Felice Del Gaudio: “Desert” (2018) – di Maurizio Galli

“Dopo il silenzio ciò che si avvicina di più nell’esprimere ciò che non si può esprimere è la musica” – Aldous Huxley. Prima di addentrarci nella sua ultima fatica vediamo di conoscere un po’ meglio Felice Del Gaudio. Contrabbassista di Lagonegro (Basilicata) ma oramai bolognese di adozione (si trasferisce infatti nella città emiliana nel lontano 1984); diplomato in musica Jazz e laureato in scienze politiche. Nella sua lunga carriera vanta collaborazioni di grande spessore che vanno dal batterista statunitense Paul Wertico (vincitore di qualcosa come 7 Grammy Award con il Pat Metheny Group) a Lucio Dalla… nel mezzo possiamo tranquillamente trovare nomi come il Quartetto d’archi dell’opera di Berlino, Raphael Gualazzi e molti altri più o meno noti. Oltre ad aver pubblicato ben 4 metodi per lo studio del contrabbasso, Del Gaudio ha al suo attivo più di 150 registrazioni discografiche e 5 album come solista/leader. Il suo ultimo disco, “Desert”, nasce dalla forte esigenza di riuscire a dare una seconda vita ad alcuni suoi brani già pubblicati in precedenti album quali “Home” (2011), “Asylum” (2014) e “La via lattea” (2014) con l’aggiunta di un  brano inedito, Wadi rum. Tra vecchie e nuove emozioni l’album si compone di dieci tracce che all’unisono ruotano intorno al suo mondo interiore e strumentale: il contrabbasso. Perché, come ha modo di raccontarci lo stesso artista: Ripercorro un tragitto che vede il contrabbasso strumento unico e fondamentale attraverso le molteplici sonorità che esso sa offrire: arco, pizzicato, echi, riverberi, loop, percussioni. Un mondo poetico che mi rappresenta, con il quale faccio i conti tutti i giorni, e cosi dare il mio contributo al meraviglioso universo della musica e delle 4 corde. Vedo il risultato di questo lavoro come una sorta di viaggio immaginario attraverso luoghi ed atmosfere accomunati da un sentimento che stimola la mia mai sopita voglia di cercare e trasformare in musica visioni e sensazioni. Un album questo che, con la sua metafora, senza nascondersi ci rimanda al deserto, alla sua solitudine e ai silenzi assordanti in grado loro stessi di richiamarci a nuovi stimoli e a sempre nuove motivazioni. All’interno dell’album, giusto per fare un paio di esempi tra i più significativi (per chi scrive), troveremo così brani che – in senso laico – invitano alla preghiera come nel caso di Prayer o alla riflessione e alla meditazione (Namaskar). Il disco è vieppiù arricchito anche dalla presenza di ospiti quali: Teo Ciavarella al pianoforte in Asylum, Enrico Guerzoni al violoncello in North Sun, Alfredo Laviano alle percussioni in Wadi Rum ed infine il figlio Antonio alla chitarra nel brano Wadi Rum. “Desert” è un album non facile all’ascolto ma che, senza che gli chiedessi nulla, molto ha saputo offrirmi. Ascoltandolo mi sono trovato pian piano dinanzi ad un album che in questo periodo ho apprezzato in particolar modo e di cui ne consiglio l’ascolto in solitaria (lontani dal frastuono generato dalla rozzezza d’animo di quest’ultimo periodo). Alla via così.

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