Fontaines D.C.: “Dogrel” (2019) di Natale Biondo

The Murder CapitalJust Mustard, Silverbacks, Fontaines D.C. sono i nomi delle band che maggiormente contribuiscono ad alimentare quella che puo’ essere definita la nuova scena post punk irlandese. Uno dei frutti più succosi di questo sommovimento è “Dogrel” (Partisan Records 2019), l’album di debutto dei Fontaines D.C. (D.C. sta per Dublin City) quintetto composto da Grian Chatten alla voce, Carlos O’Connell e Conor Curley alle chitarre, Tom Coll alle percussioni e Conor Deegan al basso. Il New Musical Express, che certamente oggi è una brutta e sbiadita copia di ciò che è stato in passato, ha definito i cinque dubliners punk surrealisti che fanno da colonna sonora ad una generazione ansiosa. I Fontaines D.C., al contrario, hanno creato una grande aspettativa tra il pubblico e la critica irlandesi, tanto che il leggendario ex redattore di Rolling Stone, David Fricke, li ha elogiati per le loro live performances. In UK la Rough Trade ha inserito “Dogrel” tra i dischi dell’anno che sta per finire. Grian Chatten e compagni sono autori di un pop alternativo basato essenzialmente sull’ipnotico suono del basso e sulla forza dirompente delle chitarre, su cui si staglia la voce geometrica e nitida di Grian, autore di testi profondi che tanto hanno a che fare con i nostri tempi.
In Big, brano d’apertura, Chatten canta Dublin in the rain is mine A pregnant city with a catholic mind Starch those sheets for the birdhouse jail All mescalined when the past is stale, pale… Slick little boy with a mind of Ritz Pulling that thread for the next big fix, this…My childhood was small But I’m gonna be big”. La dura realtà è che la generazione dei Fontaines D.C. è alla deriva in un parco giochi iper-capitalista di affitti esorbitanti e livelli vergognosi di senzatetto, governata da una élite politica cronicamente asservita al vero potere: quello del denaro.
“Dogrel” attinge al ricco umorismo e al carattere di Dublino: sono tanti i riferimenti alla vita, all’arte e alla cultura della capitale irlandese, con testi come Boys in the Better Land (“You’re not alive until you start kicking / When the room is spinning and the words ain’t sticking / And the radio is all about a run away model / With a face like sin and a heart like a James Joyce novel / Saying / Sister, sister, how I missed ya, missed ya / Let’s go wrist to wrist and take the skin off of my blister / If you’re a Rock Star, Porn Star, Superstar / Doesn’t matter what you are, get yourself a good car, get outta here”) o Dublin City Sky (“I was down the bottom half of some old bar in Chinatown / Me shoes had brought the rain and soaked the space for lookin’ down / As drunk as love is lethal, I spun a lady ‘round / And I kissed her ‘neath the waking of a Dublin City sky”). The Lotts è la song in cui il quintetto di dublino tocca l’apice della intensità lirica e della perfezione stilistica. Questo disco è un esordio aggressivo – in certi momenti brutale – che vuole rivendicare l’essenza e l’anima di Dublino, cosa in cui riesce egregiamente.

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