Faust’O: “Suicidio” (1978) – di Alessandro Freschi

Caterina Caselli ha le idee molto chiare quando nel 1977 decide di creare una label satellite del colosso discografico CGD (diretto dal marito Piero Sugar) orientata esclusivamente verso nuove proposte. Si può ipotizzare che il suo primario interesse sia rivolto verso la musica d’autore del concittadino sassolese Pierangelo Bertoli, anche se all’atto pratico risultano coinvolti nel progetto “Ascolto” gli Area orfani Cramps (ultimo album dell’era Stratos “1978: Gli Dei se ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano”), il cantastorie spezzino Franco Fanigliulo, lo sperimentatore Pepe Mania, l’ex PFM Mauro Pagani ed un artista decisamente atipico, svincolato da qualsiasi movimento, con l’aria da poeta decadente: il suo nome è Fausto Rossi ed usa lo pseudonimo Faust’O. Friulano di nascita (Sacile, 2 gennaio 1954) ma milanese d’adozione, Faust’O, sotto l’egida del “Casco d’Oro” per antonomasia della musica italiana, realizza uno strepitoso atto primo discografico che lo porta, nonostante la sua indole poco propensa al facile esibizionismo, sulla ribalta della scena. Il titolo di quell’album è “Suicidio” (1978) e non è un caso se, a distanza di quarant’anni, ci troviamo a parlarne con l’immutata attenzione che riuscì a suscitare nei giorni del rilascio. Turbe infantili, soprusi e violenze, masturbazione, malessere di vivere. Le tematiche di “Suicidio” sono di per sé urticanti, un vero pugno nello stomaco. Faust’O non cerca mezzi termini ed usa un linguaggio diretto, crudo, talvolta irriverente, ben lontano dal politicamente corretto. Quel che vuole inscenare è uno spettacolo “vero” nel quale i personaggi che si alternano sul proscenio diano voce ai propri tormenti ed ai pensieri più reconditi ed arditi, senza indossare una maschera di circostanza. La violenza del punk, la freddezza dei suoni elettronici ed un variopinto tocco glitter-rock confluiscono negli orditi sonori di un album che sembra emergere dalle austere nebbie della Berlino bowiana, sin dalla istantanea in bianco-nero di copertina in stile “Heroes”, realizzata da Mauro Balletti. Faust’O non nasconde infatti l’assoluta venerazione nei confronti del “duca bianco”, di John Foxx e i suoi Ultravox, degli Sparks e i Roxy Music… e si diverte nel mescolare con abilità le varie screziature di genere, dando corpo di fatto ad una miscela che sembra possedere le velleità intellettualistiche di un concept prog ed il sound di una plausibile new wave ante litteram. Il paroliere Oscar Avogrado (Sandro Giacobbe, Loredana Bertè, Anna Oxa) si dedica alla produzione del progetto coadiuvato dallo storico chitarrista della Formula 3 Alberto Radius e da un manipolo di talentuosi session-men quali Stefano Cerri e Louis Viviers (basso), Mauro Spina e Lorenzo Pergolato (batteria), Angelo Lettini (chitarra) ed il tastierista Franco Graniero.
Una risata perversa si prende beffa del pianto disperato di un neonato. Si apre così il lato A del disco e, dopo un intermezzo strumentale in cui una sostenuta linea di basso-funk dialoga con un ticchettio di pianoforte, prende il via la title-track. Disagio, misantropia, inquietudini esistenziali (“Lascia che la gente muoia non m’importa più di loro. Voglio solo riposare”) albergano nelle liriche di Suicidio, pessimistico manifesto sulla rassegnazione umana contenente una amara citazione sul sisma del 1976 che colpì le lande d’origine del cantautore (“Anche il terremoto adesso mi da solo noia, noia, noia”). La traccia che segue, Godi, è la prima delle due scritte da Avogadro e sicuramente si rivela tra le più dissacratorie dell’intero album, andando a colpire in modo inequivocabile le perverse ombre che aleggiano dietro il falso perbenismo della chiesa cattolica (“Ma non farti mai vedere, dietro i banchi di una chiesa mentre ti masturbi in allegria. Non usare il coito anale, per il gusto di far male, fai l’amore con malinconia”). Una invettiva che non lascia spazio a pretestuose interpretazioni e che lascia attoniti i benpensanti di turno. La perdita di valori spirituali e morali, la classificazione di una specie spogliata dalla propria originaria identità è il sinistro leit-motiv che anima Bastardi (“Siamo Slot-Machines… Dolci, brillanti, bastardi. Non siamo Naif”) ed anticipa una tra le interpretazioni più eccentriche, Piccolo Lord, vero e proprio siparietto di geniale teatralità. Faust’O modula la sua timbrica tra stridenti falsetti ed avvilita narrazione per dipingere un quadretto familiare intriso di morbosità e vessazioni che vede protagonista l’isterismo di una dispotica madre ed il profondo imbarazzo di un figlio, provetto Chopin, relegato al ruolo di fenomeno da baraccone (“Fragili dita all’ombra di un tè e gli occhi di cento avvoltoi attenti all’errore del piccolo Lord”) con tanto di finale, più o meno immaginato, a sorpresa.
Le ambiguità e la follia di Eccolo Qua inaugurano la seconda facciata del 33 giri (“Tanti ricordi, tante persone e la mia ambiguità. Mischiato alla folla, soltanto una donna. Mentire è una realtà”) precedendo Il Mio Sesso, insolita istantanea di un rapporto conflittuale ed ossessivo con l’organo sessuale (“Il mio sesso non ha sesso non ha una preferenza a volte basto solamente io”), bizzarra tematica precedentemente sviluppata anche dagli Ultravox nel loro debut-act (My Sex, in “Ultravox!” del 1977). Inevitabilmente nauseante, C’è un posto caldo infila i suoi scabrosi artigli nella piaga degli stupri sui minori (“Quel giorno ho visto un mostro ma non l’ho detto mai… Non ti libererai vedrai, ormai sei sporco come me”) tratteggiando in modo brutale l’incontro postumo tra la vittima ed il suo spregevole carnefice. Le ansie e le nevrosi di un amore malato affiorano in tutta la loro brutalità in Innocenza, seconda composizione di Avogrado, (“Lei soffriva più che mai ed io non la svegliai tagliando dolcemente la sua gola”) prima del gran finale Benvenuti tra i Rifiuti, atto d’accusa contro la corruzione e la società dei poteri forti (“Noi scaviamo dentro il buio vomitiamo sangue sulle vostre verità. Noi corriamo dentro il buio riversiamo sperma sulle vostre inibizioni”). Il 2 Aprile 1978 la CGD lancia una singolare campagna promozionale sulle pagine di Ciao 2001. Un trafiletto corredato di foto chiede informazioni ai lettori del settimanale musicale in merito alla vicenda di un ventitreenne di Cesano Maderno vestito con calzoncini corti, berrettino rossastro, camicia sport rosa e scarpe gialle alte che si è allontanato inspiegabilmente da casa. “Chi ha visto Fausto con le scarpe gialle?” crea inevitabile curiosità intorno alla figura del presunto scomparso e si rivela un ottimo biglietto da visita per il “Suicidio” che sta per compiersi. Un suicidio che si rivelerà pressoché perfetto.

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