Fabrizio De Andrè: “Un Blasfemo” 1972 – di Riccardo Panzone

La poesia cantata in Un Blasfemo di Fabrizio De Andrè è inserita nel LP “Non all’amore, non al denaro, né al cielo” del 1972, liberamente ispirato da ”Antologia di Spoon River” (Spoon River Anthology 1915) di Edgar Lee Masters. L’autore americano orchestra tutta l’Antologia su una serie di ritratti psicologici, in parte surreali, rappresentanti la varietà umana dei suoi tempi; De André, allo stesso modo, coadiuvato dalla traduzione Italiana di Fernanda Pivano, reinterpreta questi ritratti proponendo in musica una carrellata di personaggi che, secondo autorevoli critici dell’epoca, nulla hanno da invidiare agli originali. Un blasfemo è un uomo libero che non si accontenta di acquietarsi sulla vulgata religiosa tramandata agli uomini dalla notte dei tempi ma pretende, al contrario, anche con rabbia, di fornire un’interpretazione autentica all’origine e alla presenza dell’essere umano sulla terra, raccontata dalla BibbiaPerché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, lo costrinse a viaggiare una vita da scemo, nel giardino incantato lo costrinse a sognare, a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male. Quando vide che l’uomo allungava le dita a rubargli il mistero di una mela proibita, per paura che ormai non avesse padroni lo fermò con la morte e invento le stagioni”.
Un’analisi senziente ci porta ad affermare, al netto di dubbi interpretativi, che la Bibbia altro non è che un romanzo allegorico a mezzo del quale gli umani autori scoraggiano atteggiamenti e comportamenti non tollerati. Ecco allora che il mistero della Genesi, una volta umanizzato, altro non diventa che la promulgazione dell’umanissimo dogma di non cibarsi mai all’albero della conoscenza del bene e del male, proibito agli uomini. Del resto, già nella Roma arcaica, l’interpretazione della “Legge delle Quindici Tavole” era riservata a soggetti investiti di funzioni sacerdotali e proibita ai comuni cittadini. Perché mai un Dio dovrebbe inibire ai suoi “figli” di accedere alla conoscenza, frustandone la curiosità? Si tratta davvero di un Dio così umanizzato che, come qualsiasi uomo di potere, auspica l’ignoranza delle masse
Adamo, il primo uomo viene punito con le “stagioni e la morte”; Un Blasfemo, invece, con la propria fine indotta da due guardie, sanzionato “per le donne ed il vino, tanto che non avevano leggi per punire un blasfemo”L’unica legge realmente valida è quella di natura, propria dell’uomo, che trae la sua forza cogente dalla tensione divina di uomini liberi che anelano alla felicità, al di là di qualsiasi regola o dogma: le leggi degli uomini e quelle di Dio (altrettanto umane) al contrario, costringono la persona ad annaspare in un “budello” di comportamenti indotti e spesso illogici, dettati dalle contingenze storiche e sociali modulate dalle necessità del presente. Un Blasfemo è un inno di gioia e libertà teso alla censura di tutto ciò che, da secoli, riteniamo essere indiscutibilmente “regola” e ci rivela, in versi, che “l’uomo nato per soffrire ed obbedire” è un’invenzione di soggetti che, nei secoli, si sono auto-nominati interpreti del divino ed eleva l’uomo stesso a centro di derivazione di doveri e diritti naturali, dedito alla conoscenza, alla libertà e ad una consapevole e matura felicità.

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2 pensieri riguardo “Fabrizio De Andrè: “Un Blasfemo” 1972 – di Riccardo Panzone

  • Giugno 28, 2016 in 5:15 pm
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    “Un blasfemo” è un uomo libero che non si accontenta di acquietarsi sulla vulgata religiosa tramandata agli uomini dalla notte dei tempi ma pretende, al contrario, anche con rabbia, di fornire un’interpretazione autentica all’origine e alla presenza dell’essere umano sulla terra, raccontata dalla Bibbia.
    “Perchè dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, lo costrinse a viaggiare una vita da scemo, nel giardino incantato lo costrinse a sognare, a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male. Quando vide che l’uomo allungava le dita a rubargli il mistero di una mela proibita, per paura che ormai non avesse padroni lo fermò con la morte e invento le stagioni”.

    …..meraviglia ….CIAO RAGAZZI

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  • Novembre 21, 2019 in 8:49 pm
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    Questo secondo me è probabilmente il pezzo meno riuscito di De André in assoluto, essendo troppo vincolato dalla poesia di Lee Masters da cui è tratto, che sinceramente trovo dozzinale (la riscrittura di De André è comunque nettamente migliore dell’originale). Sulla maniera in cui l’uomo realmente libero e responsabile dovrebbe porsi di fronte alla legge divina e a quella umana Faber aveva già scritto, e in maniera definitiva, rispettivamente nel Testamento di Tito e nel Pescatore. Questa canzone non aggiunge nulla, anzi, provando a portare il discorso sul piano teologico, sull’esegesi biblica, dove bisogna muoversi con estrema cognizione di causa, rischia di apparire terribilmente superficiale. Perché mai Dio avrebbe dovuto creare un uomo ebete e scemo? Per servirsene come di un trastullo? Ma suvvia! Il peccato originale, poi, ha ben altro senso: quello di porre un limite all’ego umano, alla sua volontà di potenza che, priva di freni, vorrebbe imporsi su tutto e sutti. Sa Dio, quanto ce ne sarebbe bisogno oggi, del recupero di un tale senso del limite e della misura, in tempi di consumismo sfrenato e totalmente autoreferenziale, giunto ormai al punto di metter letterlamente in ginocchio il pianeta.

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