Francesco Guccini: “L’Ostaria Delle Dame” (2017) – di Lorenzo Scala

Francesco Guccini l’orso, uno strano animale pigro, quello delle canzoni tristi, quello che in concerto due bicchieri non li disdegna, Guccini de l’Avvelenata e della fiaccola dell’anarchia, Guccini scrittore di gialli e non solo ma anche attore in film impegnati. Guccini il comunista. All’uscita di “L’Ostaria Delle Dame” (2017) si dichiarò stanco della musica (e forse, secondo noi, anche di molti stereotipi che gli sono stati appiccicati addosso durante tutta la sua lunga carriera) ma poi, si sa, l’angosciadel tempo che passa ha una cura formidabile: continuare a pensare a cose nuove e magari inaspettate, come se davanti ci fossero solo primavere. E allora, anche se in forma di due raccolte e con la complicità di Mauro Pagani, Guccini è sempre lui, ancora sulla breccia a dispetto di tutto a tutt’oggi. Finalmente, per la gioia dei gucciniani più indefessi e ortodossi, nel 2017, dopo dodici anni da “Anfiteatro Live“, esce l’album dal vivo che raccoglie le registrazioni di tre concerti tenutisi nei primi anni Ottanta all’Ostaria delle Dame di Bologna, luogo che lo ha visto assiduo avventoreper lunghi anni.
Questo album non è un reperto archeologico ma è materiale vivo e presente. Non è una suggestione d’altri tempi. Immaginate, infatti, di rientrare a casa in una giornata umida, con la tensione in ogni fascio muscolare dietro le spalle e quella malinconiafisiologica che si trascina con la stanchezza fisica. Gradualmente, ascoltando il disco, affondate in un teporefumoso, cominciate a galleggiare in una luce soffusa distratti da un piacevole vociare e dal rumore dei bicchieri che sbattono. Sì perché, complici il fruscio dei nastri originali e i monologhi romantici, sarcastici ma anche un po’ demenziali, in questo disco si entra quasi fisicamente. Guccini ha questo potere, la dote innata di trascinare chi ascolta, indipendentemente dall’età, dal ceto o dal genere, nel suo universo proprio perché non è lontano, freddo e irraggiungibile ma è fatto di terra e calda umanità.
Francesco scherza con il pubblico (per lo più avventori e amici), lo coinvolge nei sui siparietti improvvisati e,a un certo punto, lo sentiamo dire: “Non ridere Giancarlone che questa è la tua risata e la riconosco!”. Ecco, questa frase rende bene l’idea dell’atmosfera rilassata e un po’ beona dentro l’osteria. L’amico di sempre Juan Flaco Biondini è l’unico compagno di palco, una voce e due chitarre per canzoni eseguite nella loro veste più scarna, arrangiamenti essenziali e imperfezioni che restituiscono l’intimità di quei giorni, formidabili per chi li ha vissuti. Uno degli aspetti che preferiamo del linguaggio di Fancesco è quello di essere dissacrante
partendo da sé stesso. La capacità di sdrammatizzare i propri difetti o inadeguatezze, arrivando a ridere delle proprie delusioni amorose. “Anche io una volta amavo come un pazzo. Scopare non se ne parlava, perché un tempo si amava così”.
Arriva a scherzare persino nell’introdurre Canzone per una amica, raccontando di quella volta che i Nomadi uscirono di strada con la loro macchina: “Non oso immaginare quale canzone potevano cantare quando è avvenuto l’incidente”. Questo album contiene sentimenti contrastanti, riesce a unire sacro e profano con intelligenza e sensibilità: si passa dal gelo di Auschwitz agli Autogrill sulle strade americane, dalla consapevolezza della mortalità ne Il vecchio e il bambino fino a certi incontri sulle scale in cui quasi nulla sembrò cambiato in lei. Ritroviamo insomma tutto il suo classico immaginario, la differenza è che stavolta si riesce a percepire l’odore umido di vecchie pareti e a intravedere un soffitto a volte, sembra di bere vino vagamente acetato e di sentire una risata familiare e un rimprovero bonario: “Non ridere Giancarlone che questa è la tua risata e la riconosco!”.

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