Flaming Lips: “Oczy Mlody” (2017) – di Massimiliano Speri

Iniziare una carriera da sperimentatori per poi assestarsi su piedistalli più “normali” è un percorso abbastanza convenzionale, magari il semplice riflesso di una progressiva crescita artistica ed umana, che porta gradualmente ad allontanarsi dagli eccessi adolescenziali per approdare alle forme più definite della maturità: “si nasce piromani e si muore pompieri”, recita un abusato adagio. Più raro il contrario, ma la storia ci ha insegnato a non escludere questa possibilità: in ambito musicale, un esempio eclatante potrebbe essere quello di Scott Walker. Tuttavia, quando si parte scalmanati, ci si modera strada facendo ma poi si torna a far baccano più strafatti di prima, il discorso inizia a diventare decisamente peculiare ed enigmatico. La parabola dei Flaming Lips si inquadra in quest’ultima categoria: dall’acidissima psichedelia degli esordi al pop barocco del successo internazionale passando per il gommoso alternative rock che nei 90 ha messo d’accordo un po’ tutti. La loro sembrava l’ennesima storia di illuminata redenzione in chiave rock; non fosse che, agli albori degli anni 2010, la loro follia è riesplosa in una forma ancora più delirante, contagiando non solo la musica ma anche le loro sempre più stravaganti e chiacchierate iniziative. La cosa incredibile – che poi è la linea di demarcazione tra i mestieranti e i fuoriclasse – è l’assoluta coerenza rispecchiata dal loro pur inconsueto percorso: perché, che si trattasse di raccogliere la torcia dei Red Crayola o di Brian Wilson, Wayne Coyne & co., si sono sempre limitati ad essere loro stessi e, se la materia prima è buona, difficilmente il prodotto finale sarà insoddisfacente. Il trait d’union è una bizzarria freak lontana anni luce dalla prevedibilità di gran parte dei loro colleghi, ma anche una capacità di suggestione che sa toccare corde profonde: i più ricorderanno la band dell’Oklahoma per i concerti ormai proverbiali (esperienze definitive, posso testimoniarlo), le mostruose sfide alla convenzionalità dei formati discografici (vedi il cerebrale puzzle scomponibile di Zaireeka o lo smisurato viaggio psicotropo di Strobo Trip), i pazzoidi omaggi ai loro miti (cosa può esserci di più genuinamente punk delle loro rivisitazioni di Dark Side Of The Moon e Sgt Pepper’s?) e le collaborazioni via via più improbabili (che Miley Cyrus diventi per loro ciò che Kyle Minogue fu per Nick Cave?); tutto strepitoso, ma a parere di chi scrive la grandezza dei Flaming Lips è testimoniata soprattutto dal fatto che molte loro canzoni facciano letteralmente piangereQuesto opus#18 prosegue il discorso consolidato quattro anni prima dall’ottimo The Terror”: un rock sì acidognolo e dilatato, ma in maniera assai più cupa rispetto alle allucinazioni spaziali cui ci avevano abituato, e con un massiccio ricorso ad un’elettronica viscidamente vintage. Proprio quest’ultima è l’indiscussa protagonista di “Oczy Mlody”, dominato da sintetizzatori e drum machine come mai prima d’ora, ma che rispetto al predecessore si segnala per un più sostanzioso recupero della melodia, elemento che i nostri eroi non hanno mai abbandonato nelle tante fasi della loro evoluzione. Ma non aspettatevi squarci di grande respiro alla “The Soft Bulletin”: anche nei momenti più pop, l’aria è così intossicata dai trattamenti sintetici da generare una diffusa sensazione di irrealtà, come se i brani fossero osservati attraverso un filtro deformante. Nello sconsolato strumentale della title track sembra di ascoltare i Portishead sotto benzodiazepine scadute, programmatica introduzione alle atmosfere malaticce a cui presto diventeremo assuefatti. Dobbiamo attendere la successiva How?? per l’ingresso di una voce che, quando non è grottescamente sformata dal pitching, suona comunque stritolata dall’angoscia, un senso di afasica impotenza esemplificato dal verso “I tried to tell you but I don’t know how” e da una ritmica disarticolata che solo nello slancio abortito del ponte pare rianimarsi. Ancora più vischiosa There Should Be Unicorns, una colata di fango tra voci vocoderizzate e sintetizzatori di gomma fusa, quasi immota nel suo lutulento sgocciolare che nel finale si fa sottofondo di una demenziale profezia spoken wordDopo l’opprimente trittico finora dipanato, la dolcissima Sunrise (Eyes Of The Young), forte di una melodia di sicura presa e di un testo insolitamente ottimista, arriva come una boccata d’aria fresca e, anche nei passaggi più drogati (vedi l’astratto bridge alla Robert Wyatt), suona più celestiale che sopraffatta. Quando accennavo alla forza di suggestione del gruppo mi riferivo proprio a brani come questo: liquidi, surreali, eppure incredibilmente delicati e toccanti… ma è solo un passeggero spiraglio di luce: il pulsare orientaleggiante di Nidgy Nei (Never No) pare provenire da un’altra dimensione, aliena e distante anche quando a metà del minutaggio si tramuta in un depotenziato battito industrial. Non è da meno il bitcrusher di Galaxy I Sink, un canto mongolo in salsa glitch che dopo i primi minuti si tramuta senza preavviso in una ballatona morriconiana, con tanto di chitarra tremolante e archi enfatici, salvo poi riatterrare nel rassegnato malessere iniziale. One Night While Hunting For Faeries And Witches And Wizards To Kill è un concentrato di suoni bizzarri incastonati su un implacabile schioccare electronico che sembra accennare un crescendo, cosa ben rara in un disco che mira più che altro a rintronarci, prima che la sua coda scampanellante confluisca dentro lo sciroppo coagulato di Do Glowy, tra l’autotune parodistico della voce e i riverberi esagerati delle percussioni. Listening To The Frogs With Demon Eyes è il brano più lungo e composito del disco, un’alternanza di stati alterati con un’insolita presenza della chitarra, grande assente in un lavoro in cui a spadroneggiare sono le tastiere. Al contrario, The Castle è il momento più leggero, classica ballata coyneiana non a caso scelta come singolo di lancio, con quel pianoforte echeggiato che rimane tra i loro marchi di fabbrica; tutto ciò che non troveremo mai in Almost Home (Blisko Domu), colonna sonora di un videogioco per esistenzialisti impasticcati. La conclusiva We A Famly (unico cameo dell’onnipresente Miley Cyrus), pur diafana e umorale come il resto della scaletta, è quanto di più emozionante possano proporci i Flaming Lips in questa fase inquieta della loro carriera… chiusura tutto sommato positiva di un album costantemente sull’orlo del crollo nervoso. Ennesima tappa dell’inseguimento ormai ultratrentennale di un’utopica psichedelica totale, “Oczy Mlody” non evidenzia significativi scatti in avanti ma rinsalda egregiamente la posizione: e per una band a cui pare mancare l’ossigeno quando non si lancia in nuove provocazioni, riposarsi finisce col diventare un atto rivoluzionario…

Tracklist: 1. Oczy Mlody2. How?? 3. There Should Be Unicorns
4. Sunrise (Eyes of the Young)5. Nigdy Nie (Never No)6. Galaxy I Sink
7. One Night While Hunting for Faeries and Witches and Wizards to Kill.
8. Do Glowy9. Listening to the Frogs With Demon Eyes10. The Castle.
11. Almost Home (Blisko Domu)12. We a Famly.

Illustrazioni: Roberta Tarquini © tutti i diritti riservati 
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