Francesco Piu: “Crossing” (2019) – di Maurizio Celloni

Il Delta del Mississippi, culla del blues, ai primi del 1900 era percorso da molti musicisti, la gran parte figli degli schiavi neri deportati dall’Africa, il cui unico modo di riscattare un’esistenza di stenti e lavoro duro e mal pagato consisteva nell’imparare a suonare uno strumento, spesso una chitarra economica, e vagare per le strade delle cittadine disseminate tra le piantagioni, raccogliendo qualche spicciolo agli angoli degli isolati o di fronte agli stores. La loro musica nasceva anche dalle tradizioni ancestrali della terra d’origine, come viene narrato in “Deep Blues” (Shake Edizioni 1981) di Robert Palmer, “Il Blues” (Piccola Biblioteca Einaudi Mappe 2009) di Vincenzo Martorella, e “La Storia del Blues” (Hoepli 2015) di Roberto Caselli. Il nord della Sardegna, aspra e montuosa, era ed è ancora in parte abitata da pastori, casari e agricoltori. I caratteri sono forgiati dalla fatica e dalla forza del maestrale ma anche da un rapporto profondo con le tradizioni, gli spiriti della terra, i suoi aromi forti di mirto, lentischio e olivastro. La musica popolare conserva le forme di canto polivocale e monodico la cui espressione si ritrova nelcanto a tenore del mondo pastorale. Anche qui la musica rappresenta una forma di riscatto dal duro lavoro, ma anche una forte rivendicazione di dignità e libertà. In entrambi gli scenari geografici, così diversi, la musica e la cultura traggono linfa vitale dalla vita, dalle relazioni che si instaurano tra gli animi provati e dolenti, elaborando stili che fondono storia e sofferenza, alimentano speranze, evidenziano denunce, sogni e fantasia.
Questa è la capacità e la forza degli artisti veri, quelli che non si limitano a riprodurre standard all’infinito ma ricercano percorsi nuovi traendo spunto dal vissuto di ciascuno e dalle esistenze dei loro simili. È la forza del blues, baby, che nel corso della sua evoluzione, dalle vaste pianure del Delta si è diffuso in tutti gli States e successivamente in ogni angolo del mondo. Nei suoi infiniti percorsi ha acquisito forza dall’incontro con altre culture, esperienze di vita e stili musicali autoctoni dei luoghi che arrivava a toccare. Sta proprio in questa narrazione l’incontro, del tutto naturale e ovvia conseguenza, tra il mito di Robert Johnson, nato a Hazelhurst, Mississippi, l’8 maggio 1911 e Francesco Piu, venuto al mondo in quel di Osilo, Sassari, il 12 giugno 1981. Robert Johnson ha avuto una vita in continuo movimento nel vasto territorio del Delta del Mississippi, ha venduto l’anima al diavolo nel più celebre degli incroci tra le Highway 61 e 49, a Clarksdale, per ottenere la capacità di suonare la chitarra come un Dio e ha registrato, tra novembre 1936 e giugno dell’anno seguente, le 32 tracce che segneranno la storia del blues da allora fino ai giorni nostri. Purtroppo nell’agosto 1938 dovette pagare il tributo al diavolo che si servì, pare, della gelosia di un marito, insensibile alla gloria del blues e poco propenso a dividere la moglie con il musicista. Il 16 agosto 1936 Robert Johnson, dopo alcuni giorni di agonia, dolorosa e solitaria, per aver ingerito del Moonshine (distillato di granoturco) avvelenato si dovette presentare al cospetto del suo creditore. Queste composizioni sono divenute standard e riproposte assai frequentemente, consentendo a molti musicisti, dai Rolling Stones ai Cream di Eric Clapton, a Johnny Winter e tanti altri di misurarsi con successo con la scrittura e la poetica visionaria di Johnson, ricca di misteri e arcani, ma che aveva già il sapore della modernità.
Francesco Piu, abile chitarrista, ottimo cantante ma soprattutto artista poliedrico, ha subito la fascinazione della musica di Robert Johnson e, da profondo conoscitore delle note della sua terra e del Mediterraneo, culla in cui ha mosso i primi passi, si è spinto oltre, proponendo l’incontro del blues con le sue origini primordiali, il territorio del Senegambia africano, spruzzandolo con abbondanti sorsate di essenza sarda, aromi medio orientali e un assaggio di Retsina Greca. Il risultato è un disco sorprendente, inatteso e del tutto originale, come solo i grandi musicisti sanno fare. “Crossing” è il titolo del lavoro (Appaloosa Records / I.R.D. 2019), che già ci parla di attraversamenti, musiche che si re-incontrano, assumendo forme nuove nelle quali ciascuna mantiene la sua peculiarità ma assieme generano un nuovo linguaggio, rinnovando il blues. In questo lavoro discografico non mancano tecniche musicali moderne e popolari tra i giovani, quali campionamenti, elettronica e persino il contributo di un DJ con i suoi marchingegni “grattugia vinili” in due brani e infarcendone altri con una spruzzata di elettronica, mai comunque eccessiva. Lo stesso Piu, in occasione dell’uscita del suo “Crossing” il 19 ottobre 2019 dichiarava: “In questo viaggio musicale ho sognato di portare Robert Johnson qua, in mezzo al Mediterraneo. Ho provato a miscelare la via maestra del blues del Mississippi con le percussioni africane, i suoni ancestrali della mia isola, la Sardegna, con le corde dell’oud e del bouzuki che vibrano sulle coste del Mare Nostrum. Il tutto contaminato da un pizzico di elettronica per farlo rivivere nei nostri giorni”
.
