Francesco De Gregori: “Viva l’Italia” (1979) – di Francesco Picca

Qualche giorno fa, esercitando la pratica più cara alla generazione 4.0, ovvero il cazzeggio sui social, ho scambiato insieme a un altro utente alcune riflessioni sugli anni ruggenti nella Milano dei primi anni 90. Ricordavamo come tutto il “modello Paese” fosse ormai, da più di un lustro, modellato e tarato su quel format sociale e politico disegnato dalla TV generalista del “biscione”. Il “concept” stesso dell’Italia non riusciva più a smarcarsi da una generazione di yuppies, di nerds e di paninari con accento marcatamente meneghino che si esprimevano attraverso luoghi comuni e tormentoni; una moltitudine di chiassose scimmiette che avevano preso a gomitate i padri e i fratelli maggiori, vale a dire coloro che, al massimo, avevano dovuto sopravvivere all’ipnotica sigla del Carosello. Si respirava, in ogni anfratto e a pieni polmoni, quell’aria fresca di apparente benessere che, in realtà, era poco più che un’euforica illusione, la stessa che ti prende quando arrivi con le bombole a quota quattromila e sei in iperossigenazione.
A ricondurci tutti a una misura più plausibile di quale fosse la realtà ci pensò la vocina pigolante di un imberbe Paolo Brosio, appollaiato sullo spartitraffico davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, in perenne e stoico collegamento con lo studio del notiziario Mediaset condotto da Emilio Fede. Per anni, non saprei dire nemmeno quanti, sono stati loro il nostro nuovo tormentone. Quella coppia surreale di teatranti dell’informazione, stagione dopo stagione ha scandito le nostre giornate. La cadenza era data in maniera implacabile dai cazziatoni che l’inviperito Fede riservava al suo giovane inviato, dall’elenco degli inquisiti che si allungava ogni ora, da quel “pendere” noi tutti in modo inconsapevole dalle immagini del pool “manipulite” che sfilava per i corridoi, tra due ali di giornalisti, con la chioma sessantottina di Gherardo Colombo e il faccione rustico di Antonio Di Pietro sempre pronti ad ammonirci e a ricordarci che la giustizia arriva ovunque, anche nelle segrete più segrete del “Palazzo”.
Ci siam ritrovati, quindi, a processare noi stessi, attraverso l’idioma del buon Di Pietro, tanto simile a quello di gran parte degli operai e dei braccianti derubati dal “sistema”, cosi familiarmente rassicurante, ideale per raccogliere quella storica delega del riscatto e della rivalsa sociale ormai da troppo tempo lasciata ingiallire sulla scrivania di un sindacalista e di un politicante affaccendati in ben altre occupazioni. Ebbene sì, ci siam ritrovati a processar noi stessi, ingranaggio funzionale a quello stesso “sistema” da cui ci affannavamo a prender le distanze, ma che in cuor nostro rincorrevamo perché ci dava lavoro e prestigio internazionale, perché drogava le nostre aspirazioni elevando l’asticella sin dove mai avevamo pensato di arrivare. Ovviamente, il fatto che quel modus operandi ci abbia indebitati per tre generazioni e che ci resterà agganciato alle caviglie per molto tempo ancora, lo derubrichiamo ancora oggi ad una sorta di iattura, mettendo in atto con assoluta perizia e maestria quella pratica autoassolutoria che consente di riaccreditarci a giorni alterni.
Se dovessi limitare alle dita di una mano i passaggi chiave di quella parentesi di apparente e illusorio moto di giustizia e di lavaggio dei panni sporchi di famiglia rigorosamente senza sapone, non avrei alcun dubbio nel fissare alcuni numeri e alcune istantanee: le cifre impronunciabili del giro di tangenti; le immagini del funerale di Raul Gardini; la deposizione in aula di Bettino Craxi che, con voce serafica e pause lancinanti, anticipando persino le domande del Tonino nazionale, ci prendeva paternamente a schiaffi raccontando in maniera un po’ canzonatoria la nuda e lampante verità. Quella verità che non è stata mai approfondita del tutto, anche perché gran parte del Paese aveva ormai esaurito la propria sete di vendetta fermandosi alle richieste di rinvio a giudizio e lanciando qualche monetina davanti all’Hotel Raphael. Poi, con assoluta leggiadria, la stessa folla inferocita ha firmato un pacco di deleghe in bianco per portare Giorgio Napolitano ad abitare le stanze del Quirinale; non subito però. La salita al Colle del leader dei “miglioristimeneghini del Partito Comunista Italiano, tirato inutilmente in causa dal loquace Bettino, è stata diluita e differita dando precedenza ai mandati del dossierista Francesco Cossiga, del liturgico Oscar Luigi Scalfaro e del governatore dei banchieri Carlo Azeglio Ciampi.
La tradizione socialista della mia famiglia, sia da parte di padre che di madre, mi aveva portato nei primissimi anni 80 in una piazza di Bari per assistere a un comizio di Craxi. Ero poco più che bambino ma di quella serata ricordo perfettamente due cose: l’odore dei garofani e la musica del brano Viva l’Italia di Francesco De Gregori, contenuto nell’omonimo album pubblicato nel 1979 per la RCA Italiana. Qualche anno più tardi ho meglio compreso il senso delle parole di un testo che, ancora oggi, rappresenta la colonna sonora delle kermesse di ciò che resta del Partito Socialista Italiano. Di quelle parole ho colto la scarna e amara verità, perché ancora oggi questa canzone viviseziona noi e la nostra dimora malmessa, e lo fa in modo impietoso, pesando e misurando la nostra inconsistenza rispetto a una storia che ci travolge in modo sistematico e rispetto alla quale confidiamo unicamente nella nostra capacità di rialzarci sempre e comunque, nonché nella nostra memoria fallace che è in grado di lavare con leggerezza qualunque onta.
Una capacità, quella di ripartire dalle macerie, geneticamente intrinseca alle generazioni passate, quelle votate al sacrificio e propense al risparmio, abituate alla cinghia stretta e al desiderio che resta tale. Attitudine che dubito possa esprimere la società contemporanea, strozzata dai propri limiti e bloccata da un senso di cronica inadeguatezza malcelato con un trucco pesante e sbavato. Le parole di De Gregori, le ultime del testo, sono le uniche che rimandano a una tradizione che spero non sia solo una speranza. Si appellano alla capacità di resistere, alla forza di resistere soprattutto a noi stessi, alla sola virtù che potrà farci scollinare. Intanto però la salita è ripida, i tornanti si susseguono e la cima non si vede; ma quella è un’altra canzone.

Viva l’Italia / L’Italia liberata / L’Italia del valzer e l’Italia del caffè
L’Italia derubata e colpita al cuore / Viva l’Italia / L’Italia che non muore
Viva l’Italia presa a tradimento / L’Italia assassinata dai giornali e dal cemento
L’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura / Viva l’Italia, l’Italia che non ha paura
Viva l’Italia / L’Italia che è in mezzo al mare / L’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare
L’Italia metà giardino e metà galera / Viva l’Italia / L’Italia tutta intera / Viva l’Italia
L’Italia che lavora / L’Italia che si dispera e l’Italia che s’innamora
L’Italia metà dovere e metà fortuna / Viva l’Italia / L’Italia sulla luna / Viva l’Italia
L’Italia del 12 dicembre / L’Italia con le bandiere / L’Italia nuda come sempre
L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste / Viva l’Italia / L’Italia che resiste.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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