Flannery O’Connor: “Il cielo è dei violenti” (1960) – di Girolamo Tarwater

È da poco uscita, per i “Classics” della Minimum Fax, la nuova traduzione de “Il cielo è dei violenti” (The violent bear it away), pubblicato in prima edizione nel 1960, secondo e ultimo romanzo della scrittrice americana Flannery O’Connor. Come i fantasmi di Edgar Allan Poe, i suoi personaggi piombano sempre attualissimi su una società che più muta e più è sempre la stessa. Parliamo di America allora, delle ultime settimane. Prendiamo le parole di Savannah Guthrie rivolte a Trump il 16 ottobre scorso: “Ma lei non è lo zio pazzo di un tizio qualsiasi”. Non starebbero benissimo sulla bocca di Rayber Tarwater in uno dei fallimentari scontri verbali col vecchio Mason? Oppure, per continuare, sbirciando “Il Foglio Quotidiano” del giorno dopo, in un’analisi abbastanza attenta e incanalata della temperie politica e istituzionale americana di questi mesi (riflettendo sulla nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema con le polemiche seguite: sempre di polemiche e scontri si tratta), c’è addirittura un’involontaria citazione del primo romanzo di Flannery O’Connor, “La saggezza nel sangue“, quando, a proposito del protestantesimo attuale (o meglio: post-protestantesimo) si parla di “Chiesa di Cristo senza Cristo“, proprio come quella fondata nel dopoguerra da Hazel Notes nella sua stramba, fallimentare missione profetica.
Giulio Meottti cita, in questo caso, Joseph Bottum, un cattolico che dirige la South Dakota University. Se la prende, tra l’altro, con quel Vangelo Sociale che, a suo dire, ha svuotato dal di dentro la fede cristiana rendendola alla fine irrilevante anche da un punto di vista sociale. Utile, insomma, solo quando si tratta di parlare di beghe o alzare l’audience. “Alla fine i cattolici furono costretti a scegliere tra il cattolicesimo come una vecchia identità pittoresca ma senza importanza, o una fede una viva e divisiva”. Peccato (altra parola chiave, tanto decisiva quanto ormai desueta) che Flannery O’Connor abbia unito le due opzioni nei suoi straordinari personaggi, in primis proprio Mason e Haze. A proposito di peccato esso “appare come un fatto sociale e la personalità redenta acquisisce fiducia nella propria salvezza, essendo consapevole di quel fatto. Conoscendo e rifiutato il male che oscura la società”.
Ancora una volta il professor Rayber, ateo e per di più sposo di una assistente sociale, sottoscriverebbe. Ma Flannery O’Connor non si occupa di queste cose, di politica o dibattiti televisivi. O meglio, le affronta con le sue armi, appuntite più che mai, quelle della scrittura. Così ai suoi personaggi capita (mutatis mutandis) quello che è successo a Amy Coney Barrett: “È la profonda incomprensibilità di ACB agli occhi dei custodi della cultura moderna”. Sociale e moderna, due aggettivi che farebbero rabbrividire e sputare fuoco ai profeti O’connoriani. Ma così va il mondo. La loro marginalità è il simbolo della marginalità della fede, di una fede intesa in un certo modo, appunto inattuale e fuori dal mondo. I violenti di Flannery O’Connor saranno forse meno social e mediatici ma sicuramente hanno più stile, tagliente e sardonico, come la scrittura che li mette in scena. Ma anche più tosto. Un cazzotto non metaforico (a prova di distanziamento sociale) ma reale. E butta a terra facendo sbattere il muso. Ma poi, ancora un po’ frastornati, ci accorgiamo che possiamo rialzarci e possiamo anche riderci sopra.

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