D’altronde, che fosse Francesco Piu il novello cocchiero italiano a portare il blues a calcare strade inesplorate lo si coglieva nei suoi lavori precedenti come, ad esempio, “Ma-Moo Tones” del 2012, disco che ancora una volta fin dal titolo richiama le sue origini, prodotto da Eric Bibb, celebrato bluesman statunitense dall’occhio “lungo”. Per Piu non sono nuove le attenzioni dei grandi musicisti nell’ambito del blues: le numerose collaborazioni internazionali lo collocano tra gli artisti più considerati. Nella sua ancor breve carriera ha aperto i concerti di artisti del calibro di Johnny Winter, Jimmie Vaughan, Robert Cray, Charlie Musselwhite, The Derek Trucks Band, The Fabulous Thunderbirds, tutte le date italiane del “John Mayall 85th Anniversary Tour” e ha calcato i palchi di importanti festival blues in Europa e nel “Nuovo Mondo. E che dire di “The Cann O’ Now Sessions”, pubblicato con tiratura limitata in occasione del Record Store Day del 2018, la cui foto di copertina ritrae il nostro Francesco seduto accanto una vigna intento a versarsi un bicchiere di Cannonau, nell’azienda agricola presso Alghero, dove si svolsero le registrazioni. In questo disco ripropone in versione acustica i brani contenuti in “Peace & Groove” del 2016, album potente, grondante di feeling, blues e funky. Ma torniamo all’ultimo lavoro, “Crossing”, dieci tracce, dieci costruzioni stilistiche originali sulle note di Robert Johnson.
Come On In My Kitchen è la prima e Piu mette subito le cose in chiaro, realizzando un sapiente mix tra strumenti tradizionali (riqq, calebasse, djembè), la sua chitarra elettrica, il basso, la batteria e inserti di campionamenti. Il brano segue una linea piacevolmente ondivaga ma intensa, con la slide a ribadire il riff fino all’assolo, breve e pregnante. Il secondo pezzo, Me And The Devil, un classico di Johnson profondamente intriso di riti voodoo e inquietanti riferimenti al diavolo al quale implora di essere sepolto al lato della strada per poter prendere il Greyhound (la corriera di linea) appena arriva alla fermata. Il brano esprime appieno l’angoscia di Robert Johnson e la voce di Piu, più roca ed evocativa che mai, rende palpabile la tragicità dell’oscuro presagio. Si segnala l’utilizzo di strumenti come il darbuka, tamburo a calice suonato in Egitto, Medio Oriente, Nord Africa e il pipiolu, flauto di canna della Barbagia. Grande interpretazione da cui è stato tratto anche un videoclip dai contenuti onirici e fantastici, girato dal regista Bruno D’EliaStop Breaking Down, terza traccia, parte con un ritmo lento generato da percussioni che vanno dalla Sardegna con il tumbarino de Gavoi al Nord Africa con il tamburo di legno yambù, la zucca sonora calebasse, fino al senegalese e gambiano djembè. Piu si lancia in un crescendo di chitarra slide sul terreno poliritmico delle percussioni.
Il quarto brano, From Four Til’ Late, morbido sulle spazzole della batteria e un bel dobro a marcare la melodia. Brano intimo, volutamente in contrappunto con il conflitto d’amore raccontato dall’autore Johnson. Nel finale la kora (arpa liuto), suonata da Jally Tamba duetta con sapienza antica con la chitarra di Piu. Brano bello e intenso. Stones In My Passway inizia con un basso incalzante e la calebasse a dettare il ritmo. In questo brano viene coinvolto il DJ con scratches e samples, che lo rendono un interessante ponte verso nuove forme di funky blues, ancora tutte da percorrere, confidando nella benevolenza dei puristi. In fondo anche Bob Dylan o Muddy Waters a Newport, Miles Davis con “Bitches Brew” (1970) e moltissimi altri hanno scandalizzato, ma anche aperto righi e note a percorsi rivelatisi straordinari per la loro e nostra musica. E siamo al sesto pezzo, They’re Red Hot. Sembra di trovarsi in un villaggio africano immerso in una radura nella foresta dal quale salgono piano ma in crescendo suoni di tamburi gioiosi, come solo le percussioni poliritmiche sanno dare, sempre in levare. Un’esplosione di suoni che invitano a ballare per festeggiare la sconfitta degli spiriti maligni e l’arrivo di un raccolto particolarmente generoso. Arrangiamenti raffinati e complessi per una strumentazione ricca proveniente da terre lontane ma di contorno al Mare Nostrum: chitarra elettrica, fisarmonica, mandolino, basso, zaghrouta, pipiolu, darbuka, djembè, kora, yambù, cori e, ciliegina sulla torta, la tossettina della piccola Emma, musicista in erba e bellissima figlia di Francesco. Si rimane emozionati dopo ogni ascolto.
