Il Fischio Del Ventilatore (i vecchi rockers non muoiono mai) – di Bartolo Federico

Seduti in fondo alla strada vicino al passaggio a livello, fumavamo aspettando di vedere passare il treno di mezzanotte. Solo quando i fari accecavano l’oscurità alzavamo in aria le bottiglie di birra, in segno di saluto. Quell’ammasso di ferraglia transitava veloce e sotto la luce delle stelle, sembrava un toro impazzito. Ho guardato le dita gialle di nicotina, per un attimo le mie mani hanno tremato. Eravamo dei ragazzini anonimi e privi di traiettorie, invisibili agli occhi del mondo. Senza alcun appiglio, mete o ambizioni, ci trascinavamo verso l’esistenza dei grandi. Nessuno di noi aveva le idee chiare sul proprio futuro, né sapevamo quale ruolo avremmo voluto occupare nella società. Ma quando si e giovani si guarda sempre il lato migliore delle cose. Così mi sono messo a inseguire le mie chimere di scrittore. Gli altri non li ho più rivisti. Neanche per caso. Non si può fermare la vita, s’invecchia e tutto quello che uno ha fatto, sembra non avere la benché minima importanza. L’esistenza se ne va in fondo al precipizio, e non serve a nulla alzare il freno a mano. Si precipita lo stesso. Tutto questo lo sconoscevo, l’ho imparato solo dopo… e anche se non si cerca mai la stessa cosa, l’altra notte sono tornato in quel luogo. Mi sono seduto ho acceso una sigaretta e ho preso a fissare la punta delle mie scarpe. Chissà, forse inseguivo un po’ d’ispirazione, ma non mi è venuta neppure una frase degna di essere annotata. A mezzanotte quel vecchio treno è passato. Il macchinista ha rallentato ed è come se mi avesse riconosciuto nel buio, tanto che mi ha salutato fischiando. Uuuuuuuuuuuu. Uuuuuuuuuuuu.  Quel sibilo però mi e parso un blues aspro e lancinante, che mi ha lasciato lì da solo. Malinconico e triste. Con il morale a terra sono rientrato a casa. Ho acceso lo stereo e ho messo “Command Perfomance” del redivivo Tav Falco. Un altro musicista che con il suo vestito migliore, è rimasto fermo all’angolo. Mi sono toccato la cicatrice sul braccio. Anche per lui è passato il tempo delle recriminazioni, e continua imperterrito a cantare storie di perdenti e mascalzoni. Ho sbirciato in strada dalla finestra, un uomo robusto con un grosso cilindro in testa è passato dinoccolandosi. Ho fatto cadere la cenere di sigaretta a terra. Il blues sgangherato e con le scarpe rotte di Whistle Blowe mi ha rincuorato, e tolto quella paura meschina che faceva da velo in fondo al cuore. Un gatto si è appiattito sotto uno scatolone, mentre Me and My Chauffeur Blues gemendo mi ha detto: occhio amico a quello che fai. Nell’oscurità per un breve istante un bagliore ha illuminato la strada, un ombra furtiva si e allungata sotto il lampione. Fire Island con quel sapore di Willy il gitano che si palleggia in bocca mi ha fatto sussultare, tanto che ho pensato che fosse proprio la sua pallida ombra quella in strada. Ho sentito un rumore, uno schiocco sordo e vuoto, e ho frugato in tasca in cerca di un’altra sigaretta intanto che Breakaway gorgheggia che le cose cambiano e anche se tu ti senti stordito e con il cuore in gola, la vita continua a correrti a lato. Lo dice però con una nota di malinconia sul viso. Sono uscito ho preso l’auto e mi sono fatto un giro, tanto per bruciare benzina. Le luci appannate dei negozi si riflettono sull’asfalto. Ho guidato con quelle canzoni in sottofondo a farmi compagnia. Poi mi sono fermato lungo il marciapiede. Nella strada non c’era nessuno. Regnano solo le tenebre. Uno sbirro è passato e mi ha lanciato una strana occhiata. In quella nera magia lui non sa come stanno davvero le cose. Dopo è sparito lasciandomi nuovamente da solo. C’e un freddo boia, così mi sono messo a ballonzolare dentro l’abitacolo seguendo il riff ipnotico di Doomsday Baby, e son caduto dentro un loop psichedelico. Ho pensato che mi sarei fatto tatuare un gatto blu sul braccio. Ho acceso una sigaretta, e sono rimasto a guardare la fiamma del cerino spegnersi tra le mie mani. Bangkok ha sporto gli occhi in maniera selvaggia e irriverente, e suona come un omaggio a Johnny Thunders (il Keith Richard dei poveri) e anche ad Alex Chilton. Entrambi non sono passati invano su questa terra. Musica perfetta per chi non ne può più di tutte queste canzonette mosce e rompicoglioni, che circolano nell’etere. Ho i nervi tesi e un barattolo squarciato giace lungo la strada. Lo osservo e penso che non ci vuole molto per ficcarsi nei guai. Allora mi sono scrutato di soppiatto nello specchietto retrovisore, mentre le note di Master Of Chaos decorata come fosse un outtake di Rain dogs è riuscita a scaraventarmi dentro un film alla Daunbailò. Senza Begnini, per carità. Mi sono perso ancora una volta dentro quel suono paludoso, irriverente e claustrofobico, che solo il blues del delta possiede. Un suono che ti porta dritto dentro una vita da cani, ma che ti apre il cuore con un sospiro lungo e rauco. Due ragazze all’improvviso sono uscite dai cespugli. Mi hanno sorriso e salutandomi sono corse via. Mi sarei fermato con loro volentieri a chiacchierare, magari appoggiato a un jukebox e facendo andare Memphis Ramble ci saremmo potuti bere una birra. Poi è arrivato il silenzio. Lo avete saputo che Nico ha scopato con quel figlio di puttana di Iggy PopLou Reed mi manca molto… e anche Warren Zevon. Penso a loro mentre il tempo si sta facendo minaccioso. Ho sentito un sibilo e poi uno scintillio nel cielo, che ha reso tutto più luminoso. L’odore di gomma bruciata ha cominciato a mescolarsi con quello della pioggia, che cade leggera. Ero giovane ma questo lo avevo intuito, i vecchi rockers non muoiono mai. Mai.

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