Francesco Guccini: La locomotiva (1971) – di Cinzia Pagliara

Ai tempi del liceo, negli anni degli scontri, degli scioperi e dei collettivi, Lui era sempre in prima fila. Lo riconoscevi dal suo eskimo verde, dalla barba scura e dai capelli arruffati. Più alto degli altri, più robusto, eppure con un’espressione che aveva sempre qualcosa di tenero, di buffo. Di buono. Erano anni di botte, tante botte, e Lui era sempre lì, in prima fila, e i compagni (gran bella parola “compagni”, sapeva di classe e di vita) erano fieri di lui, soprattutto quando era arrivato con il naso rotto, ed una indimenticabile espressione di orgoglio. Erano gli anni delle riunioni senza fine, delle gonne lunghe o cortissime, dei cineforum con dibattiti e domande in piena notte, dei pantaloni a zampa di elefante (che poi gli elefanti non hanno per niente le zampe così), delle chitarre in piazza e dei cantautori impegnati. Lui aveva idee chiare e voglia di giustizia. Il mondo era – ed è – così ingiusto, così pieno di favoritismi, di ineguaglianze economiche che diventano inevitabilmente ineguaglianze sociali, di privilegi elitari. Lui aveva in mente la Giustizia. Lui voleva un mondo più giusto. La locomotiva era la colonna sonora di quei giorni, i velluti e gli ori dei vagoni di lusso stonavano con i vagoni che Lui e i suoi compagni conoscevano, malandati e vecchi, con quell’odore di polvere e di urina che rimaneva addosso dopo gli interminabili viaggi in seconda classe lungo lo Stivale, che ogni volta facevano comprendere meglio la Questione Meridionale studiata in classe: mai risolta, mai davvero affrontata dal Potere. Sui libri era solo un termine da ricordare, ma per loro era una realtà evidente. Anche Lui, pur non sentendosi né giovanebello, né tantomeno eroe, sognava di lanciarsi a bomba contro l’ingiustizia, di salire su un suo cavallo a vapore e partire, come nella canzone. Come sua locomotiva scelse lo studio: puntuale, attento, sicuro. Decise che non c’era modo migliore di portare giustizia che quello di essere un giudice. Essere un “giudice giusto”. Si sentiva in imbarazzo per la vita “agiata” che avrebbe potuto avere, e scelse di non godere degli agi, perché li sentiva “ingiusti”. Cosi, più “alto” degli altri, con il suo sorriso pulito e il suo bisogno insopprimibile di giustizia, nonostante tutto. Nonostante l’avvicinarsi implacabile della Fine. Fino all’ultimo. Così i suoi compagni (ancora compagni, compagni per sempre) compresero meglio il testo che tante volte avevano cantato, perché è vero: “gli eroi son tutti giovani e belli“ “Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, mentre fa correre via la macchina a vapore… lanciato a bomba contro l’ingiustizia”. (a Roberto).

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli, / gli eroi son tutti giovani e belli, /gli eroi son tutti giovani e belli…
Conosco invece l’epoca dei fatti, qual’ era il suo mestiere:
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere,
i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti
sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso
lanciato sopra i continenti, / lanciato sopra i continenti, / lanciato sopra i continenti…
E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano
che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo,
la stessa forza della dinamite, / la stessa forza della dinamite, / la stessa forza della dinamite..
Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l’ aria
la fiaccola dell’ anarchia, / la fiaccola dell’ anarchia, / la fiaccola dell’ anarchia…
Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione,
un treno di lusso, lontana destinazione:
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,
pensava al magro giorno della sua gente attorno,
pensava un treno pieno di signori, / pensava un treno pieno di signori, 
pensava un treno pieno di signori…
Non so che cosa accadde, perchè prese la decisione,
forse una rabbia antica, generazioni senza nome
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore:
dimenticò pietà, scordò la sua bontà,
la bomba sua la macchina a vapore, / la bomba sua la macchina a vapore,
la bomba sua la macchina a vapore…
E sul binario stava la locomotiva,
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,
con forza cieca di baleno, / con forza cieca di baleno, / con forza cieca di baleno…
E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura, / il mostro divorava la pianura, / il mostro divorava la pianura…
Correva l’ altro treno ignaro e quasi senza fretta,
nessuno immaginava di andare verso la vendetta,
ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:
“notizia di emergenza, agite con urgenza,
un pazzo si è lanciato contro al treno, / un pazzo si è lanciato contro al treno,
un pazzo si è lanciato contro al treno…”
Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria:
“Fratello, non temere, che corro al mio dovere!
Trionfi la giustizia proletaria! / Trionfi la giustizia proletaria! / Trionfi la giustizia proletaria!”
E intanto corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere l’ immensa forza distruttrice,
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice, / della grande consolatrice, / della grande consolatrice…
La storia ci racconta come finì la corsa
la macchina deviata lungo una linea morta…
con l’ ultimo suo grido d’ animale la macchina eruttò lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:
lo raccolsero che ancora respirava, / lo raccolsero che ancora respirava,
lo raccolsero che ancora respirava…
Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia, /lanciata a bomba contro l’ ingiustizia,
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia!
 
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