E veniamo al pezzo più interpretato della produzione di Robert JohnsonCrossroad Blues. Tutti abbiamo nelle orecchie magistrali versioni del brano, in primis quella di Eric Clapton ma qui scatta la genialità e l’arte di Francesco Piu. Come ricordato egli ha immaginato Robert Johnson nelle terre che si affacciano sul Mediterraneo a suonare di riti voodoo e ancestrali, di mojo e diavoli della notte pronti a rapire le anime degli uomini per farne stregoni. Quindi nella notte solitaria e buia di luna nuova, il nostro protagonista, al bivio tra una vita di stenti e anonima, decide di accettare l’offerta del demonio e, ballando forsennatamente al ritmo di meravigliose percussioni, esorcizza e trascende la sua anima. Percorso irto di trabocchetti e pericoli, evidenziati dalla potente chitarra di Francesco Piu, che usa magistralmente la pedaliera e gli effetti wah wah. Se non si tratta di un capolavoro ci troviamo di fronte a qualcosa che ci va molto vicino. Grande e sorprendente rilettura di un classico del blues. Il titolo successivo, Hellhound On My Trail, brano dolente triste, è suonato con un arrangiamento accorato e pienamente rispettoso dei blues in cui Robert si dibatteva, alla ricerca del conforto della sua donna, la cui relazione difficilmente riusciva a stabilizzare. Penultima fatica del Nostro, If I Had A Possession Over Judgement Day. Il brano gioca tutto sulle percussioni molto ritmate e la chitarra che richiama costantemente la melodia, fino ad un magistrale assolo in crescendo.
Va sottolineato il coro, molto simile ai monotonali a tenores, che dà il senso della forte sofferenza stralunata e insistita di Johnson quando si immagina di vedere da una montagna il tradimento della sua donna: “Sono andato in montagna a guardare lontano, per quanto potessero vedere i miei occhi, qualcun altro ha preso la mia donna e il blues solitario mi ha preso. E io rotolai e caddi e piansi per tutta la notte“. L’ultima traccia è Love In Vain, altro brano iconico di Johnson. Subito la mente ci riporta ai Rolling Stones ma Francesco ha idee e una strada da percorrere per onorare Robert. Il pezzo ha un’introduzione percussiva lenta, quasi celebrativa, la sua è voce accorata, un po’ dolente, si tratta pur sempre di un addio. Le luci del treno sul quale è salita la sua donna si allontanano così come si affievoliscono le battute delle percussioni, lo sferragliare lento del treno si fa punto all’orizzonte fino a scomparire. Game over. Una prova sontuosa di Francesco Piu, accompagnato da musicisti bravissimi che meritano di essere citati. Un disco che resterà nella storia del blues non solo italiano, da collocare nella parte più nobile dei nostri scaffali e da ascoltare ogni qual volta sentiamo l’esigenza di provare ad immaginare il futuro della nostra amata musica del diavolo e dell’anima. Per dirla alla Buddy Guy: “Blues is alive and well”.

Antonello Salis (accordion, whistle). Gavino Murgia (tenore bassu).
Marco Pandolfi (harp). Gino Marielli (hang drums). Dj Criss (electronics, scretches, samples).
Fabrizio Leoni (double bass, electric bass). Gavino Riva (background vocals).
Elisa Carta (background vocals). Rita Casiddu (background vocals).
Denise Gueye (background vocals, zaghrouta). Jally Tamba (kora). Franzisco Pilu (pipiolu).
Alessandro Quartu (launeddas, pipiolu).
Bruno Piccinnu (riqq, calebasse, djembè, daf, darbuka, tar, shakers, udu drums).
Paolo Succu (yamboo, triangle, tambourine, djembè, tumbarinu de Gavoi, darbuka, claps).
Silvio Centamore (drums, electronic drums, shakers). Gianfranco Marongiu (djembe).
Francesco Ogana (electronic drums, sybth bass, samples). Giuseppa Loriga (electronic drums).
Stefano Romano (luneddas). Emma Piu (laugs). 

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