Fink: “Fink’s Sunday Night Blues Club, Vol. 1” (2017) – di Capitan Delirio

Per suonare il Blues, per trasmettere la sofferenza interiore radicata nelle profondità dell’anima, non basta prendere una chitarra e ripetere un ritmo fisso con perizia tecnica; per fare la Musica del Diavolo bisogna sentirla dentro senza farsi troppe domande: non serve neanche sapere cos’è, come succede a Fink, raffinato songwriter britannico, che in questo ultimo progetto s’immedesima in ogni singola dinamica esistenziale ed artistica, evidenziando di aver assorbito fino in fondo, di aver metabolizzato lo spirito Blues, tanto da sentirlo suo in tutto e per tutto. Lo sente nell’anima, che emette il suo tipico lamento e si invola in note che esistono soltanto nella spiritualità gospel; lo sente nella voce, che s’irrochisce, prende i toni della sabbia o del tabacco, per andare a raschiare nel fondo del barile di wiskey per comunicare la sofferenza, o la gioia, comunque sempre sofferente, perché filtrate dalle traversie emozionali che non potrebbero essere comunicate in altro modo; lo sente tra le dita, che trovano la giusta intimità con la chitarra acustica e ,attraverso un prelibato fingerpicking, intrecciano il linguaggio strumentale che viaggia parallelo, a volte fondendosi (a volte quasi estraniandosi) a quello vocale. Quella di Fink è una metabolizzazione interiore ed anche fisica. Grazie al tour negli States, per la promozione degli ultimi acclamati album, “Hard Believer” e Horizontalism”, ha avuto la possibilità di recarsi di persona sui luoghi dove è nato e si è sviluppato il genere; ha risalito le sponde del Mississippi fino al delta, ha calpestato le stesse strade percorse da John Lee Hoocker, Lightnin’ Hopkins, Robert Johnson, e si è impregnato di quelle atmosfere, fino all’identificazione completa. Così nasce “Finks Sunday Night Blues Club, Vol. 1″, dopo il dovuto periodo di riflessione, al ritorno in studio, con il supporto dei suoi storici collaboratori, David Shirley e Colin Stetson, registra otto tracce in cui riesce a elaborare la giusta formula magica che trasforma un linguaggio appartenente alla tradizione in un linguaggio moderno, che suona perfettamente attuale, grazie al processo di interiorizzazione che lo fa sentire a suo agio nel destreggiarsi tra lamenti e melodie, tra arpeggi virtuosi e distorsioni. L’esempio lampante è nel brano She Was Right, che si apre con una lunga introduzione, con la sola voce contratta in un raccoglimento assorto quasi gospel che lentamente si immerge in un’onda dilatatoria distorsiva, con modalità psichedeliche che rallentano la dispersione dei sentimenti e lo scorrere del tempo. Hard To See You Happy amplifica ancora la distorsione coinvolgendo tutto, il suono, la voce, l’armonica che sembra latrare disperata per raggiungere un orecchio disponibile ad ascoltare la disperazione. Si respira puro Blues in Boneyard e in Hour Golden, e si pulsa insieme al battere di Keep Myself Alone Now. L’Artista, che può godere della massima libertà creativa, sceglie in totale autonomia di scavare nelle radici musicali per proporre sensazioni sonore intime al passo con i tempi. Fink adesso è un Bluesman che può parlare la stessa lingua dei suoi padri artistici.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.