Francesco De Gregori: “Sulla strada” (2012) – di Bruno Santini

Il diciannovesimo album in studio di Francesco De Gregori si presenta con un titolo che, sicuramente, nella cultura popolare, non è passato inosservato: “Sulla Strada” (2012) non può essere che un nobile riferimento a quell’On The Road di Jack Kerouac che fu pubblicato, illo tempore, nel 1957. In effetti è lo stesso cantautore romano a chiarire la natura di questa scelta, dal momento che solo negli ultimi tempi ha avuto il piacere di poter leggere il celebre romanzo dello scrittore e poeta statunitense. L’album è stato pubblicato il 20 novembre del 2012 dalla Caravan e dalla Edel Music, e vede la collaborazione, tra gli altri, di Nicola Piovani (per l’arrangiamento di Guarda che non sono io e Passo d’uomo) e Malika Ayane (seconda voce in Omero al Cantagiro e Ragazza del ’95). Una seconda pubblicazione (limitata a sole 5000 copie) c’è stata, invece, nel 28 maggio del 2013; all’interno, di queste stesse due tracce, Showtime e Guarda che non sono io, sono presenti versioni differenti come bonus tracks. Piuttosto che presentare l’album attraverso una track-by-track, procedura talvolta troppo snaturante per i brani, che necessiterebbero di un approfondimento, se non migliore, quantomeno più specifico su alcuni punti, preferiamo in questo caso soffermarci su tre pezzi (dei nove totali) dell’album: Sulla Strada, Belle Epoque e Ragazza del ’95, con Malika Ayane.
Per quanto riguarda Sulla Strada, l’intento del cantautore romano di dare una spinta importante e netta all’album stesso è più che ben riuscita: il pezzo certamente non è memorabile, specie se rapportato ai baluardi dell’album più “impegnati” e profondi nel loro significato… ma certamente non è una canzone che passa inosservata, per due ragioni: per la prima, va guardata direttamente la struttura di un album, secondo la quale (a nostro modo di vedere) introdurre è la cosa che appare più complicata e meschina per un artista. Insomma, si potrebbe dire, basta piazzarci lì il miglior pezzo e il gioco è fatto. Non sempre è così: anche bilanciare la forza emotiva dei pezzi all’interno di un album è un fattore che dà pregio all’incisione; è questo un concetto che Ivano Fossati ha capito molto bene: basti pensare a “L’Arcangelo” (2006), ad esempio, all’interno del quale Fossati separa Il Battito e Baci e saluti (due pezzi importantissimi nella sua produzione), con La cinese, brano certamente non da sottovalutare, ma pregno di quella carica musicale che tende ad alleggerire l’animo dell’ascoltatore. Alla fin fine, fare musica è anche rapportarsi ad un pubblico che tende l’orecchio all’altrui musica, aspettandosi (nella maggior parte dei casi) un prodotto ben riuscito… ed è un fattore che De Gregori ha ben inteso nel corso degli anni, cambiando il suo atteggiamento anche sui palchi.
Torniamo però alla natura di Sulla Strada: una gran bella introduzione, resa dall’incessante avvio delle chitarre che scandiscono un ritmo costante e veloce lungo tutta la durata del pezzo, per poi finire in solitaria, quasi a necessità di voler strafare negli attimi finali. Nulla è troppo esagerato, il pezzo è bello e orecchiabile, il significato certo non viene meno ed è facile da intendersi per qualunque orecchio più o meno esperto. Andiamo, adesso, a Belle Epoque. Tutto ciò che abbiamo precedentemente sottolineato per la title track dell’album qui si annulla, per dar spazio a un momento intimo, commosso, di De Gregori. Gli strumenti sono il semplice sottofondo scenico che determina un ritmo, seppur lento, costante… ma la chiave, in questo caso, è De Gregori stesso. Il pezzo è memorabile, secondo il nostro modo di vedere il più significativo dell’intero album (eppure di brani importanti ce ne sono) e la voce del cantautore pure: una voce quasi flebile nei ritornelli, sussurrati e detti dolcemente; dura, invece, martellante nello scandire “van le troie illuminando”.
Belle Epoque è una ballata a tratti borghese, che esalta il lustro degli anni e degli amori falliti. Di amori, De Gregori ne ha parlato spesso, e non è da meno neanche in “Sulla strada”. Abile è la mossa di servirsi di voci femminili alla fine del pezzo (non è ancora già domani / ma non è nemmeno ieri”) che lacerano, squarciando, quel velo dell’ascolto passivo, inducendo a forza, pur se in ultima battuta, l’ascoltatore a prestare attenzione a quelle ultime, ennesime, parole. L’ultimo brano oggetto della nostra attenzione è, invece, Ragazza del ’95. Una ragazza classe 1995 che prende il volo per chissà dove, consapevole che la strada non sarà mai in discesa eppure speranzosa. Il “Ministero della Speranza” è questa stessa rappresentazione metaforica. A questo proposito, siccome la canzone non si occupa soltanto di parlare di una giovane ma di affrontare il più ben ampio contesto di una generazione carica di rabbia e sull’orlo di una crisi di nervi, lo stesso De Gregori ha sottolineato: “Non amo quando i giovani vengono definiti come una categoria, perché non lo sono. Però dico una cosa: ci vuole l’ottimismo della volontà e i ragazzi che reclamano dei diritti oggi devono sapere che hanno anche dei doveri verso il futuro, loro e di questo Paese.” È un’idea particolare, e allo stesso tempo pericolosa, del futuro che attende la giovane generazione. Una generazione che, lo sottolinea, è conscia dei propri doveri, eppure non li rispetta. Un futuro allora scanzonato, a un aeroporto dove permane la sola speranza di giungere chissà dove, chissà quando. Chissà come. Del resto, cosa importa, “oggi è un giorno perfetto per volare”.

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