Fausto Mesolella: “CantoStefano” (2015) – di Francesca Spaccatini

“Viviamo tempi in cui la parola ci scappa, sfugge davanti agli occhi. Se esaminiamo l’ascolto della musica oggi, ci rendiamo conto che la massa la parola non la sente proprio, perché la musica si ascolta nei supermercati, o in macchina con il rumore della radio: si sta sostituendo la rumoristica al piacere di assaporare un contenuto… in questo momento era importante rimettere la parola al centro della mia creazione” (intervista a Fausto Mesolella del 29 luglio 2015). “Canto Stefano” nasce proprio da questa esigenza, divenendo così un mezzo di rieducazione all’ascolto musicale. Fausto Mesolella, scomparso il 30 marzo del 2017, riapre i cassetti di Stefano Benni, scrittore, poeta e giornalista, e mette in musica e canta quegli scritti che più gli risuonano dentro, autoproclamandosi “dicitor cantante”. Il canto è un elemento nuovo all’interno della sua carriera, sia come solista che come chitarrista degli Avion Travel, poiché ha sempre dato voce esclusivamente alle corde di nylon dell’insanguinata, sua fedele compagna di vita. Il disco si divide in dodici tracce, non riconducibili ad un unico genere musicale, c’è il Jazz, il Rock e il Blues. Ascoltare questo disco è come immergersi tra i vortici espressivi di Van Gogh (titolo della nona traccia). Immaginate di aver di fronte la “Notte stellata”, in cui il senso di quiete della cittadina immobile si accompagna al senso di irrequietezza del cielo in movimento. Questo quadro è stato dipinto dall’artista durante l’internamento nella clinica per alienati mentali di Saint-Paul-de-Mausole, dopo essersi automutilato l’orecchio. Rappresenta le sue impressioni circa ciò che vedeva dalla finestra del manicomio. Il brano su Van Gogh è esplicativo, poiché non è l’unico a parlare di emarginati e di problematici… incontriamo infatti in Quello che non voglio un Fabrizio De André ribelle, che l’aveva anche musicata ma non ha fatto in tempo ad inciderla, perché è volato via prima. La struttura è simile a Quello che non ho dello stesso Faber e, a detta di Mesolella, “è la denuncia morale che tutti gli artisti dovrebbero portare nella tasca della giacca”. Molto intenso e appropriato per il personaggio in questione è un passaggio: “Io non voglio che mi ricordiate nel trionfo, ma nella mia sera, nelle cose che dissi tremando, nelle cose che suonai con paura”, riferendosi al periodo in cui De André non riusciva ad esibirsi in pubblico. Un altro artista viene omaggiato con Farewell, che a dire il vero prende due piccioni con una fava: Francesco Guccini e Bob Dylan, quest’ultimo insignito del tanto discusso premio Nobel per la Letteratura un anno dopo la pubblicazione di “Canto Stefano”. Curioso infatti come venga esaltato quel cantautorato dimenticato e fatto a pezzi dai talent, che non formano musicisti, ma fanno emergere dei ragazzi mettendogli in testa solo illusioni”. Arriva poi ruggente Ghemmà, quinta traccia, termine che in Camerun significa “Stai attento a te”, un avvertimento contro quei sistemi politici avidi e colonizzatori che dopo aver depredato intere nazioni vorrebbero chiudersi a riccio e costruire sbarramenti invalicabili… e qui l’emarginato diventa il rifugiato che si sente scacciato e non capisce perché, dato che ha mani per lavorare e un cuore per voler bene… e allora “Non disprezzare “il poco, il meno il non abbastanza… perché quando saranno passati amori e battaglie, nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza, non resteranno il fuoco, il sublime, il trionfo e la fanfara, ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota. Il poco, il meno il non abbastanza”. Le altre tracce hanno un tono e un tema più leggeri, graziosa a tal proposito è Dormi Liù, privata di un bestemmione rispetto al testo originale di Stefano Benni pubblicato in “Prima o poi l’amore arriva” (1981). Tango Perpendicular, traccia verace dal color rosso vermiglio che sembra occhieggiare alla concezione del tango di Jorge Luis Borges, che non si riduce a quello lacrimoso e melodrammatico di Carlos Gardel, piuttosto si riferisce alle milonghe della vecchia guardia, nate nei bordelli dei quartieri malfamati di Buenos Aires, con testi che parlavano di morti ammazzati. La chiusura del disco è affidata alla coda de La domenica della vita, con un’altra poesia, ingannevole dal nome Io ti amo, che parte dolce e stilnovistica per approdare tra le rive del vaffanculo, parente di quell’Adius del “poeta delle viscere” Piero Ciampi. Insomma questo è un connubio armonioso di poesia e musica, caratterizzato da molti richiami e se, stando alle parole di Fausto Mesolella: “l’artista ha il compito di guidare, di far riflettere, di far scoprire altre angolazioni”, direi che i due ci siano riusciti in pieno, regalandoci questo piccolo gioiello.

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