Francesco Bianconi: “Forever” (2020) – di Ignazio Gulotta

Difficile esprimersi serenamente su un artista e un disco che sta dividendo in modo così ferocemente polemico le opposte fazioni dei detrattori e degli estimatori e certo, il personaggio che il leader dei Baustelle si è cucito addosso non aiuta a valutare la sua opera esclusivamente per quello che è, cioè un disco di canzoni pop. Nell’alternativa fra capolavoro e immondizia allora diventa davvero arduo trovare un modo equilibrato di valutare questo primo disco solista di Francesco Bianconi riuscendo in qualche modo, a prescindere dalla personalità e dagli atteggiamenti del suo autore e valutando invece la riuscita artistica dell’opera. In ogni caso, piaccia o meno, “Forever” (Ponderosa/BMG 2020) ha tutte le credenziali per rappresentare un evento nel mondo ristretto dell’indie italiano. per realizzarlo Bianconi ha fatto le cose per bene, ha scelto gli studi Real World di Bath per registrarlo, ha chiamato alla produzione Amedeo Pace dei grandi Blonde Redhead che ha svolto egregiamente il suo compito confezionando un’opera di grande pulizia ed eleganza. Per le musiche si è affidato agli archi del Balanescu Quartet, al pianoforte di Thomas Bartlett e Michele Fedrigotti e al polistrumentista Enrico Gabrielli di Calibro 35 e Winstons.
Gli arrangiamenti minimali ed essenziali, del tutto privi di sezione ritmica, sono una scelta coraggiosa e rischiosa, soprattutto per chi si aspettava un disco sulla scia dei Baustelle, ma Bianconi ha scelto la via della semplicità, della scarnificazione del suono, mettendo al centro la voce e la comprensione del testo, realizzando così un album di cantautorato. Operazione riuscita? Sì e no, non tutte le canzoni “bucano lo schermo” e capita di cadere nel calligrafismo e nel manierismo, perché se canzoni come Il bene o Certi Uomini, indipendentemente dal giudizio che se ne può dare, sicuramente ti coinvolgono immediatamente e hanno certamente delle cose da dire sia dal punto di vista musicale che dei testi, in altri casi l’ispirazione viene a mancare e il ricorso ai duetti con altri bravissimi cantanti stranieri salva in parte canzoni complessivamente deboli, oltre a risparmiarci la fatica di ascoltare per un intero disco la voce a volte affaticante di Bianconi.
Si inizia con l’esistenzialismo e i rimandi allo stile di De André de Il bene, chiuso fra una cupa visione del presente («mentre penso a quanto inutile sia diventato parlare ancora di umana comunità») e il desiderio di fuga («e allora andiamo via e poi gridiamolo a qualcuno che staremo sempre insieme»), la canzone dimostra la capacità di scrittura del Nostro, con versi di indubbia efficacia come questo: «però anche Schopenhauer scrisse di felicità». Segue L’Abisso, il cui testo potrà essere giudicato come sterile esercizio narcisistico dai detrattori, ma anche e non senza ragioni come la confessione di un artista scisso fra la finzione e l’arrivismo e il rischio di precipitare nell’abisso della sincerità. Tema che ritorna nella canzone che più ha fatto parlare di sé: in Certi Uomini vibra la polemica verso i discografici e i cantanti che pensano solo ad apparire, ma è anche la canzone che più ha diviso ed è anche il brano che più si avvicina allo stile Baustelle, melodia azzeccata che ti cattura al primo ascolto, testo che non disdegna il colpo di teatro, in questo caso il continuo riferimento all’organo genitale femminile, vista come nel quadro di Courbet come inizio e fine di tutto, certo può risultare eccessivo, magari irritante, ma la canzone non c’è dubbio che funzioni e confermi la capacità dell’autore di scrivere canzoni pop non banali e poco convenzionali.
Ma purtroppo non sempre le cose funzionano pienamente, in particolare nei duetti, pur con artisti formidabili, non accendono la scintilla, così Andante, oltre a lodare un bravissimo Rufus Wainwright nel cantare anche nella nostra lingua, risulta zuccherosa nelle parti cantate da Bianconi e manca di vivacità. Convince poco anche The Strenght, cantata in inglese in coppia con Eleanor Friedberger: una canzone pop convenzionale più da musical mieloso che adatta a un disco con pretese cantautorali. Va un po’ meglio con Fàika Llìl Wnhàr: qui Bianconi si spinge lungo le coste del Maghreb, affidandosi al canto melodioso della marocchina Hindi Zahra. Il risultato è gradevole, malinconico come un fado, ma la più riuscita è a mio parere Go!, a cui una strepitosa Kazu Makino imprime un andamento nervoso e palpitante, anche se risulta un corpo estraneo all’interno del disco. In definitiva più un sì e no, che un deciso sì o un deciso no.

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