da qualche anno, di fuoriusciti Italiani sgraditi al regime e, durante la partita di esordio contro la Norvegia, diecimila antifascisti fischiano, dall’inizio alla fine, la nazionale Italiana che riesce ad imporsi soltanto ai tempi supplementari. Intuiamo, dal racconto di Vittorio Pozzo, tanto il clima di intimidazione, quanto la provocazione essenzialmente politica riservata ad una nazionale che, come poi testimonierà la storia, non era coinvolta con il fascismo se non nella misura in cui vi erano coinvolti, in quegli anni, altri 45 milioni di Italiani: “La partita viene avvolta immediatamente in uno sfondo polemico-politico. Ingiustamente. Perché i giuocatori nostri non si sognano nemmeno di farne, della politica. Rappresentano il loro Paese, e ne portano naturalmente e degnamente i colori e le insegne. Nello stadio sono stati portati circa diecimila fuorusciti italiani, coll’intenzione e l’ordine di avversare al massimo la squadra azzurra. Il momento è quello del saluto: quando i giuocatori nostri alzeranno la mano per salutare alla moda fascista, deve scoppiare il finimondo. Io vengo avvisato di quanto ci attende. È una sfida diretta al nostro temperamento, al nostro carattere. Come comandante so con precisione quale sia il mio, il nostro dover (…) vado in campo colla squadra, ordinata alla militare, e mi pongo sulla destra. Al saluto, ci accoglie come previsto una bordata solenne ed assordante di fischi, di insulti e di improperi (…) quanto sia durato quel putiferio, non so dire con precisione. Stavo rigido, con una mano tesa in posizione orizzontale, e non potevo naturalmente prendere il tempo (…) ad un dato punto il gran fracasso accennò a diminuire, poi cessò. Ordinai l’attenti. Avevamo appena messo giù la mano, che la dimostrazione riprese violenta. Subito: «Squadra attenti. Saluto». E tornammo ad alzare la mano, come per confermare che non avevamo paura. Non durò a lungo, la seconda parte della manifestazione, anche perché il pubblico francese e quello neutrale dicevano chiaro di averne abbastanza e di voler veder giuocare. E noi, paghi di aver vinto la battaglia della intimidazione, giuocammo”. La Francia verrà eliminata proprio dall’Italia, nei quarti di finale, con il rotondo punteggio di 3 a 1 e la nostra nazionale, timida all’esordio con la Norvegia, ritroverà lo smalto e la determinazione di quattro anni prima. L’ostacolo lungo la via di Parigi, in semifinale, si chiama Brasile: un selezione sicuro di sé, al limite di una puerile presunzione, che ha già acquistato i biglietti aerei necessari per volare a Parigi, sede della finale. La tracotanza dei “Verde Oro”, spinge addirittura il loro allenatore (Ademar Pimenta) a tenere in panchina, contro l’Italia, la punta di diamante Leonidas Da Silva, capocannoniere del torneo ed antesignano della grande discendenza, tutta Brasiliana, di eccezionali numeri 10. La vittoria Italiana, ad opera principalmente di Giuseppe Meazza che segna anche un rigore tenendosi i calzoncini rotti, irrita talmente tanto i Brasiliani da spingerli a negare, su richiesta di Pozzo, la cessione dei biglietti già acquistati per raggiungere la capitale Transalpina. La nostra nazionale arriverà, comunque, puntuale all’appuntamento con la finale raggiungendo Parigi in treno. Allo stadio Colombes gli azzurri trovano ad attenderli la nazionale Ungherese che, anche grazie ad un calendario abbastanza favorevole, ha eliminato Indie Orientali, Svizzera e Svezia. Dopo aver eliminato i Francesi padroni di casa ai quarti e il temibile Brasile in semifinale, per l’Italia, la finalissima con l’Ungheria è quasi una formalità: le doppiette di Piola e Colaussi regalano all’Italia il secondo titolo mondiale consecutivo, fissando il tabellino su un ampio, spettacolare e meritato 4 a 2. L’atteggiamento iniziale, profondamente ostile, nei confronti degli Azzurri era nel frattempo profondamente mutato: in finale, nonostante il tifo fosse tutto per i magiari, nessuna contestazione accompagnò l’undici di Pozzo che uscì dal campo in modo trionfale grazie allo spettacolo calcistico offerto. La vittoria mundial del 1938 sancì, definitivamente, il dominio planetario che la nazionale Italiana di calcio aveva esercitato per tutti gli anni 30: se la vittoria del 1934 poteva anche essere ascritta ai favori concessi alla squadra di casa, la vittoria olimpica di Berlino e il secondo successo mondiale del 1938 nobilitarono anche la prima vittoria e certificarono il valore di una squadra composta da miti immortali del calcio Italico: Ferraris IV, il portiere Combi, l’ala Annibale Frossi e i fuoriclasse Meazza e Piola. L’atteggiamento militaresco del C.T. Pozzo fece il resto: esso stesso, come abbiamo visto, si definiva comandante e trattava, in effetti, i suoi calciatori come soldati, in un rapporto essenzialmente di distacco, tipico dell’epoca. Vittorio Pozzo fu semplicemente figlio del suo tempo: un tempo, in cui alla tecnica si accompagnava la disciplina e alla tattica esasperata si sostituiva la volontà e la determinazione dei nazionali; un tempo in cui coloro i quali erano chiamati ad indossare la maglia della nazionale indossavano realmente una divisa ed erano, a tutti gli effetti, parte viva ed integrante dell’orgoglio nazionale nel mondo. Da lì a qualche mese, come ben sappiamo, le divise militari sostituiranno davvero le maglie di calcio e il fragore delle armi andrà a coprire il ridanciano vociare dei tifosi. Il mondo dovrà aspettare il 1948, con le olimpiadi di Londra, e il 1950, con i mondiali in Brasile, per tornare, con ritrovata speranza e rinnovato vigore, a dedicare tempo ed energia ad attività non strettamente connesse alla mera sopravvivenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.magazzininesistenti.it/uruguay-1930-il-calcio-eroico-di-riccardo-panzone/

http://www.magazzininesistenti.it/italia-1934-sport-e-nazionalismo-di-riccardo-panzone/

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.