Family: “Family Entertainment” (1969) – di Pietro Previti

Anello di congiunzione fondamentale tra la musica psichedelica ed il nascente progressive, i Family sono da considerarsi indiscussi protagonisti dell’indimenticata stagione dell’Underground londinese in compagnia di Pink Floyd, Traffic, Soft Machine e Move. I componenti del gruppo non passavano inosservati nelle cronache musicali e mondane di quei giorni tanto da venire rappresentati in un libro a tiratura economica scritto da Johnny Byrne e Jenny Fabian, quest’ultima all’epoca girl-friend del bassista Grech, che raccontava le avventure di una band (“The Relation”) tra serate all’UFO/Middle Earth e la poco ordinaria vita in una comune hippy a Chelsea. Roger “Chappo” Chapman (voce e percussioni), John “Charlie” Whitney (chitarre ed organo), Jim King (voce, sassofoni e piano), Ric Grech (basso, voce e violino) e Rob Townsend (batteria e percussioni) nascono come The Farinas alla Ellis Intermediate School di Leicester intorno al 1962. Diventano Family soltanto nell’Ottobre del 1966, al termine di un’esibizione cui era presente un’entusiasta Kim Fowley che suggerì al gruppo il nuovo nome traendo spunto dal fatto che in quel periodo si presentava sul palco indossando giacche a doppio petto, facendo pensare ad una gang di mafiosi. Messi sotto contratto dalla Reprise, dopo un primo album già di per sé storico, “Music in a Doll’s House” (1968),  il gruppo di Chapman e Whitney toccherà il suo apice con il long-playing successivo, Family: “Family Entertainment” (1969), incantevole già dalla copertina di  Roger Phillips, ove appare una foto in bianco e nero che ritrae un gruppo di stralunati saltimbanchi, sorta di risposta britannica a “Strange Days” (1967) dei Doors. L’album, mai realmente amato dai Family per problemi di missaggio, venne prodotto da John Gilbert e Glyn Johns, quest’ultimo coinvolto anche come ingegnere del suono. Il brano iniziale, The Weaver’s Answer, scritto dalla coppia Whitney/Chapman, è da intendersi pietra miliare dell’intera produzione dei Family e veniva immancabilmente riproposto a conclusione dei live della Band. Un’autentica gemma di musica rock progressiva, capace di concentrare in appena soli cinque minuti l’intera estetica del Gruppo, contraddistinta dall’inimitabile e spiritata voce di “Chappo”, tra strappi improvvisi di folk e blues, innocue marcette militari e deliranti assoli di sassofono, allucinazioni psichedeliche e romantico violino a chiusura. Il testo non è da meno. D’ispirazione fantastica e mitologica (il Mito di Arachne e della dea Atena), contiene molti simbolismi di folk pagano legati ai processi della Vita e della Morte. La canzone narra l’incontro di un uomo anziano, oramai cieco, con un Tessitore (Weaver) che altri non è che la Morte. Il vecchio gli chiede di rivedere la propria vita, così come appare nell’arazzo intessuto dal telaio. Il Tessitore acconsente, lo riporta indietro negli anni, dall’infanzia al primo amore. L’incontro con la donna amata, le nozze, la gioia per la nascita di due figli e quella successiva, anni dopo, per i nipotini coccolati sulle ginocchia. Ecco che l’uomo, dopo avere rivisto e ripercorso la propria vita nelle trame dell’arazzo, intravede anche gli anni bui del presente, quelli della vecchiaia e della solitudine, contrassegnati dalla morte della moglie e dalla lontananza dai figli. La vista gli si appanna di nuovo ma l’intuizione diventa certezza; come se potesse nuovamente vedere avverte che la sua fine è prossima e che non potrà aspettarsi ulteriore risposta dal Tessitore/Morte (“Ash to ashes, dust to dust, one day we will regain”), divenuta a quel punto superflua (“Weaver of life, At last now I can see”). La successiva Observations from a Hill, affidata alla voce di Jim King, è una cavalcata lisergica con il violino di Grech in primissimo piano. La voce di Chapman sorprende in Hung Up Down, accentuando l’enfasi antimilitarista del testo. Terza canzone consecutiva a firma Whitney/Chapman, si contraddistingue per un uso originale dell’upbeat che conferisce un’enfasi crescente al brano. L’orientaleggiante ed ingenua Summer ’67 è il solo brano strumentale della