Francesco Frongia: “Ritratto di Dora M.” al Teatro Nuovo di Napoli – di Marina Marino

Napoli, 17 Giugno 2018. Nell’ambito di Napoli Teatro Festival Italia, al Teatro Nuovo uno spettacolo non comune, straziante, dolcissimo.. La sala è gremita, dal  palcoscenico scompare la cosiddetta quarta parete e dal buio emerge un letto di contenzione su cui è distesa una donna, reduce da un elettroshock, di cui inizia a  descrivere l’orrore. E sentiamo i muscoli indolenziti per giorni e giorni, il tampone in bocca a protezione dei denti e della lingua, che potrebbe mangiare a morsi… e cancellare i ricordi, operazione fallita. Dora,“la bella, bellissima, piena di grazia”, “testimone e vittima”, sopravvive forse per raccontare. Lo fa per Lei, Ginestra Palladino, in un lungo, struggente monologo ci narra di Parigi, di ”un’età così fresca da non concepire la vecchiaia”, dell’amore, il primo importante con il poeta Georges Bataille, di un mondo che le apparteneva, degli amici celebri, una danza di fantasmi e della fotografia. Dora Maar è stata una fotografa sensibile e dotata, attenta alla miseria, a coloro che la vita non ha privilegiato, affascinata,  semi- magnetizzata dai ciechi,  (quasi precorre e anticipa Diane Arbus), attratta dal mondo del surrealismo, di cui sperimenta stili e tecniche. Una donna vibrante di vita, intelligente, molto bella. Ginestra Paladino ci racconta il suo primo incontro con Picasso, un coltello tra le dita per attirare la sua attenzione,  lui che le sfila il guantino di pizzo nero per scoprire la mano “maciullata” ed esclamare “Che bel sangue avete!“… forse di sangue si potrebbe definire la loro storia. Almeno per lei. Dietro scorrono foto di occhi, le muse sono fatte per essere guardate e non viste, re-inventate e re-interpretate da ogni artista o sedicente tale, ologrammi, ombre cinesi senza corpo o pensieri, prive del diritto di discostarsi dall’immagine che all’artista serve per creare, prive della facoltà di deludere, invecchiare, ingrassare, punite spietatamente se ciò accade, meglio se più stupide o ignoranti del loro creatore, non possono avere un mal di denti, figuriamoci un male della mente. Dora segue Picasso, in un amore che sfiora l’abnegazione, (ma allora è amore?), lui le suggerisce di darsi alla pittura, lasciando la fotografia, “lo infastidivano le mie immagini”, tranciando ab origine ogni possibile competizione. Cocteau la dipinge con uno sfondo di sbarre, Picasso lo sostituisce con un fondale nero. (“ancora più triste, ancora più angosciante”), la ritrae come un cane devoto e fedele. Ginestra Paladino ci fa partecipi della morte della madre, vissuta al telefono, lo schianto del cranio sul pavimento, quel rumore sordo che la lacera, la strappa da sé. È lecito ad una musa soffrire? Non sappiamo. Dora si accuccia per fotografare, seminascosta, il Genio che dipinge Guernica, in cui lei sarà una figura schiacciata, urlante, maciullata. Quando Dora non è più musa, ma un fastidio da risolvere, Picasso la manda in Provenza, sola, al contrario delle altre amanti non gli ha dato un figlio. Per lui si profilano giorni lieti e fecondi d’arte con una donna più giovane e bella. L’Attrice narra del suo romitaggio, della solitudine, della visita di Pablo con la nuova compagna ( un’altra musa?), e trasforma una crisi psicotica in una marachella fanciullesca (“sì, lo feci, mi nascosi sotto il loro letto durante la siesta e sentii tutto”, “mi nascosi sotto il tavolo come un cane, e, come un cane, le morsi una caviglia”).  Dora viene ricoverata, sparisce dal mondo, l’attrice lo esprime con un gesto potente, si copre il volto con un velo nero. Una musa non necessita di com-prensione. O di com-passione. Lo spettacolo , alla prima, finisce tra applausi scroscianti, pubblico in piedi e protagonisti commossi. La Storia ci riferisce che la fragile Dora visse fino a novanta anni, l’unica delle donne di Picasso a non morire  suicida e che questi conservò fino alla fine il guantino di pizzo nero imbrattato di sangue. Come feticcio? Come ricordo? Poco di più misterioso e insondabile del cuore umano. Una musa può anche essere amata. Forse.

con Ginestra Paladino
progetto a cura di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
parole di Fabrizio Sinisi
musiche originali Carlo Boccadoro
scene e costumi Erika Carretta
regia Francesco Frongia
produzione Teatro Filodrammatici di Milano
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

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