Float: “Float” (2017) – di Capitan Delirio

Una barca fluttua placidamente sul pelo dell’acqua, appena scossa dal tremolio delle onde. Un raggio di sole si riflette sullo specchio liquido sprizzando flebili scintille di riflessi argentati. La barca dal legno scrostato sintonizza il ritmo del suo respiro con quello del mare. Un’immagine di pace assoluta. Se si restringe la prospettiva, si vede un uomo abbandonato sulla barca, come se stesse dormendo, sognando, in ogni caso giacendo, dondolato dai flutti. Se invece si allarga la prospettiva, si vede che quella barca è lì sola in mezzo al mare infinito e… di terra, di approdo, o di costa, non c’è traccia per miglia e miglia. Allora non sai più se quell’uomo sulla barca è un marinaio o un naufrago… Forse tutt’e due. Non sai più se quella pace è davvero pace. D’altronde il mare anche quando è calmo non ha requie. Parla le sue lingue, i suoi idiomi incomprensibili che sono l’unica vera fonte di conoscenza. Soltanto dal mare si può imparare davvero. Questo deserto liquido ti lascia solo come davanti all’universo e frantuma la solitudine perché freme di vita tutt’intorno. La lezione delle onde che misurano il tempo con il loro tempo diverso da tutti i tempi. Il senso dell’infinito che poi invece i limiti ce li ha ed è all’imbattersi con essi che nascono i maggiori tumulti, se non c’è tempesta o altri umori dettati dal vento… il mistero che si impadronisce dell’esistenza come del destino. Un marinaio è un naufrago dell’esistenza e un naufrago è un marinaio del mistero. Questo senso ambivalente è sempre presente in chi vive o nasce al mare, come nell’isolano (siciliano, palermitano, nella fattispecie) Alessio Bosco che per il suo progetto Float sceglie appunto queste tematiche, dando vita, nel 2017, al suo disco d’esordio solista che prende lo stesso nome del progetto: “Float”, appunto. Alessio Bosco comprende che soltanto la musica si può avvicinare alla voce del mare ed elabora sonorità acustiche sovrapposte a programmazioni elettroniche che sono perfette per infondere questa atmosfera di pace e inquietudine insieme. L’infinito che ti porti dentro anche se stai lontano dal mare e lo cerchi, soprattutto la notte, tra le fasi lunari e le sue effusioni luminose e le sue tenebre. “Float” si può ascoltare in tutta la sua sequenza, anche se non è un concept album, partendo dalla prima traccia, A Lighthouse, passando da She Appeared As A Ghost o Saylor’s Promises, fino a percorrerne tutto il viaggio, che ha andamento ciclico, come le maree d’altronde. Non ci salveremo ascoltando questo disco ma comprenderemo più a fondo la lingua del mare, rimanendo sospesi sempre tra l’essere marinai e naufraghi, con la consapevolezza ancora maggiore che il mare può inghiottire le esistenze in un solo battito o in molti giorni… e lo sconforto di chi è costretto ad attraversarlo per sopravvivere. Perché a volte la terra scotta sotto i piedi e non rimane che salpare.

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