raccolta. A firma del solo Whitney, condensa buone vibrazioni in una suite di poco più di tre minuti. Rich Grech firma le due canzoni successive, How-Hi-the-Li e Second Generation Woman, brano iniziale della facciata B, titolo già uscito su singolo nell’ottobre del 1968 con l’inedita Hometown sul retro. How-Hi-the-Li è una intensa ballad intrisa di jazz e buone maniere, a cominciare dalla voce di “Chappo” che vorrebbe apparire più misurata, salvo l’incontrollata deriva finale. Rock’n’roll con più di una strizzatina d’occhio al mercato americano: questa è  Second Generation Woman. La chitarra di Whitney ed il violino di Grech giocano a rincorrersi, sostenuti da un’energica base ritmica. Con questo brano radiofonico i Family pongono le basi al boogie-rock e all’AOR di là a venire. Romantica e fantasiosa è invece From Past Archivies, sospinta da arpeggi di chitarra e note di pianoforte, un clarinetto hot jazz e le orchestrazioni di Tony Cox, memore della lezione di George Martin con i Beatles. Con Dim i Family attraversano nuovamente l’Atlantico e si cimentano in un territorio apparentemente lontano, il Country’n’Western, grazie ad una superba prova di “Charlie” Whitney al banjo. Il chitarrista firma da solo Processions, luminoso episodio d’ispirazione west-costiana, forte della presenza di pianoforte ed armonica. Alla sola penna di Grech si deve Face in the Cloud, canzone d’ambientazione folk-rock a forti tinte acide. “Family Entertainment” termina con Emotions, brano più lungo del lavoro ed unica a firma del trio Whitney, Chapman & Grech. La presenza dell’ospite Nicky Hopkins dona al brano reminiscenze rollingstoniane e conferisce maggiori certezze in chiave rock, ponendo le premesse al successivo percorso della Band di Leicester. Pubblicato nel febbraio 1969, “Family Entertainment” arriverà a scalare la UK Chart fino alla sesta posizione e consentirà a Chapman e soci di imbarcarsi un paio di mesi dopo alla volta della prima tournée americana. Non fu un’esperienza particolarmente riuscita, però. Inizialmente per colpa di Rich Grech, che abbandonò i compagni dopo poche date per raggiungere Stevie Winwood ed Eric Clapton nel supergruppo dei Blind Faith. Malgrado questo colpo inaspettato, il tour dei Family continuò grazie al provvidenziale intervento del tour manager Peter Grant, che reclutò in tempi record John Weider dagli Eric Burdon & The Animals. Nonostante le doti strumentali del nuovo arrivato, apprezzabili a violino, chitarra e basso, ulteriori problemi si verificarono nella lunga tappa di otto giorni al Fillmore East, ove i Family si esibirono in un cartellone che vedeva anche i Nice ed i Ten Years After. Malcelate tensioni tra il cantante e Bill Graham (deus ex machina del locale e titolare di gran parte del circuito live della Musica Pop negli US) ed una improvvisa afonia di Chapman, portarono ad una anticipata conclusione del tour, precludendo la definitiva affermazione della Band a livello internazionale. Tant’è. Per i Family erano oramai maturi i tempi per la consacrazione in patria con le partecipazioni il 5 Luglio allo storico e gratuito Brian Jones Memorial dei Rolling Stones ad Hyde Park ed il 30 Agosto al Festival dell’Isola di Wight, ove tennero una infuocata esibizione a conclusione di quella magnifica estate del 1969.

Tutti i brani sono a firma John Whitney e Roger Chapman, ove non specificato.
Lato A: 1. The Weaver’s Answer 4:57. 2. Observations from a Hill 3:11.
3. Hung Up Down 3:13. 4. Summer ’67 (Whitney) 3:19. 5. How-Hi-the-Li (Grech) 4:57.
Lato B: 1. Second Generation Woman (Grech) 3:13. 2. From Past Archives 3:22.
3. Dim 2:31. 4. Processions (Whitney) 2:49. 5. Face in the Cloud (Grech) 2:53.
6. Emotions 5:10.

Roger Chapman: voce e percussioni. John “Charlie” Whitney: chitarre ed organo.
Jim King: voce, sax e piano. Ric Grech: basso, voce e violino.
Rob Townsend: batteria e percussioni. Ospite Nicky Hopkins: piano.
Produzione: John Gilbert e Glyn JohnsIngegnere del Suono: Glyn Johns.
Arrangiamenti addizionali: Tony Cox. Archi: The Heavenly Strings
Design: Alan Aldridge Ink Studios. Fotografia: Roger Phillips.

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