Foo Fighters: “Echoes, Silence, Patience & Grace” (2007) – di Flavia Giunta

Se dovessimo indicare una band la cui carriera artistica non ha mai perso un colpo, snodandosi dall’epoca della fine del grunge fino agli ultimi anni di vacuità della scena del rock e sapendo regalare, in ciascuno dei nove album in studio, delle perle musicali di qualità, questa band sarebbe di sicuro rappresentata dai Foo Fighters. Il buon Dave Grohl ha infatti saputo fare tesoro della sua esperienza con i Nirvana, e nel corso degli anni sono emerse le sue numerose capacità: cantante, chitarrista, batterista, ha partecipato a numerosi progetti e ha collaborato con tanti altri gruppi musicali al di fuori dei “suoi” Foo Fighters. La sua personalissima impronta, che si può notare in tutti i prodotti del gruppo, ha arricchito la scena dell’alternative rock di dischi che più di altri mostrano una godibile commistione tra potenza e dolcezza, tra energia e riflessione, tra frastuono e ballads. Uno di questi è proprio “Echoes, Silence, Patience & Grace”, che è stato insignito nel 2008 del Grammy Award come “Miglior album rock, nonché “Miglior interpretazione hard rock” riferito alla canzone The Pretender. Il disco si rifà in molti modi al secondo album del gruppo, “The Colour and the Shape” del 1997, il che è dovuto probabilmente alla scelta del produttore, tale Gil Norton che curò anche quel lavoro dieci anni prima. Da qui però la band si muove verso una direzione più sperimentale, allontanandosi in alcune tracce dalla ben battuta strada dell’hard rock per tentare approcci più innovativi: è il caso, ad esempio, di The Ballad of the Beaconsfield Miners, un divertente bluegrass strumentale dedicato a due minatori che, rimasti bloccati in una miniera per una settimana, domandarono un iPod con le canzoni dei Foo Fighters nell’attesa dei soccorsi. Un’altra “sorpresa” fra le tracce è Statues, costruita attorno al pianoforte e a delle chitarre quasi vintage, nella quale Grohl canta in modo totalmente inedito e macchiettistico ricordando il Paul McCartney degli anni d’oro degli Scarafaggi. Per il resto, l’album può considerarsi perfettamente in linea con lo stile dei Foo Fighters, seppure ulteriormente raffinato e impreziosito da idee intelligenti. La traccia di apertura, The Pretender, è uno dei singoli più riusciti del gruppo, nonché forse il più conosciuto a livello internazionale. Il brano inizia con voce quasi sussurrata, accompagnata da un arpeggio di chitarra elettrica che fa presagire l’arrivo di qualcosa di grandioso, e non viene smentito: a poco a poco si inseriscono gli altri elementi sonori fino ad arrivare ad un crescendo scatenato e catartico, al cui apice il frontman urlante dichiara: “E se dicessi che non sono come gli altri? E se dicessi che non sono semplicemente un’altra delle tue commedie?”. A contribuire al successo della canzone è stato anche il video musicale, raffigurante la band mentre suona su un palcoscenico di una stanza bianca e vuota; nel momento clou del brano, il complesso viene attaccato da alcuni uomini in divisa dal volto coperto, ma si difende con delle enormi esplosioni di colore scatenate dalla sola forza della propria musica. Altra perla che spicca in questa variegata collana è il secondo singolo estratto, Long Road To Ruin, un pop-rock da antologia, correlato anch’esso dal video di rito con Grohl in costumi anni 80 che parodizza la vita dissoluta delle rock star. Si potrebbe definire come il motivetto che più facilmente rimane in mente, fra quelli dell’intero album, grazie alla voce glam e all’incedere movimentato. Il dualismo “inizio lento-finale potente” viene particolarmente sviluppato in altre tre tracce: Come Alive, But, Honestly e Let It Die. Tutte abbastanza simili fra loro, ma non per questo meno piacevoli. Let It Die, in particolare, rappresenta una delle poche testimonianze musicali – un’altra è Friend of a Friend, del disco precedente – del rapporto fra Dave Grohl e Kurt Cobain, e di ciò che il frontman ha provato con la sua perdita. La vena punk-rock senza inserimenti acustici pervade pezzi come Erase/Replace, teso e inquieto, e Cheer Up, Boys (Your Make Up Is Running), più spensierato e meno impegnativo. Anche Summer’s End sembra muoversi nella stessa direzione, solo leggermente più malinconica e radiofonica. Stranger Things Have Happened rappresenta invece la vetta delle performances acustiche del disco: intensa, tormentata, è retta esclusivamente dalla voce e dalla chitarra che, a metà canzone, si prodiga in un bell’assolo. Menzione a parte va fatta per la chiusura dell’album, Home. Si tratta di una peculiare ballad, con soli voce e pianoforte, molto triste, lenta e dal bel testo (da cui è tratto anche il titolo del disco stesso), ma che sembrerebbe fuori posto in un qualsiasi altro lavoro dei Foo Fighters; una sperimentazione valida ma in seguito accantonata. Nell’edizione di iTunes di “Echoes, Silence, Patience & Grace” è presente, sotto forma di bonus track, una demo interessante: Once & for All, dall’andamento speranzoso e accattivante, che sembra anticipare l’inedita Wheels che sarà inserita nel “Greatest Hits”. La valutazione complessiva del disco non può che essere positiva. Non è necessario essere cresciuti con la cultura del post-grunge, o comunque con la musica dei Foo Fighters, per apprezzare “Echoes, Silence, Patience & Grace”; giudizi soggettivi a parte, questo è senza dubbio un album che non può mancare nella collezione di chi ama il rock in tutte le sue forme, e pensa che la musica contemporanea abbia ancora qualcosa di valido da offrire.

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