Fofoulah: “Daega Rek” (2018) – di Ignazio Gulotta

I Fofoulah rappresentano, sia nell’organico che nella strumentazione, oltreché ovviamente nell’attitudine e nella loro musica, una delle strade più importanti e feconde che la musica contemporanea ha intrapreso in questi anni in diversi angoli del globo: la capacità di mescolare influenze e generi diversi, di far convivere elementi tradizionali e futuristici, sperimentare le potenzialità espressive dell’elettronica che assume così un ruolo fondamentale, in grado non solo di attualizzare suoni di antica provenienza, nel caso dei Fofoulah percussioni come il sabar o il canto in lingua wolof, ma di dare una dimensione radicale e urbana a musiche di antica origine tribale. I Fofoulah sono una band afro-inglese di base a Londra composto da Kaw Secka, gambiano al tamburo sabar e alla voce, e dal produttore Tom Challenger alle tastiere e al sax. A loro si uniscono il batterista Dave Smith, il chitarrista Phil Stevenson e il bassista Johny Brierley. Challenger è poi intervenuto sulle registrazioni avvenute presso i Real World Studios inserendo sia i suoni elettronici, sia registrazioni della band opportunamente manipolate, sia vari campionamenti. Il risultato è un disco di grande impatto sonoro ed emotivo, con in primo piano l’urgenza comunicativa del canto convulso di Kaw Secka, in gran parte improvvisato, uno stile che unisce le radici tribali al sound metropolitano dell’hip hop. qualcosa di simile a quel che fanno i sudafricani BCUC o i congolesi KoKoKo!. Merito nella riuscita di “Daega Rek” (Glitterbeat Records 2018) è la capacità di unire i ritmi afro delle percussioni, i suoni profondi e dub del basso, la vitalità espressiva dell’improvvisazione Jazz e le incursioni elettroniche creando un universo sonoro futurista da incubo distopico. Un breve inizio dominato da un’elettronica inquieta e rarefatta ci introduce alla prima canzone, Ndanane, esemplare del loro personalissimo stile, qui i ritmi frenetici e sincopati delle percussioni, la voce profonda, evocativa e irrequieta, fra rap e spasmodico spoken words, e un tappeto sonoro frammentato e rumoroso ci proiettano in un universo urbano convulso e agitato da sotterranei turbamenti. In Seye il sabar, col suo suono cupo, evocativo, profondo diventa sempre più il protagonista della musica dei Fofoulah, ancor più sincopato il ritmo nella title track: sparisce ogni traccia di armonia, il suono è secco, la voce più che cantare sembra sfogarsi rabbiosamente, il testo è una riflessione sulla verità. Si prosegue con Njte dai suoni industrial che si dilatano poi nel dub, con la palpitante Chebou Jane, con il minimalismo rumorista e beffardo di Knicki, con la furia antiliberista di Kaddy, dedicata all’incendio della Grenfell Tower di Londra in cui morirono 72 persone, fra rutilanti percussioni e ritmi dub, chiude Pulo, che ci fa naufragare dentro un incubo elettronico. “Daega Rek” dimostra l’ottimo cammino artistico della band che rispetto all’esordio di quattro anni fa si mostra decisamente maturata, in grado di produrre un sound molto personale e complesso, accentuando da un lato il carattere tribale (il canto di Kaw Secka è sempre più libero dagli stilemi dell’hip hop e guarda più profondamente alle radici afro), e dall’altro rendendo sempre più importante l’apporto dell’elettronica e della fase di missaggio e produzione.

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