Felix Lalù: “Coltellate d’affetto” (Riff Records/DreaminGorilla Rec/La Ostia 2016) – di Capitan Delirio

L’ironia probabilmente è una tra le più elevate delle attività umane, comporta la capacità di collegare gli elementi a disposizione per dissimulare le proprie posizioni o esaltare i presunti difetti, o rovesciare la visione morale; e l’ironia, appunto, è la chiave di lettura principale per decodificare questi dodici brani dell’album “Coltellate d’affetto”, di Felix Lalù, pseudonimo del cantautore trentino Oscar De Bertoldi, che sa usarla in tutte le sue sfumature, tra sarcasmo, satira e sfottò, per poter sbattere in faccia una realtà ambigua, nel senso più negativo, alquanto contraddittoria, spesso vacua, come quella moderna. Ce n’è per tutti… per le folkloristiche e scriteriate propagande politiche di partiti arrangiati al bisogno, per il buonismo da social network, ormai diffuso a macchia d’olio e totalmente fuori contesto da suonare sempre ipocrita, e per la mania dell’apparire che spinge a comportamenti da decerebrati. Gli arrangiamenti essenziali delle partiture, nella loro fruibilità Pop ed elettronica, con venature quasi Punk, sono ideati su una sperimentazione minimale, ma aderiscono alla perfezione all’ironia dei testi, li esaltano, rendendoli più efficaci e di piacevole ascolto. Non si può, però, non concentrarsi sui testi, perché questo disco è un fiume in piena di parole; in alcuni momenti sprizza improvvisi lampi di genio degni di solidale apprezzamento, in altri sfiora le raffinatezze del cantautorato più impegnato e in altri ancora si abbandona in sproloqui in stile Rap, evitando di emulare i rapper nostrani che ormai sono fenomeni da talent show e rimanendo sempre in equilibrio tra ironia e provocazione. La coraggiosa provocazione, se spinta all’estremo, può mostrare il rovescio della medaglia e risultare indigesta, come nel caso del brano Omar è nero, parodia di una celebre canzone di Lucio Battisti, in cui descrive uno stupro di branco perpetrato da un gruppo di uomini di colore. Mi auguro che questo fungo avvelenato rimanga indigesto, voglio sperare che possa esistere ancora una canzone che non venga metabolizzata da nessun sistema comunicativo, o non rientri nei gusti dei creativi di spot pubblicitari, quindi commerciabile. Mi auguro che rimanga una provocazione per sempre. Quando sembra che l’autore non voglia prendere nessuna posizione, se non quella di sbeffeggiare il comune senso del vivere quotidiano, improvvisamente mette da parte l’ironia e diventa serio e, nel brano Vai Vai, si fa prestare le parole dal comico texano Bill Hicks e si lancia in una sua visionaria proposta per cambiare il mondo. Non so quanto sia credibile da parte sua, dopo aver spiattellato tanto cinismo esistenziale in ogni verso, questa accorata predica, ma il brano, completato da un sound profondo e trascinante, sembra convincente. Sicuramente è il momento più intenso del disco e spinge alla riflessione su a chi possa fare comodo questo clima di tensione mondiale, questa atmosfera di terrorismo psicologico, questa guerra continua che semina morti, vittime innocenti, se non a chi ha propri interessi personali legati al dio denaro, nessun altro dio, se non quello dei fabbricanti di armi. Vai Vai è il brano che mi sento di consigliare, ma tutto il disco, traccia dopo traccia, va ascoltato con attenzione.

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