Farao al “Progresso” di Firenze – di Michele Faliani

12 Aprile 2019. Di solito, quando vado ad un concerto di un musicista che non conosco, svolgo qualche “compito” a casa. Nel senso che cerco su YouTube o su Spotify qualcosa che mi prepari a quello che andrò ad ascoltare. Per Farao (che in norvegese significa faraone), pseudonimo della bella Kari Jahnsen, non mi è stato possibile per mancanza di tempo e per sovraffollamento di concerti, per cui sono entrato al Progresso di Firenze totalmente impreparato (e dopo aver assistito a 20 minuti di concerto di Alessandra Amoroso per un’altra testata, quindi totalmente instabile dal punto di vista mentale). L’inizio della serata è stato terrificante: è salito sul palco – per un fortunatamente breve opening actJae Tyler, musicista del Kansas di base a Berlino, che ha eseguito 4 canzoni, due delle quali credo che compongano il suo ultimo singolo a 7”. Pigro, svogliato, strafottente, stonato in maniera imbarazzante e mediocre chitarrista, ha eseguito uno dei set più imbarazzanti ai quali abbia mai assistito e, visto che il suo universo è quello dell’ elettro-pop, esattamente come per Farao, qualche preoccupazione ho cominciato ad averla. Invece, dopo 10 minuti di pausa e di cambio, Kari è salita sul palco e, da sola con i suoi computer, sequencer ed effetti, ha iniziato il suo concerto con Get Along, la traccia numero 3 del suo secondo lavoro “Pure-O” (2018).  Immediatamente, la sensazione è stata quella di trovarsi davanti ad un’autentica fuoriclasse della ricerca sonora. Farao ha conosciuto recentemente il soviet pop degli anni 80, ed è riuscita ad acquistare alcuni synth vintage russi che risalgono a quell’epoca e, con questi, mescolando suoni smaccatamente dance con la freddezza digitale dei beat e dei sintetizzatori di questi anni 10, per un risultato che non può che affascinare. Un esempio è sicuramente la sensuale Gabriel, nella quale synths e autoharp si fondono per creare una splendida ballata elettrica dalle venature inaspettatamente folk, o la bellissima The ghost ship, nella quale vocoder e falsetto si uniscono per creare una delle canzoni più “catchy” degli ultimi anni. Una gran bella prova quella di Farao, una delle cosiddette “next big things” che davvero potrebbe fare il botto e cominciare a riempire grandi spazi come alcune sue colleghe (mi vengono in mente Lorde, St. Vincent e Bat for Lashes) stanno facendo da qualche anno. Le capacità non le mancano davvero.

Foto e articolo di Michele Faliani © tutti i diritti riservati
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