Francesco Mascio: “Wu Way” (2018) – di Ubaldo Scifo

Oriente ed Occidente si  incontrano / Dehra dehra dun, dehra dun dun (…) / Molte strade possono portarti lì, in molti modi diversi / Una direzione ti porta via anni, un’altra ti porta giorni  (…) (1). Il testo della canzone di  George Harrison non è  citato a casaccio ma serve a sintetizzare una way of life che, a partire già prima dagli anni 60, ha affascinato generazioni di artisti e, tra di loro, numerosi musicisti che ne sono stati fortemente influenzati. Di fronte alla cultura ed alle filosofie orientali alcuni si sono fermati in superficie, scoraggiati da un mondo troppo vasto e complesso da esplorare, altri sono andati a comprare qualche cartolina e a rubare dai raga una sequenza di note, annegandola tra assordanti percussioni sintetiche e vendendola agli stupidi, come succede di frequente  ai tempi d’oggi. I migliori, i più “puri”, hanno cambiato anche la loro vita ed il modo di pensare. Cercare un punto d’incontro fra i due mondi è stato il pretesto per intraprendere un percorso di conoscenza di sé stessi, con coraggio e tenacia, come è successo a Francesco Mascio chitarrista e compositore italiano. Proveniente dal jazz, ma aperto a qualunque tipo di contaminazione, il musicista  propone  nel suo nuovo album “Wu-Way” (in CD e Digitale per Filibusta Records dal 19 ottobre 2018) un approccio diverso alla composizione e all’ascolto, una fruizione diversa della musica. Francesco Mascio, influenzato dal Wu-Wei, disciplina taoista il cui scopo è raggiungere l’equilibrio  attraverso la consapevolezza del momento dell’agire o non agire, improntata sulla semplificazione, l’umiltà, il pacifico convivere, ci propone una via altra nella comunicazione musicale. Questo percorso era già iniziato con l’album “Ganga’s Spirit” feat Luca Aquino, pubblicato nel 2015 dalla Emme Record Label e il viaggio musicale si snodava tra l’India e l’Egitto, mentre qui abbraccia il resto dell‘Oriente con incursioni nell’universo personale, secondo il principio che “Un buon viaggiatore non ha piani precisi e il suo scopo non è arrivare”(2). Le nove tracce dell’incisione potrebbero essere benissimo la soundtrack di un film fatto di immagini tratte dai luoghi della Terra e dai ricordi della propria esistenza. Si tratta di espressioni sonore fortemente evocative come Balla con Buddha, dove le tabla suonate da Sanjay Kansa Banik inseguono il turbinio di effetti percussivi e armonici ricavati simultaneamente da Francesco, dalla sua chitarra che recita anche il ruolo del sitar. Una danza frenetica e ipnotica che sembra quasi un omaggio allo spiritualismo di Ravi Shankar. “L’India è un paese povero, ma ha ancora – e forse è  l’ultimo al mondo – una sua forte e profonda cultura di stampo spirituale, capace di resistere all’ondata materialistica della globalizzazione che appiattisce ogni identità e ingenera ovunque un soffocante conformismo” (3)La ballad Tiziano Terzani ha l’incedere di un uomo in cammino per il mondo in solitudine ma forte della consapevolezza che anche i dubbi avvicinano alla conoscenza. Parla di terre lontane e crea profonde suggestioni, nostalgica e avvolgente, come un racconto la cui voce narrante è il sax soprano di Gabriele Coen che rapisce ed emoziona. La grande anima di Coltrane benedice questa ricerca della verità attorno e dentro sé stessi: Francesco segue l’esigenza di affrontare da solo, a parte qualche amichevole collaborazione, la realizzazione dell’album… e riesce benissimo. La sua musica non ha confini, non se li pone, si muove tra le atmosfere etno-acustiche e world degli Shakti di McLaughlin, dei Codona con Don Cherry, degli Oregon con Ralph Towner, o fusion dei Bass Desires di Marc Johnson con John Scofield e  Bill Frisell. Il chitarrista possiede una tecnica magistrale e una profonda conoscenza del suo strumento, del quale esplora in continuazione le possibilità sonore. Non suona solo note ed accordi ma modula vibrazioni e armonici percuotendo e graffiando le corde. Crea così dei quadri musicali come Wing Chun, che evoca un sorta di danza sul tatami (si tratta di una forma di katà) o Funk- Shui, titolo che è una (voluta) contaminazione occidentale del termine Feng Shui, traduzione di “vento e acqua”. L’effetto dell’azione degli elementi sulle cose e sui pensieri trova riscontro nella dialettica tra la chitarra e gli strumenti percussivi acustici indiani, coreani, tibetani, sapientemente combinati con le note gravi acute della parte solistica. Altre volte ricorre alla “loop station, come nella splendida Wu Way (dove guarda caso, usa anche il wah-wah tanto caro a Jimi Hendrix). L’altra preziosa collaborazione è quella di Susanna Stivali alla voce in Arpeggio Elementale, artefice di un serrato interplay con la chitarra, dentro un avvincente  dialogo tra yin e yang. In questo transitare da Oriente a Occidente e viceversa, la scala pentatonica gioca un ruolo significativo: succede in Blue Dragon, in cui la chitarra è suonata con accordatura aperta e con la tecnica del bottleneck tipica del blues di Ry Cooder e dei suoi Maestri Son House o Blind Willie Johnson… ma la scala pentatonica è anche  alla base della musica cinese e se ne avverte l’effetto in Lao Tsu, delicata e carezzevole ballata dedicata al filosofo e scrittore che ispira i contenuti di questo album. Lo stesso succede nella parte finale di l’Oceano e l’Onda, che suona come una nenia medioevale. Francesco Mascio lascia la sua impronta ben precisa su tutto quello che suona, dai brani originali alle cover: filtrato dalla sua intelligenza e sensibilità e restituito con raffinatezza, eleganza e forza espressiva. Come ha detto Charlie Parker in uno dei suoi rari momenti di lucidità: “Impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto sia sulla musica che sullo strumento e suona ciò che la tua anima detta“… Mica per niente è stato scritto: “Charley Parker Assomigliava a Budda” (..) (4)

(1) George HarrisonDehra Dun(2) E’ uno dei principi del Taoismo.
(3) Da “Lettere cotro la guerra” di Tiziano Terzani (Ed.Tea 2010).
(4) Dal 239esimo refrain  in “Mexico City Blues” di Jack Kerouac (1959).

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