Francesco Guccini: “La Collina” (1970) – di Alessandro Branconi

Mi piaceva arrampicarmi sugli alberi. Da sempre. Non potevo farne a meno. Quando vedevo un albero alla mia portata, e ce n’erano pochi che non lo fossero, un senso di sfida insopprimibile mi prendeva. Non m’importava delle mani e delle gambe ferite che ogni volta erano il diario scritto sulla carne di quella nuova conquista. Io dovevo salirci a tutti i costi. Lassù le cose, il mondo, i miei sogni, erano diversi, più veri, più vicini. Vedere il cielo tra rami scarni come braccia malate in un pomeriggio d’inverno non aveva paragoni. Se c’erano le foglie a primavera o d’estate era lo stesso. Ero sopra tutto e non desideravo altro. Quel pomeriggio era estate. Uno di quei pomeriggi in cui la luce è bianca, con il caldo così intenso che sembra fare sbiadire tutto. Tra le foglie di quella quercia più vecchia della tomba di mia nonna invece no. Lì i colori, gli insetti, le foglie, erano definiti, perfetti, che avrei potuto contarne ogni variazione cromatica e dire persino quante foglie avesse il mio castello verde.
Mi accorsi di lei perché mi cadde un coltellino che portavo sempre con me. Era sotto di me non so dire da quanto. Distesa sull’erba verdissima. I suoi capelli neri, la pelle bianchissima. Indossava una camicetta nera con una strana fantasia a fiori e la gonna marrone con quegli strani stivaletti a punta con i lacci. Aveva lo stesso vestito di questa mattina a scuola. I suoi occhi azzurri erano la conquista che fingevo non mi interessasse. Il vento tra i rami e le foglie portava il suo respiro spezzato da sottili gemiti. Io ero pietrificato. Rigido e senza respiro come un impiccato. Non potevo fare niente. Non pensavo a niente. I miei occhi guardavano un altro paradiso, che non era in cielo ma sulla terra, ai piedi delle fondamenta del mio palazzo sospeso. Finì con un grido strozzato mentre aveva le braccia strette tra le gambe come stritolate da una morsa. Si alzò lisciandosi la gonna incamminandosi giù per la collina senza correre. Senza voltarsi. Non aveva nessun motivo per farlo.
 
Dove finisce la città, dove il rumore se ne va,
C’è una collina che nessuno vede mai
Perché una nebbia come un velo la ricopre fino al cielo dall’ eternità…
Nessuno mai la troverà la strada, forse in altra età
Si è conosciuta, ma l’abbiam scordata ormai:
L’abbiam scordata e si è perduta lungo i giorni della vita dall’eternità…
Forse l’abbiam vista nel passato, ma il ricordo se n’è andato dalla mente.
Cercala negli angoli del sogno per portarla lungo il mondo del presente.
Oh, se solamente io potessi rivederla com’è adesso per un’ora!
So di fiori grandi come soli ma mi sfuggono i colori, ancora.
Ricordo che alla sommità c’è un uomo che sta sempre là,
Per impedire che qualcuno cada giù
Da quella magica collina, dalla parte che declina e non ritorni più…
Anch’io tra i fiori, tempo fa, giocavo sulla sommità
Con i compagni miei, dentro alla segale,
Ma il prenditore non mi ha scorto quando son caduto al mondo per l’eternità…
 

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