Francesco Picca: “Lacca” (2019) – di Gabriele Peritore

Diciannove episodi di narrativa, breve, brevissima, vanno a formare “Lacca” (2019), questa singolare raccolta di racconti, concepita da Francesco Picca, pubblicata da Bertoni Editore, di cui è difficile individuare un filo conduttore unico. Nonostante tutto danno l’idea di stare insieme alla perfezione come per un misterioso incanto. Forse a tenere unito ogni elemento è proprio il vapore della “Lacca”, protagonista di uno degli episodi, che dà il titolo al libro e che risulta quanto mai indicativo. In questa bolla nebulosa che viaggia e che espande il suo profumo ben oltre la toeletta della mamma dell’autore da bambino, che tiene in ordine i capelli, tiene in ordine anche i vari fili conduttori individuabili, proprio come fossero capelli che hanno disordini serpeggianti e radici bulbose di memoria. Uno di questi è sicuramente la volontà di proporre una forma di narrativa ma dal passo breve come dicevo prima. Ogni racconto poche righe. A volte soltanto una pagina. Per sospendere un’immagine come quando si estrae una fotografia da un album di scatti del passato.
Per goderne della bellezza per tutto il tempo possibile, senza avere la fretta di passare all’immagine seguente o di riporla. Perché, anche se breve o piccola, in quell’immagine c’è tutto. C’è la lunghezza dei ricordi e della fantasia; c’è l’infinità del tempo, quello vissuto e quello immaginato. Il linguaggio utilizzato da Francesco Picca, un ritmo musicale simile a quello della poesia, rispecchia questo desiderio di perdersi. Da poeta è la ricerca della parola e l’utilizzo della lingua. A volte conta più del racconto stesso questo incedere musicale che tratteggia l’emozione profonda girando intorno a tutte le sensazioni possibili, quelle interiori, intime, personali di un osservatore attento e ricettivo, e quelle sensoriali oggettive. In ogni racconto se ne possono cogliere i colori, i profumi, le percezioni tattili, i suoni, i sapori. Poi indubbiamente c’è la memoria, ricordi che riaffiorano con una prepotenza tale da modificare anche il presente e la misura con cui lo si vive, come una seduta psicoanalitica sotto ipnosi. Perché immortala il momento esatto in cui avviene il cambiamento personale e si inverte il canone temporale. Tanto da venire il dubbio se sia reale memoria o solo il sogno di un passato che si ripresenta come se fosse reale.
A prevalere fortunatamente è la sensazione che chiedertelo non abbia importanza: è un racconto. Vissuto o non vissuto, reale o sognato, è in grado di reggersi in piedi da solo e fare il suo percorso nel mondo. Ogni episodio è un racconto e diventa di chi lo legge. Lo indossa il lettore e copre bene. Indubbiamente, tra gli altri fili conduttori, c’è anche l’attesa. Anche se è strano che quando ci sia di mezzo la memoria ci sia anche l’attesa. Un tempo che è già passato non dovrebbe trasmettere il senso di attesa, perché già vissuto quindi già provata, invece nel tempo che riemerge c’è proprio il senso e il piacere di attendere e la necessità di insegnare ad attendere, o forse è meglio dire… educare, come si può leggere in uno dei racconti. Proprio nella capacità di attendere c’è quella di sospendere, per riassaporare, una per una, cesellarle, tutte le sensazioni vissute. Non resta che “credere e aspettare tra ombre di sale e anarchie di luce”. Ci sono anche e soprattutto i luoghi, del cuore, dei sogni, dei racconti degli avi. Anche in questo caso tutto si intreccia tra memoria e sensi e forse l’unico filo conduttore che conta realmente è la Poesia e la voglia che mette di farsi leggere.

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