Flannery O’Connor: “Il Cielo è dei Violenti” (1960) – di Nicola Chinellato

Ci sono talmente tante cose da dire a proposito del secondo, e più celebre romanzo di Flannery O’Connor, che trovare l’abbrivio per parlarne, e parlarne compiutamente, non è impresa semplice. Conviene allora iniziare proprio dalle prime pagine del libro, che si aprono con il vecchio prozio Tarwater, seduto al tavolo della cucina, morto stecchito durante la colazione del mattino. La rappresentazione della morte, senza alcun filtro: improvvisa, cruda, diretta. Ancora non sappiano nulla del romanzo che andremo a leggere, ma già capiamo quale sarà il clima del racconto, ne siamo disturbati e ci sentiamo soffocare. “Il Cielo è dei Violenti”, e la violenza sta in primo luogo nella scrittura. La Flannery O’Connor è un autrice dalla prosa limpida e fluida, che si nutre di splendide immagini e di un vocabolario quanto mai ricco (soprattutto nell’uso dell’aggettivo). Nel contempo sa gestire alla perfezione i tempi della fiction, afferrare con forza il lettore, spingendolo, strattonandolo, immergendolo (verbo che non ho usato a casaccio) all’interno di una trama che, se da un lato lo perplime (si fa davvero fatica a entrare nel contesto della storia e accostarsi ai personaggi) finisce però’ al contempo per sedurlo abilmente con riflessioni e interrogativi che impongo la massima concentrazione. C’è una forza bruta nella narrazione, una drammaticità estrema, un continuo ammiccamento all’orrore e alla follia che ci legano a doppio filo con le duecento pagine scarse del romanzo, senza mollarci più. Una scrittura che, come dicevo poc’anzi, disturba, così come è disturbante la trama del romanzo, in cui l’azione è ridotta ai minimi termini e si sviluppa essenzialmente attraverso le dinamiche che animano i rapporti fra i tre protagonisti: il prozio Tarwater, cristiano stolido e oltranzista, archetipo di ogni fondamentalismo, folle figura di eremita pescata dalle più oscure pagine del Vecchio Testamentoil maestro Rayber, suo nipote, ferocemente laico, discepolo della scienza e della logica, alfiere del predominio della ragione sul trascendente; e, infine, il giovane Tarwater, il ragazzino plasmato dal delirio predicatorio del prozio e che, in bilico fra tormento ed estasi, fra fede e desiderio di affrancarsi dall’ortodossia del dogma, si trova all’improvviso a fare i conti con una vita normalizzata.
Tre solitudini a confronto, tre solitudini che confliggono, ma che sono in qualche modo indissolubilmente legate fra loro. La prima, accettata e voluta per volere divino, la seconda subita e interiorizzata per incoscienza, la terza dovuta al caso e alle vicissitudini della vita, e mai metabolizzata completamente. Tre solitudini malevoli, che generano follia, astio, farneticazioni, violenza; tre solitudini che cercano il dominio sulle altre, imponendo, in un folle gioco di rincorse, la propria visione della vita e il proprio impianto etico. Fede cieca o altrettanto cieca ragione, finiscono per rappresentare i due rovesci della medesima medaglia, gli opposti che impongono al lettore, alle prese con due mondi apparentemente distanti, ma terribilmente simili, l’estenuante esercizio della riflessione. In mezzo a queste tre figure dalle mastodontiche implicazioni psicologiche, c’è poi Bishop, il figlio mentalmente disabile del maestro: innocenza e grazia, testimonianza del fallimento (o della imperscrutabilità) del disegno divino, ambito trofeo delle ambizioni profetiche dei due Tarwater, scudo umano della pertinacia di Rayber. Una figura che a un lettore disattento può apparire come semplice comparsa, ma che in realtà rappresenta la chiave di lettura del libro. Bishop è Gesu’ sacrificato sulla croce, è l’uomo che il Salvatore rappresenta, è la nostra caducità, la capacità di guardare le cose con uno sguardo limpido e privo di condizionamenti, è la vittima di ogni fanatismo, è la colpa che non riusciamo a cancellare dalla nostra anima. Il giovane Tarwater (il nome significa: acqua di catrame) vuole battezzarlo, spinto da una cieca follia di (auto)redenzione; il padre, che si oppone al battesimo, si impone, per converso, di soffocare tutti gli slanci affettuosi verso di lui, per non doversi così misurare con il mistero (divino) dell’amore. Agnello sacrificale di un’allucinazione collettiva, Bishop morirà annegato per mano del giovane Tarwater, che altro non fa, se non portare a compimento ciò che Rayber aveva interrotto, qualche tempo prima, per un’estemporanea resipiscenza. Vittima di un’orripilante violenza, Bishop muore per garantire la pace a suo padre e a suo cugino: solo la violenza possiede infatti la forza catartica per appianare i conflitti e sciogliere il tormento delle passioni. L’atto estremo, il passo definitivo, quello che non da scampo, traccia la strada per il Regno dei Cieli… è la logica di ogni fanatismo.

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