Fleet Foxes: “Crack-Up” (2017) – di Massimiliano Speri

Ci sono carriere che, pur evidenziando un’evoluzione graduale e coerente, pervengono talvolta ad esiti così imprevedibili da spiazzare, come se tra una tappa e l’altra fosse accaduto qualcosa di soprannaturale ad illuminarne l’ispirazione: è il caso dei Fleet Foxes, che con questo terzo lavoro compiono un balzo in avanti e nel vuoto così prodigioso da lasciare di stucco, pur nella sostanziale consequenzialità che lo lega ai precedenti lavori. Alla base di questa vertiginosa maturazione ci sono sei anni di silenzio in cui sono accadute tante cose (il chiacchierato abbandono di Josh Tillman (Father John Misty), l’enigmatico ritorno di Robin Pecknold all’università, l’età media ormai oltre i trenta), preceduti da un disco come “Helplessness Blues” (2011) che già traghettava le deliziose ingenuità degli esordi altrove. Tuttavia, pur tenendo presente questi fattori, “Crack-Up” rimane qualcosa di sbalorditivo, ai limiti dell’inspiegabile. Una delle ragioni del suo fascino risiede proprio in questo essere al contempo una conseguenza e una negazione di ciò che i Fleet Foxes sono stati finora e, in questo senso. è difficile capire se si tratti di un punto di arrivo o di uno strappo brusco. Se è vero che, ancora una volta, siamo di fronte ad un disco semi-acustico inciso da una comune di montanari che sognano la California, i mezzi vengono qui sfruttati per fini diametralmente opposti: le cavalcate che hanno appassionato molti si tramutano in una musica dilatata, frammentaria, rarefatta, a suo modo ancora epica ma nell’accezione mitologica del termine, qualcosa di più simile all’Odissea o a Moby Dick che ad una saga nordica. La sensazione che si prova durante l’ascolto, complice anche la splendida copertina, è proprio quella di un lungo viaggio in nave: un misto di capogiro, smarrimento e attesa per qualcosa che forse non arriverà mai. “Crack-Up” è un’opera dai contorni fiabeschi e misticheggianti in cui l’insieme conta più delle singole composizioni, mini-suite dai titoli onomatopeici con testi zeppi di parole strane e situazioni irrisolte, che confluiscono le une nelle altre come un unico lungo brano da sindrome di Stendhal, fuori fuoco come se osservato in dormiveglia attraverso un vetro appannato. “Crack-Up” è tutto fuorché un disco semplice, nel suo radicale rifiuto di forme riconoscibili che pur affiorano qua e là come memoria straniata di passati insondabili, in un oceano di vuoto metafisico che flirta con l’avanguardia e la musica ambientale, destrutturata colonna sonora di uno spettacolo impossibile da mettere in scena. Certo, strutture più libere erano già state introdotte in alcuni passaggi di “Helplessness Blues”, ma tra i due album passa la stessa distanza esistente tra la pittura romantica e l’arte astratta, tra Ottocento e Novecento, tra il conscio e l’inconscio. Forse l’indizio più consistente per decifrare questo elegante marasma viene proprio dal titolo: un tentativo di tenere insieme i pezzi mentre tutto sembra disintegrarsi, ugualmente collocabile prima, dopo o durante un esaurimento nervoso. Il disco si sintonizza sulle frequenze delle nostre teste con I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint Scar, un manifesto d’intenti emblematico nel suo alternare pieni & vuoti con disinvolta schizofrenia: inizio bisbigliato dentro una caverna che senza soluzione di continuità esplode in un ossessivo scampanellare folkeggiante per poi farsi madrigale dodecafonico, ballata impotente, carica orchestrale, risacca marina. Non ci si è ancora ripresi che si è già alla deriva nei flutti diafani di Cassius, –, introdotta da un sintetizzatore autistico e chiusa da un violino alla It’s A Beautiful Day che ci travasa nel polifonico sogno ad occhi aperti di – Naiads, Cassadies, quasi un’outtake da “The Notorious Byrd Brothers”, laddove Kept Woman non sfigurerebbe nel canzoniere del David Crosby solista più allucinato. Ci si è così assuefatti a questa tintura d’oppio che Third of May / Ōdaigahara (il singolo di lancio, poco importa che duri nove minuti) detona come un bengala: è l’ideale punto di contatto tra i vecchi e i nuovi Fleet Foxes, un missile umorale in cui Robin Pecknold scaglia contro il cielo le sue tormentate domande esistenziali, in una danza di passione & confusione che dopo un melodrammatico atto centrale sprofonda in un irreversibile coma strumentale. A questo punto riprendere fiato è indispensabile: If You Need to, Keep Time on Me è l’unica vera canzone della raccolta, una placida elegia pastorale per chitarra acustica e pianoforte su cui però aleggiano fantasmi che prendono sempre più consistenza nei riverberi distanti del finale, che diventano poi la sostanza di Mearcstapa, un raga per spinetta rinascimentale e archi orientaleggianti quasi alla Third Ear Band, prima che un mestissimo pianoforte ci introduca alla vetta emotiva dell’album: On Another Ocean (January / June) è una strabiliante passerella per la conquistata consapevolezza vocale di Pecknold, cantante senza porto d’armi ormai magistrale nell’amministrare il proprio portentoso strumento, librandosi ad altezze siderali senza mai scadere in facili leziosità. Dopo un crescendo da brividi sigillato da uno strano sample jazzistico, si approda alla teatralità controllata di Fool’s Errand, che s’impenna a più non posso ma preferisce spegnersi in uno struggente minuto di raccoglimento pianistico-ambientale. Tutto il contrario I Should See Memphis, spaesato fluttuare impressionista tra archi caramellati e vocalità alla Lambchop, una dolcezza che nemmeno la chiusa rumorista riesce a dissolvere; è la title-track a sobbarcarsi l’onere di calare il sipario, e non potrebbe esserci compendio migliore per passare in rassegna le varie facce del poliedro: barcollare acustico, marcia trionfale, polifonia estasiata, intermezzo free, un’incredibile coda per voce & fiati, outro di field recording. La puntina si arresta e ci si desta storditi, con addosso il sudore vischioso che lasciano le esperienze davvero sconvolgenti, indecisi se riavvolgere il nastro o chiuderlo in un cassetto finché la serotonina non si ristabilizza. Anarchico ma coerente, spontaneo ma cerebrale, “Crack-Up” è il clamoroso suicidio commerciale di una Band di successo, qualcosa di simile allo spericolato ritorno sulle scene di Scott Walker. Spero di essere smentito affermando che questo sia già il disco dell’anno: un’opera capace di eguagliare o superare simili vertici potrebbe seriamente ricompensarci di tutti i rospi ingoiati durante questo medioevo musicale, grazie al cielo ancora illuminato da fuoriclasse senza tempo come i Fleet Foxes.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.