Fluxus: manifesto di rabbia – di Lorenzo Scala

Nel 1998 esce in allegato con “il Manifesto” un album autoprodotto destinato a lasciare un segno indelebile tra gli amanti del Rock Italiano. Un muro di suono compatto e devastante, una furia epilettica simile a quella dei Death Kennedys, mescolata a venature noise e metal. Siamo Parlando dei Fluxus, band torinese con all’attivo quattro album, di cui l’ultimo intitolato semplicemente “Fluxus”, risalente al 2002, dalle sonorità molto più morbide e un approccio maggiormente cantautoriale (basti pensare alle collaborazioni messe in piedi  per immaginare il loro cambio di direzione in questo ultimo disco: Roi Paci e Mauro Teho Teardo,. ex componente dei Meathead). Il colosso retto da  furiose architetture sonore di cui stiamo parlando è però “Pura lana vergine”, ovvero il loro terzo Album. Franz Goria (voce, chitarra), Luca Pastore (chitarra, basso), Roberto Rabellino (batteria), mettono in piedi una sorta di circo dell’assurdo contemporaneo degli orrori e della passione, un marasma in cui confluiscono influenze letterarie insieme a certi anatemi della scuola punk più aggressiva, ovvero invettive contro il consumismo, l’autorità e la chiesa come istituzione. L’album si apre con la canzone, Uomo ghignante, ispirata da un racconto di J.D. Salinger su un “supereroe deforme e diverso, nemico del cinismo: uomo ghignante l’inizio di tutto, solo nel buio un lupo al suo fianco”. I testi di questo album sono particolari, come se la grammatica italiana fungesse da proiettore di immagini: a volte queste appaiono apparentemente slegate, riunite però sul tappeto degli arrangiamenti granitici, incarnano alla perfezione dei piccoli manifesti colti della cultura underground. Slanci sarcastici e intelligenti. La voce di Franz è  acida e cacofonica, tranne quando il suo registro vocale vira verso lidi più tenui, fino ad arrivare ad un recitato a fare da intermezzo alle urla. Un approccio al canto esasperato e al tempo stesso colmo di energia positiva, la violenza incanalata come terapia per ricordarci di essere vivi. Nel brano Classe troviamo un esperimento particolarmente riuscito, in cui la storia fa capolino attraverso vecchie registrazioni in una scuola elementare: la voce di un bambino racconta dei diversi trattamenti ricevuti dagli insegnati a seconda del ceto di provenienza. Qua e là nel corso dell’album spuntano ammiccamenti sonori, qualche sfumatura alla Helmet, echi di Smashing Pumpkins ma anche degli italici Scisma. Le urla e la rabbia lasciano spesso spazio all’introspezione, rendendola un elemento fondamentale della miscela “fluida”, come accade in Tutto da rifare, uno dei pezzi che contiene più melodia: Colore steso sopra alle cose che mi circondano ogni giorno. Colore pesante con cui è scritto il tuo nome e che non riesco a  cancellare. Labbra rosse di giovani mamme, tradimenti divertenti, telefono di zucchero filato, seni di gomma dimensioni innaturali, splendide mummie luccicanti e senza bende, plastiche facciali di vergini bionde, tutto da rifare, tutto da rifare. Vedo il fantasma della libertà che riempie il vuoto della vita a gesti senza senso che modificano il corso naturale del mondo.” Le cose che non vanno, che ci condizionano, che ci snaturano, questi gli obbiettivi da colpire a suon di note, inchiostro e urla, ma sempre con la consapevolezza che la speranza, se mantenuta viva tramite azioni concrete, rimane un baluardo da non sottovalutare, questo emerge dalla breve e tonica In un istante: “Tutto ciò che credi sia impossibile, tutto quello che non si realizza, che non può accadere, ieri come oggi, come domani, l’impossibile, il miraggio, l’utopia tutto questo accade in un istante.” E’ un vero peccato, non c’è che dire, un album di questo valore meritava più fama, più ascoltatori, più tutto. Nel settore e tra gli appassionati i giudizi artistici sono sempre al massimo, chi ha un certo orecchio abituato all’hardcore, ma anche a un rock più classico, difficilmente può rimanere indifferente di fronte un questo manifesto di rabbia, esistenzialismo, ironia feroce e rumore. Una cosa però ci conforta, una notizia che non ci aspettavamo e che ci ha colto con lo stesso stupore che si prova nel rivedere un vecchio amico che non si sente da molto tempo, in questo caso parliamo di quindici anni. I Fluxus sono tornati con il loro ultimo disco “Non si sa dove mettersi”, uscito grazie ad un operazione di crowdfunding che ha portato alla pubblicazione di soli trecento preziosi vinili.

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