Francesco De Gregori: “Miramare 19-04-1989” (1989) – di Valeria La Rocca

Arriva sempre il momento in cui sai che dovrai scavarti dentro per trovare un appiglio, una parola, una vocale che dia suono a consonanti sparse e frammentate, lasciate lì mute ad aspettare che tu le metta in ordine in pensieri, parole e opere… ma senza nessuna omissione. Questo ti lascia in bocca “Miramare 19-04-1989” (Sony Music Entertainment 1989) che doveva uscire il 4 aprile (compleanno del cantautore) del 1989, anno della caduta del muro di Berlino ma che, per motivi tecnici, slittò al 19 completando il titolo dell’album. Un disco di cronaca strettamente legato al periodo storico in cui è uscito e che, nelle intenzioni di De Gregori, aveva il preciso intento di registrare il principio di un’epoca che stava nascendo. Una dichiarazione di intenti chiara e profetica che, a distanza di trent’anni, ha cambiato i nomi degli attori ma non la sostanza delle cose. Ecco che quando sei passato attraverso le nove tracce del disco e riprendi fiato, proprio sull’ultimo accordo in maggiore, sinfonico, maestoso immenso come la luce, rimani seduto sulla cima del bosco che si è ripreso lentamente le case. Puoi restare attonito a guardare la Natura che riprende a respirare. Greggi sparse sulla gobba della montagna e pastori abbandonati. Aerei fermi sotto la Luna. Questa è l’Utopia di Francesco De Gregori. Che tutto ritorni al suo posto perché qualcuno ha ascoltato la profezia e ha cambiato il corso degli eventi programmati dall’uomo nella “stanza dei bottoni”. Ecco che se sei passato in mezzo a tutte le canzoni di questo disco profetico e sei riuscito a farti penetrare i timpani da ogni arpeggio e parola, allora puoi fermarti a leggere la Lettera da un cosmodromo messicano e non ti stupirai nemmeno più di un titolo così criptico. È in momenti come questi che vorrei essere in grado di pigiare tasti neri e bianchi o corde di chitarra come batto le dita sui tasti della mia tastiera. Come si fa a spiegare con parole ciò che le parole di Francesco De Gregori riescono a soffiare sull’anima sorrette dalla melodia? Neanche lui stesso ci riesce e infatti tace. Ciò che più stride ai più, durante i suoi concerti, è il suo essere muto di parole parlate. Nessuna didascalia a margine di ogni canzone. Arriva coi suoi occhiali scuri e la sua barba rossa e canta. Con ritmi sincopati e sillabe serrate come in un rap arcaico in cui ogni parola ha un peso equilibrato, tessere disgiunte eppure interconnesse come un domino. La voce morbida parla alle tue viscere e non gli serve altro. Nel 1989, ben trent’anni fa, ci pensate! racconta di reti recuperate dai pescatori che umiliati si ritirarono sulla montagna perché dal mare non viene più su il pesce ma la spazzatura. Anche la montagna brucia perché qualcuno lucra sul fuoco e sulla ricostruzione e altri fanno segno di tacere fino a veder bruciare la foresta. La scienza tace gli esiti di una spremitura dissennata della terra perché più alti e immediati sono i guadagni frutto del silenzio. Ma il principe si è tuffato in un campo di pallone, il cuore libero di volare da un palo all’altro e da un punto all’altro di un amore, attraverso le notti all’Hotel Mira Mare in cui è rimasto il suo nome. È un viaggio questo disco, e De Gregori è l’apripista di una carovana di naufraghi che si ostinano a cercare ancora ciò che brucia sotto il fumo, di ciò che ci danno da vedere (Cose). Lui, come il pifferaio magico sogna di attirare a sé 300.000.000 di topi, sudici topi ludici, che fanno tana nel tronco degli alberi, dentro il nostro giardino. Una umanità di topi di ogni colore che cuce vestiti da sposa per nozze di piombo, celebrate da una Chiesa silente che spinge in fondo i chiodi ed è sorda. Mi è costata fatica sollevare gli occhi dalla foto di copertina, in cui i suoi occhi tondi e tristi parlano ai miei da quel lontano anno in cui, senza alcun sospetto che tutto ciò stesse avvenendo, l’Italia del Dr. Doberman, medico abortista in privato e obiettore nel pubblico, serve Carne di pappagallo ai servi del padrone che apparecchiano per banchettare con le ceneri di una coscienza collettiva che non c’è più. I professori dell’altro ieri stanno affrettandosi a cambiare altare…hanno indossato le nuove maschere e ricominciano a respirare” (Bambini venite parvulos) e “la radio ci fa ballare, ci manda musica da mangiare, la sera scende come un’emergenza sulla città. Che senso hanno oggi i cantautori con le loro parole miscelate alla musica come un’alchimia che cura l’anima e che fa pensare? Non vogliamo più pensare, ci hanno convinti fin da bambini che “non c’è calcolo, nessun senso dentro questa paralisi, gli elementi a disposizione non consentono alcuna analisi” (Pentathlon). Erano gli anni in cui dai cartoni animati e dalle ragazzine in gonnelline da Lolita emergevano mefitici bisogni che non avevamo e con i quali siamo cresciuti, convinti che l’apparire fosse la sostanza e che un sorriso su una faccia di plastica fosse in grado di convincerci che va tutto bene e che il nemico è fuori di qui, brutto e cattivo. Trent’anni di distrattori mediatici che oggi navigano ormai in 5G, mietendo alberi e coscienze e che ci rendono sordi e ciechi, ma felici.  “Tu non mi piaci nemmeno un poco, e grazie al cielo io non piaccio a te…ti puoi vestire come dice la moda, andare a spasso con chi vuoi. Ti puoi inventare una doppia vita per nascondere gli affari tuoi. Puoi buttarti sotto il treno oppure puoi salirci su. Puoi rubare per quarant’anni e fare in modo che nessuno ti scopra, ma il nodo della questione … è che non c’è niente da recriminare. Va tutto bene così com’è”. Si è fatto un gran parlare del mutismo snob di Francesco De Gregori ai concerti e dei suoi testi criptici e tuttavia ipnotici. Molti continuano a ripetere: “Non lo capisco fino in fondo ma mi piace, le sue canzoni mi entrano dentro e soffiano all’anima da dentro”. È vero la poesia si fa spazio dentro di noi e sussurra attraverso la musica… e non occorrono parole e didascalie per spiegare ciò che uno sguardo profetico sul mondo ci mostra. Ma cosa resta a chi si è ritrovato in mano l’oracolo del destino di un popolo? Nulla se non la solitudine di un Golgota, occhi bassi sulla chitarra dietro occhiali scuri e barba morbida su cui accarezzarsi per cullare i pensieri. È nell’ultimo assolo di armonica che puoi sentire chiara la voce del mare che emerge dalle reti dei pescatori come sirena ferita che richiama i naufraghi alla coscienza. Senza parole…dietro occhiali scuri.

1. Bambini venite parvulos. 2. Miramare. 3. Dr. Dobermann. 4. Cose. 5. Penthatlon.
6. 300.000.000 di topi. 7. Vento dal nulla. 8. Carne di pappagallo.
9. Lettera da un cosmodromo messicano.

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